2019 09 18 La speranza del mondo è Cristo

PORTOGALLO - Uccisa suor Antonia Pinho che assisteva malati e bisognosi INDIA - Atti vandalici di militanti estremisti indù su un Collegio dei Gesuiti ERITREA - Il governo requisisce le scuole: allarme dei Vescovi TESTIMONIANZA Muore il gesuita ceco Joseph Kolácek, testimone della ‘chiesa del silenzio’
Fonte:
CulturaCattolica.it
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PORTOGALLO - Uccisa suor Antonia Pinho che assisteva malati e bisognosi

Si tengono oggi (11.09) pomeriggio nella località portoghese di Sao Joao da Madeira i funerali di una religiosa della Congregazione delle Serve di Maria Ministre degli infermi, suor Antonia Pinho, 62 anni, portoghese, che è stata uccisa in un appartamento della città. Era molto conosciuta per la sua generosità ed il suo impegno, in quanto si muoveva in moto per la città, indossando il suo abito religioso, per assistere in ospedale e a domicilio malati e infermi, e portare il suo aiuto a chi ne avesse bisogno, sia di giorno che di notte, secondo il carisma del suo istituto. Era infermiera e religiosa da 40 anni, e aveva svolto il suo servizio in Italia e in Spagna. Le Serve di Maria Ministre degli Infermi sono una congregazione religiosa sorta a Madrid nel 1851 per l’assistenza a domicilio degli infermi. Attualmente sono presenti in Europa, Africa, America e Asia.
Secondo le informazioni pervenute all’Agenzia Fides, il corpo della religiosa è stato trovato nell’appartamento di un tossicodipendente, che era uscito dal carcere tre mesi fa dopo aver scontato una pena per stupro. Probabilmente l’uomo si era fatto dare un passaggio in moto dalla suora la mattina di domenica. Una volta arrivato a casa, le avrebbe prima offerto un caffè per ringraziarla e poi ha tentato di abusare di lei. Al rifiuto di suor Antonia, l’ha soffocata e subito dopo ha abusato di lei, quando già era morta. Suor Antonia viveva a Sao Joao Madeira nella casa della madre per assisterla e intanto continuava la sua opera di aiuto ai malati della cittadina. (SL)
(Agenzia Fides 11/09/2019)

CONTRO LA LIBERTÀ DI EDUCARE: CONTRO L’UOMO

INDIA - Atti vandalici di militanti estremisti indù su un Collegio dei Gesuiti

Una folla di 500 militanti estremisti indù ha devastato un Collegio dei Gesuiti nello stato indiano orientale di Jharkhand. Lo denuncia all’Agenzia Fides il Gesuita p.Thomas Kuzhively, Segretario del Collegio. Secondo la ricostruzione del religioso, l’attacco è avvenuto il 3 settembre: “Dopo una settimana dai fatti, il St. John Berchmans Inter College, a Mundli Tinpahar, 38 km a sud di Sahibganj, una delle principali città di Jharkhand, resta chiuso perché tutto è stato danneggiato. Nessuna azione è ancora stata presa dalla polizia o dal governo dello stato".
Come racconta p. Thomas, la spedizione punitiva è avvenuta dopo un alterco tra studenti. Il sacerdote ha riferito che la folla è venuta al campus con armi come bastoni, catene, spranghe di ferro, coltelli e pistole e ha percosso i ragazzi tribali dell’ostello Loyola Adivasi. Due ragazzi sono stati gravemente feriti e le loro vite sono state salvate dal tempestivo intervento delle suore in servizio al College. Sebbene sia stata chiamata un’ambulanza, la folla non ha permesso che i feriti fossero portati in ospedale. "Più tardi, la polizia li ha portati all’ospedale di Rajmahal", ha aggiunto.
La folla ha anche cercato di molestare sessualmente le ragazze del college e il personale femminile, dice p. Kuzhively. Il Gesuita padre Nobor Bilung ha cercato di parlare con la folla, ma è stato colpito alla testa. “Il preside e l’intero staff dell’amministrazione erano scioccati impotenti. Nessuno dei loro sforzi è riuscito a calmare la folla”, rileva il Gesuita.
I militanti hanno infranto tutti i vetri delle finestre, danneggiato i tubi di scarico, gli arredi, gli impianti elettrici e il sistema audio. Dopo aver devastato il collegio, la folla è andata all’edificio dell’ostello e anche lì ha compiuto atti vandalici nell’edificio. Gli aggressori hanno anche portato via i contanti tenuti nei cassetti dell’ufficio e tre telefoni cellulari destinati all’uso comune dei ragazzi dell’ostello.
Tre suore sono coraggiosamente rimaste in piedi davanti al cancello dell’ostello per resistere al tentativo della folla di salire le scale dove si nascondevano circa 200 studenti.
Gli agenti di polizia giunti sul posto hanno constatato i danni e cercato di fermare gli aggressori. La folla di militanti ha gettato sassi anche contro gli agenti, ferendone alcuni e rovesciando una jeep della polizia. Dopo quattro ore di caos, la folla si è dispersa.
Il Collegio ha presentato una denuncia che menziona i nomi di 26 studenti che hanno guidato la folla, stimando i danni in 1,5 milioni di rupie. "Chiediamo che vengano prese misure concrete" aggiunge il religioso, riferendo che le autorità del college hanno inviato appelli alle autorità giudiziarie, al governatore e al primo ministro dello stato di Jharkhand, al presidente della Commissione nazionale per i diritti umani e al presidente della Commissione nazionale per le minoranze, richiedendo azioni immediate contro gli aggressori. Le scuole della regione stanno pensando a uno sciopero speciale per protestare contro l’attacco.
(SD) (Agenzia Fides 12/9/2019)

