2019 09 11 Ricordo e preghiera per i nostri fratelli perseguitati

GUATEMALA - Uccisa una operatrice pastorale impegnata per la difesa del creato INDIA - Due preti cattolici e un catechista arrestati per “proselitismo”: per la Chiesa è un abuso TESTIMONIANZA: FILIPPINE - Mons. David risponde a Duterte: il cristianesimo non è colonialismo
Fonte:
CulturaCattolica.it
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GUATEMALA - Uccisa una operatrice pastorale impegnata per la difesa del creato

Diana Isabel Hernández Juárez, insegnante di 35 anni e coordinatrice della Pastorale del Creato della parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe a Suchitepéquez (Guatemala) è stata assassinata. La notizia inviata a Fides attraverso i social media, arriva insieme al comunicato dell’Associazione “Mujeres Madre Tierra” che hanno condannato il fatto.
Secondo informazioni pervenute a Fides, l’insegnante, sabato 7 settembre scorso, stava partecipando ad un raduno per la Giornata della Bibbia presso la comunità Monte Gloria, quando è stata aggredita da due individui che le hanno sparato e poi sono fuggiti. Non sono serviti i soccorsi dell’Istituto Guatemalteco di Providenza Sociale a Tiquisate dove è stata portata, perché è deceduta a causa delle gravi ferite.
Diana Isabel Hernández Juárez era conosciuta nella zona perché aveva guidato diversi progetti come “l’orto familiare” e “vivai comunali”, e di riforestazione in più di 32 comunità rurali. L’Associazione Mujeres Madre Tierra e la comunità cattolica di Suchitepéquez hanno chiesto alle autorità di chiarire la vicenda e trovare al più presto i responsabili di questo terribile fatto.
(CE) (Agenzia Fides, 10/09/2019)

INDIA - Due preti cattolici e un catechista arrestati per “proselitismo”: per la Chiesa è un abuso

La polizia nello stato di Jharkhand, nell’India orientale, ha preso in custodia due sacerdoti cattolici e un catechista con l’accusa di aver indotto alla conversione della fede religiosa la gente di un villaggio. Come riferito all’Agenzia Fides da padre N. M. Thomas, Vicario generale della diocesi di Bhagalpur, diocesi in cui si trova il villaggio, la polizia il 6 settembre ha arrestato don Arun Vincent e don Benoy John e il catechista Munna Hansda dalla missione di Rajdaha, accusandoli di aver compiuto “conversioni forzate” al cristianesimo nel villaggio di Deodar e anche di “occupazione illegale di terreno”.
La polizia ha successivamente rilasciato padre Vincent, mentre l’altro sacerdote, Benoy John, e il catechista potrebbero essere rilasciati dopo l’11 settembre, afferma il Vicario generale. Secondo padre Thomas, questi arresti non sono altro che “abusi sui sacerdoti e sui cristiani e casi di intimidazione, motivati, politicamente, per offuscare il lavoro dei missionari per i poveri, gli emarginati e i sofferenti”.
Un cattolico locale Augustine Hembrom ha dichiarato a Fides: “Condanniamo totalmente questa azione. È noto che noi cattolici crediamo nella libertà di coscienza e non costringeremmo mai nessuno a cambiare la sua fede. Le autorità governative ne sono consapevoli. Quindi, gli arresti sono certamente strumentali, e intendono colpire i cristiani”.
Parlando dell’incidente, John Dayal, attivista cattolico per i diritti umani e leader laico, ha detto a Fides: “Ciò che sta accadendo in Jharkhand in particolare, e nella cintura tribale nell’India centrale, è motivo di profonda preoccupazione. C’è uno stato sponsorizzato dal governo federale, che agisce contro le minoranze religiose, colpendo i musulmani da un lato e il clero cristiano e le istituzioni educative dall’altro”.
“Il fatto più preoccupante è il tentativo di dividere le persone secondo linee di appartenenza religiosa. Siamo tutti cittadini indiani. Questa politica di divisione deve essere sconfitta se si vuole mantenere la pace e l’unità e rafforzare la democrazia e lo sviluppo”, ha affermato Dayal. (SD) (Agenzia Fides 9/9/2019)

TESTIMONIANZA e RIFLESSIONE: l’annuncio cristiano non è colonialismo. I falsi miti contro il cristianesimo che fomentano l’odio attuale verso i cristiani

FILIPPINE - Mons. David risponde a Duterte: il cristianesimo non è colonialismo

Nel 2021, la Chiesa filippina celebrerà i 500 anni dal primo annuncio cristiano nel Paese. Il presidente Duterte è contro i festeggiamenti: “Con la croce, Magellano ha portato i cannoni”. Il vescovo di Kalookan: “La stessa fede dei conquistadores ha ispirato a sognare la libertà e la democrazia”. “Dio può davvero scrivere dritto anche attraverso le linee più storte”.

