2020 09 09 CINA - Mons. Jia Zhiguo è nuovamente agli arresti domiciliari PAKISTAN - Cristiano condannato a morte per “blasfemia”

Fonte:
CulturaCattolica.it
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CINA - Mons. Jia Zhiguo è nuovamente agli arresti domiciliari

Il 10 agosto è stato arrestato un vescovo molto popolare tra la gente da mesi vessato per costringerlo a chiudere un orfanotrofio per bambini disabili che gestiva da 30 anni

L’accordo tra la Santa Sede e la Cina del 2018 scadrà a settembre e intanto il PCC continua a perseguitare i cattolici clandestini ignorando le linee guida diramate dal Vaticano nel 2019, in base alle quali chi, per motivi di coscienza, non aderisse all’Associazione cattolica patriottica cinese (APCC) debba essere rispettato.
Il 10 agosto, cinque giorni prima della Festa dell’Assunzione, giorno in cui i cattolici celebrano l’ascensione al Cielo in anima e corpo della Vergine Maria, le autorità hanno prelevato mons. (Julius) Jia Zhiguo dalla sua abitazione a Jinzhou, una contea nella provincia settentrionale dell’Hebei.
Secondo una fonte ben informata, il vescovo è stato condotto in un albergo e trattenuto agli arresti domiciliari per aver infranto le regole imposte per impedire la diffusione del coronavirus nei luoghi di culto. Presumibilmente il vescovo aveva semplicemente consentito ad alcuni fedeli di cantare inni in chiesa la notte del 9 agosto. I funzionari hanno affermato che tali attività possono essere organizzate solo con il consenso dell’amministrazione locale.
Un’altra fonte ha riferito che, mentre veniva portato via, l’ottantacinquenne mons. Jia avrebbe detto: «Non posso aderire alla APCC, morirò lì».

Mons. Fan Xueyan aveva consacrato Jia Zhiguo come secondo vescovo della diocesi di Zhengding nell’Hebei nel 1981. Il prelato è stato arrestato più volte per non aver aderito alla APCC e ha trascorso vari anni in carcere e agli arresti domiciliari.
Un fedele della sua diocesi ha ricordato: «Il vescovo era costantemente sorvegliato. Doveva fare rapporto alle autorità ogni giorno e fotografarsi prima di coricarsi. Doveva persino fotografare ciò che mangiava, i luoghi dove si trovava e ciò che aveva fatto. Praticamente era privato di ogni libertà».

Negli ultimi mesi l’amministrazione locale aveva del resto preso di mira il vescovo per via dell’orfanotrofio che il prelato gestisce da trent’anni. Mons. Xiguo ha infatti subito ripetute pressioni per costringerlo a firmare un accordo che avrebbe trasferito i bambini in un orfanotrofio statale. La metà degli orfani, la maggior parte dei quali sono disabili abbandonati dai genitori, sono stati portati via in giugno. I funzionari avevano minacciato di allontanare tutti i bambini se il vescovo e le suore che si prendevano cura di loro non avessero collaborato.
Il 24 giugno oltre 70 agenti di polizia e 25 dipendenti di un istituto di assistenza sociale si erano recati all’orfanotrofio per portare via con la forza i 25 bambini più grandi mentre ai più piccoli era stato permesso di rimanere temporaneamente.
Un testimone oculare ha riferito che quel giorno tutte le strade attorno alla residenza del vescovo erano state bloccate e che i funzionari minacciavano di punire chiunque volesse scattare foto e caricarle su Internet.

Meno di due settimane dopo al vescovo è stato detto di consegnare anche gli ultimi bambini rimasti. Una fonte interna al Dipartimento del lavoro del Fronte Unito ha riferito a Bitter Winter: «In luglio i funzionari del Dipartimento del lavoro del Fronte Unito andavano a minacciarlo quasi ogni giorno, ma lui si è fermamente rifiutato di consegnare i rimanenti bambini».

Di fronte alla resistenza opposta sia dal personale sia dai bambini stessi, uno dei quali ha minacciato di uccidersi se fosse stato portato via, i funzionari hanno sospeso il trasferimento, ma hanno continuato a molestare il vescovo e i suoi collaboratori.
Uno degli orfani disabili ha commentato: «Mi si spezza il cuore quando penso ai miei amici che sono stati portati via. Quando vengono i funzionari del governo ho paura e mi nascondo per paura che portino via anche me».
Le autorità hanno fatto pressioni sulle suore che lavorano nell’orfanotrofio affinché lasciassero la residenza del vescovo e aderissero alla APCC sostenendo che, senza l’approvazione del governo, egli era un vescovo illegale e tutti i conventi a lui associati sarebbero stati chiusi.

Secondo quanto riferito da UCA News, mons. Jia Zhiguo «si è rifiutato di firmare un documento che vieta ai giovani di età inferiore ai 18 anni di entrare nelle chiese e questa era una condizione per poterle riaprire» dopo la revoca delle restrizioni per il coronavirus e ha continuato a gestire l’orfanotrofio. Le autorità affermano che mons. Jia e le suore non possono prendersi cura dei bambini disabili a meno che non aderiscano all’APCC. In realtà in Cina le organizzazioni di beneficenza per i minori e gli orfanotrofi gestiti da luoghi di culto ancorché approvati dallo Stato sono bandite.