ERITREA - Il governo requisisce le scuole: allarme dei Vescovi

Dopo aver espropriato gli ospedali e i dispensari, lo Stato eritreo sta iniziando a requisire le scuole gestite da enti religiosi cattolici, ma anche islamici e protestanti. Negli ultimi due anni sono state nazionalizzate 29 cliniche e, nelle ultime settimane, sette scuole (di cui quattro cattoliche). Di fronte a questa nazionalizzazione forzata hanno preso posizione gli eparchi eritrei: mons. Menghisteab Tesfamariam, Arcivescovo metropolita di Asmara; mons. Thomas Osman, eparca di Barentu; mons. Kidane Yebio, eparca di Cheren, mons Fikremariam Hagos, eparca di Segheneyti. Scrivono i quattro prelati in una lettera indirizzata a Semere Re’esom, ministro dell’Istruzione pubblica di Asmara, e pervenuta all’Agenzia Fides: "Considerato che le azioni che si stanno assumendo ai danni delle nostre istituzioni educative e sanitarie sono contrarie ai diritti e alla legittima libertà della Chiesa, e pesantemente limitano l’esercizio dei postulati della sua fede, della sua missione e dei suoi servizi sociali, chiediamo che le recenti risoluzioni vengano rivedute e il conseguente corso d’azione tempestivamente fermato".
L’esproprio fa leva sulla legge n. 73/1995, nella quale si prevede che tutte le strutture sociali siano gestite dall’autorità pubblica. Questa disposizione, rimasta a lungo sulla carta, ha iniziato a essere applicata solo negli ultimi anni. Il provvedimento ha destato preoccupazione e sconcerto nella comunità. cattolica e nella popolazione. Tra le scuole requisite, ci sono alcuni istituzioni storiche, come l’istituto secondario Santissimo Redentore del seminario di Asmara, fondato nel 1860, che nei decenni ha formato centinaia di giovani che hanno lavorato al servizio della Chiesa e del Paese. A questo si sono aggiunti la scuola elementare e media inferiore e superiore San Giuseppe di Cheren gestita dai fratelli Lassalliani; la scuola media superiore dei frati cappuccini di Addi-Ugri; la scuola media inferiore e superiore S. Francesco, dei frati cappuccini di Massawa.
"Chiediamo - scrivono i Prelati - che a tutte le istituzioni educative e sanitarie della Chiesa, in quanto legittimatemene appartenenti a noi cittadini eritrei, venga concesso di poter continuare i loro preziosi e altamente apprezzati servizi al popolo. In caso ci si trovasse di fronte a situazioni bisognose di correzioni o di aggiustamenti, non solo è bene, ma addirittura l’unica via praticabile, che ciò avvenga nel contesto di un aperto e costruttivo dialogo".
Al dialogo la Chiesa non si è mai sottratta. Come affermano gli stessi Vescovi: "È da sempre nei desideri e nell’agenda di noi vescovi della Chiesa Cattolica incontrarci con le autorità governative per dialogare su tutto ciò che attiene alla situazione della nostra Chiesa e della nostra nazione. Purtroppo, a questo desiderio non è stato mai accordata una qualsiasi considerazione da parte delle autorità statali".
Nonostante la disponibilità al confronto, i Vescovi non rinunciano "a elevare, ancora una volta, la nostra voce di protesta contro l’arbitrario e unilaterale provvedimento assunto di recente dal governo". Anche perché se il ruolo della Chiesa è "annunciare la parola di salvezza, intrinseca a tale mandato è la promozione integrale della persona umana, la cura cioè dell’essere umano nell’anima e nel corpo. Di qui l’impegno non secondario nei campi dell’istruzione, della sanità e dello sviluppo sociale in generale". Compiti che non si svolgono solo nei «sacri recinti, bensi nei campi aperti delle scuole, delle cliniche e degli ospedali, dovunque cioè gli uomini e le donne reclamano il diritto e il bisogno di essere curati e istruiti e la Chiesa si sente in grado di contribuire al loro benessere globale". (EC) (Agenzia Fides 14/9/2019)