Ciò che la Chiesa filippina celebrerà nel 2021 non è il colonialismo ma i 500 anni di fede cristiana, che “i nativi di queste isole accolsero come un dono, anche se da persone non motivate dal più puro degli intenti”.
Lo dichiara mons. Pablo Virgilio Siongco David (foto), vescovo di Kalookan e vicepresidente della Conferenza episcopale delle Filippine (Cbcp). Due giorni fa, mons. David ha utilizzato i social network per rispondere con fermezza al presidente filippino, Rodrigo Duterte. Lo scorso 6 settembre, il capo di Stato aveva rilasciato alcune dichiarazioni contro i festeggiamenti per l’importante ricorrenza. “Perché mai dovrebbero interessarmi le celebrazioni? – aveva affermato Duterte – Quando Magellano venne qui, portò il cannone e la croce. Ma poiché la croce è lì, gli indigeni li hanno subito abbracciati”. Il vescovo di Kalookan smonta la tesi del presidente, spesso sostenuta anche da leader di diversi Paesi del continente asiatico. “La stessa fede cristiana che i conquistadores cercarono di usare per perseguire i loro scopi – afferma –, ha ispirato anche i nostri rivoluzionari a sognare la libertà e la democrazia”. Il presule sottolinea che persino i nativi non equiparavano il cristianesimo al colonialismo: “I nostri antenati erano abbastanza intelligenti da accettare ciò che era buono e rifiutare ciò che era male”. “Ad un certo punto – aggiunge – la fede che avevano abbracciato non era più estranea a loro. Essa era riuscita a mettere radici sul terreno fertile della nostra innata spiritualità di popolo”.

La stessa fede cristiana che i conquistadores cercarono di usare per perseguire i loro scopi coloniali nel nostro Paese, dopo circa tre secoli e mezzo ha ispirato anche i nostri rivoluzionari a sognare la libertà e la democrazia. È la stessa fede cristiana che alla fine li ha motivati a difendere la dignità umana fondamentale degli indios e a desiderare di porre fine alla tirannia e al dominio coloniale.

I missionari spagnoli avevano insegnato agli indigeni a cantare il Pasyon durante la Settimana Santa. Sconosciuto alle autorità, lo stesso Pasyon che parlava della sofferenza del Messia che offriva la sua vita per la redenzione dell’umanità ha ispirato i nostri eroi ad offrire la propria vita per la redenzione del nostro Paese, a spese del loro stesso sangue, sudore e lacrime. (Vedi “Pasyon e Rivoluzione” di Reynaldo Ileto).

Senza dubbio, eravamo amaramente divisi durante il periodo di transizione: tra i pro e gli anti, tra quelli dalla parte della politica coloniale e quelli che osavano stare dalla parte della politica rivoluzionaria. La divisione non è sempre una cosa negativa. Come scrive san Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (11:19), a volte “è necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi”. Oppure pensate a ciò che Gesù disse quando parlò come un iroso profeta di sventura: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! […] Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione” (Lc 12,49-51). Sono parole spiacevoli che preferiremmo non ascoltare, soprattutto quando facciamo dell’unità un valore assoluto. Le persone dimenticano che a volte anche l’unità può essere negativa – quando significa unirsi attorno ad uno scopo empio. Non sorprende che Dio abbia gettato i semi della divisione sui costruttori della torre di Babele, in modo che potesse poi riunirli in modo sincero nello Spirito attraverso la Pentecoste.

I nostri antenati erano abbastanza intelligenti da accettare ciò che era buono e rifiutare ciò che era male, in ciò che gli spagnoli avevano portato con sé quando erano venuti nella nostra terra. Alla fine, impararono anche a distinguere tra i missionari che si erano completamente allineati alla politica coloniale dei conquistadores da quelli che ne erano critici, che avevano il coraggio di difendere i diritti degli indigeni contro gli abusi e le crudeltà dei padroni.

Il semplice fatto che alla fine abbiamo ripudiato il dominio coloniale pur continuando ad abbracciare la fede cristiana anche dopo la vittoria della rivoluzione, può solo significare che i nativi non equiparavano il cristianesimo al colonialismo. Ad un certo punto, la fede che avevano abbracciato non era più estranea a loro. Essa era riuscita a mettere radici sul terreno fertile della nostra innata spiritualità di popolo.

Cerchiamo quindi di chiarire: ciò che celebreremo nel 2021 non è il colonialismo ma la fede cristiana che i nativi di queste isole hanno accolto come un dono, anche se da persone che non erano necessariamente motivate dal più puro degli intenti. Dio può davvero scrivere dritto anche attraverso le linee più storte. 09/09/2019 ASIA NEWS di Pablo Virgilio Siongco David