Una fonte vicina a mons. Jia ha riferito che secondo il vescovo il governo prima trasferirà tutti i bambini, poi espellerà le suore e chiuderà i conventi. L’obiettivo finale consiste nell’abolire la sede vescovile e tutte le chiese non autorizzate.
Una fonte della diocesi ha spiegato: «Finché ci saranno i bambini le suore rimarranno nella residenza del vescovo a prendersi cura di loro, ma naturalmente quando i bambini saranno trasferiti l’amministrazione avrà una giustificazione per espellere anche le suore».
(03/09/2020 SHEN XINRAN Bitter Winter)

PAKISTAN - Cristiano condannato a morte per “blasfemia”; i Vescovi chiedono una campagna del governo per i diritti delle minoranze

Un tribunale di Lahore, capitale della provincia del Punjab pakistano, ha condannato a morte un cristiano per aver commesso “blasfemia”: si tratta di Asif Pervaiz, 37 anni, è in carcere dal 2013 con l’accusa di aver inviato messaggi di testo SMS “blasfemi” al datore di lavoro Muhammad Saeed Khokher. Come riferito dall’avvocato Saif-ul-Malook, il legale musulmano che ha difeso anche la cristiana Asia Bibi, il tribunale non ha dato credito alla sua testimonianza, in cui l’uomo negava ogni addebito, e lo ha condannato a morte ieri, 8 settembre. Secondo la versione di Pervaiz, riferita dall’avvocato Malook, “Khokher voleva convincerlo a convertirsi all’Islam e, quando egli non ha acconsentito, lo ha accusato falsamente di blasfemia”. Secondo Malook, “si tratta di un altro caso in cui la legge viene utilizzata ingiustamente contro le minoranze religiose”. In Pakistan la “Legge di blasfemia” (gli articoli 295 “b” e “c” del Codice penale”) prevede l’ergastolo o la pena di morte per il reato di vilipendio al Profeta Maometto, all’Islam o al Corano.
P. Qaisar Feroz OFM Cap, Segretario esecutivo della Commissione per le comunicazioni sociali dei Vescovi cattolici del Pakistan, rileva in un colloquio con l’Agenzia Fides: “La comunità cristiana del Pakistan è profondamente addolorata per la condanna a morte di Asif Pervaiz. Chiediamo vivamente al governo del Pakistan di far sì che si possa riconsiderare la decisione della Corte in modo che sia fatta giustizia. I casi di blasfemia aumentano di giorno in giorno in Pakistan, il che non è affatto un buon segno, per una società dove regna la tolleranza. Raccomandiamo vivamente al Primo Ministro Imran Khan di lanciare una campagna di sensibilizzazione in video per promuovere i diritti delle minoranze e la dignità umana”.
Raggiunto dall’Agenzia Fides, padre Mario Rodrigues, prete e parroco a Karachi, commenta: “Pur non conoscendo direttamente il caso, non crediamo alle accuse. Ci sono troppi precedenti e casi di false accuse, in cui si strumentalizza la legge. Nessun cristiano in Pakistan si sognerebbe mai di insultare l’Islam o il Profeta Maometto. Siamo un popolo di persone rispettose verso tutte le religioni, tanto più nella condizione in cui viviamo, sapendo che quello della blasfemia è un tasto molto delicato. Siamo tristi perchè le strumentalizzazioni e gli abusi della legge continuano. E’ tempo di fare giustizia e reale uguaglianza per tutti i cittadini pakistani: anche i musulmani sono spesso vittime di false accuse”.
Vi sono attualmente almeno 80 persone in prigione in Pakistan per il reato di “blasfemia”, e almeno la metà di loro rischia l’ergastolo o la pena di morte. le persone accusate in base alle legge sono principalmente musulmani, in un paese in cui il 98% della popolazione segue l’Islam ma, come notano la gli attivisti cristiani della Commissione “Giustizia e pace” dei Vescovi cattolici pakistani, “la legge prende di mira in modo sproporzionato membri di minoranze religiose come cristiani e indù”.
Vi sono inoltre casi di esecuzioni extragiudiziali, dato che leader radicali esortano i militanti a “farsi giustizia da soli”, uccidendo persone ritenute colpevoli di blasfemia, anche se non sono condannate in tribunale o sono accusate falsamente. Secondo la Ong “Centro per la giustizia sociale”, fondata e guidata dal cattolico pakistano Peter Jacob, a partire dal dal 1990, almeno 77 persone sono state uccise in esecuzioni extragiudiziali, in relazione ad accuse di blasfemia: tra gli uccisi vi sono persone accusate di blasfemia, i loro familiari, avvocati e giudici che hanno assolto gli accusati del reato. L’ultimo clamoroso omicidio del genere è avvenuto alla fine luglio, quando un uomo pakistano, ma con cittadinanza americana, Tahir Ahmad Naseem, 57 anni, accusato di blasfemia e sotto processo a Peshawar, è stato colpito a morte con sei colpi di arma da fuoco dal 19enne musulmano Faisal, mentre si trovava dentro al palazzo del tribunale di Peshawar.
A partire dal 2017, dopo una serie di sit-in di protesta su larga scala, i partiti politici di matrice islamica hanno incluso con sempre maggiore frequenza la questione della “difesa della legge di blasfemia” nelle loro piattaforme e agende politiche. Il partito politico Tehreek-e-Labbaik Pakistan (TLP), formato dal leader Khadim Hussain Rizvi conduce una dura aperta campagna per la difesa delle legge sulla blasfemia. Attivisti, Ong, gruppi religiosi non islamici ne chiedono la revisione per evitare gli abusi della legge e l’uso improprio come “arma” per vendette private.
(PA) (Agenzia Fides 9/9/2020)