TESTIMONIANZA

Muore il gesuita ceco Joseph Kolácek, testimone della ‘chiesa del silenzio’

Come tanti nel suo Paese e nell’Europa dell’est, aveva vissuto la propria fede in totale clandestinità a causa della feroce persecuzione del regime comunista. E’ stato responsabile della sezione ceca della Radio Vaticana dal 1971 al 2001. Aveva 90 anni

“La speranza del mondo è Cristo, e il suo Vangelo è il più potente lievito di fraternità, di libertà, di giustizia e di pace per tutti i popoli”. Così oggi in udienza generale papa Francesco riferendo del suo viaggio africano concluso ieri. Certamente lievito di pace fu nella storia dell’Europa del secolo scorso la vicenda drammatica eppure edificante della cosiddetta “chiesa del silenzio”, che particolarmente nell’allora Cecoslovacchia oppressa dal regime comunista, diede testimonianza di eroica fedeltà al Vangelo. Protagonista e in parte vittima di quel regime fu il gesuita Josef Kolácek, morto ieri sera a Roma a 90 anni da poco compiuti, responsabile della sezione ceca della Radio Vaticana dal 1971 al 2001 e poi collaboratore della stessa sezione fino al 2012.

La sua vita e la persecuzione del regime comunista
Originario di Brno, era entrato in noviziato nel 1948 tra grandi difficoltà: i sacerdoti, nella Cecoslovacchia comunista, finivano in carcere, e i giovani erano costretti a un servizio militare durissimo, quasi una reclusione. Esauriti questi obblighi, padre Kolácek compì clandestinamente gli studi di Teologia e Filosofia per essere ordinato sacerdote, sempre clandestinamente, nel 1968. Fu quello un anno cruciale per la Cecoslovacchia, che in agosto vide i carri armati sovietici entrare nella capitale a reprimere la cosiddetta “primavera di Praga”, il generoso quanto inutile tentativo di Alekander Dubcek di riformare dall’interno il regime comunista. E così mentre i giovani di mezza Europa e d’America cominciavano a scendere nelle piazze per rivendicare vaghe esigenze di libertà, ai ragazzi dell’Europa dell’est veniva perfino impedito di vivere alla luce del sole la loro fede. Per questo clima di crescente intolleranza il giovane Kolácek fu costretto a emigrare a Innsbruck, dove su indicazione del Padre provinciale dei gesuiti, ebbe un periodo di formazione nella radio austriaca. Era già destinato infatti alla Radio Vaticana, dove approdò all’inizio degli anni settanta e dove rimase come responsabile della sezione ceca appunto fino al 2001, per poi continuare come semplice e infaticabile redattore.

Autore della sua storia di cristiano, di ceco, di sacerdote
Risale proprio a questa fase del suo servizio professionale la composizione di tre interviste impossibili che si ‘divertì’ a scrivere per la sezione italiana della Radio, scegliendo tre personaggi emblematici per la sua storia di cristiano, di ceco, di sacerdote: il Bambino Gesù di Praga, sant’Agnese e il padre gesuita Antonin Zgarbìk, suo maestro e padre spirituale. In quest’ultima conversazione, egli ripercorre con commozione intensa l’emblematica vicenda di quello che fu un martire della “chiesa del silenzio” e il cui corpo fu trafugato per impedirne i funerali.

Eccone un passo in cui a parlare è lo stesso padre Zgarbìk:
Quella fu solo la conclusione del loro accanito, ostinato odio verso un gesuita che, oltre a ciò, era stato anche provinciale “clandestino”. Un odio alimentato dall’avversione verso Dio, verso Cristo, verso tutta la Chiesa.
Anche dopo la morte continuai a rappresentare per loro un pericolo, come se si sentissero apertamente accusati dalla maggioranza silenziosa del popolo di essere stati ciò che realmente furono: i miei assassini. Sì: assassini. Nessuno, ovviamente, pronunciò mai questa accusa a voce alta, ma gli sguardi della gente, in silenzio, li bollavano come tanti Caino.
Già la sepoltura nella basilica di Velehrad, che inizialmente era stata permessa, fu poi di fatto impedita.
E il mio corpo non fu restituito.
Loro seppero da subito molto bene come la notizia della mia morte in carcere si fosse fulmineamente diffusa in tutta la repubblica… Avevano spie e informatori ovunque, lo sai molto bene, che riferivano loro quante persone si preparassero a venire al mio funerale e quale manifestazione si sarebbe dispiegata contro il regime.
Per loro, chiunque credeva era nemico del comunismo.
Per questo, quel giorno di gennaio 1965, sulla porta della basilica a Velehrad trovaste l’annuncio: il funerale non si farà.
(RV 11 09 2019 Laura De Luca)