2019 07 31 Eritrea - A rischio la presenza cattolica

Eritrea - A rischio la presenza cattolica
Testimonianza - Burundi - Quando la fraternità in Cristo è più importante del gruppo etnico
Fonte:
CulturaCattolica.it
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ERITREA - Aiuto alla Chiesa che Soffre: in Eritrea a rischio la presenza cristiana

La situazione nel Paese africano è drammatica. Nelle ultime settimane sono stati chiusi 22 centri sanitari di proprietà di congregazioni religiose o diocesi cattoliche. Altri 8 centri cattolici erano già stati confiscati tra il 2017 e il 2018. Chiuso anche l’unico istituto per seminaristi e religiose
«Ci hanno impedito di offrire quel poco che riuscivamo a dare, in luoghi in cui nessuno si prende cura della popolazione, neanche lo Stato. Se il governo ci costringerà a chiudere anche le scuole i nostri sacerdoti e le nostre religiose troveranno un modo per sopravvivere. Ma il popolo come farà?». È l’amaro interrogativo posto da una fonte vicina alla Chiesa eritrea – che per motivi di sicurezza preferisce restare anonima – durante una conversazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre. «Il tutto – continua la fonte – avviene nell’indifferenza. Ma il mondo ci vede? Oppure si accorge dell’Eritrea soltanto quando si parla dei nuovi migranti che giungono sulle coste italiane?».

La drammatica situazione della chiesa locale
Nelle ultime settimane sono stati chiusi 22 centri sanitari di proprietà di congregazioni religiose o diocesi cattoliche, in nome di una legge del 1995 mediante la quale lo Stato si impone come unico gestore delle opere sociali. Altri 8 centri cattolici erano già stati confiscati tra il 2017 e il 2018. «Come potrà il governo portare avanti questo servizio, quando negli ospedali statali mancano attrezzature e risorse adeguate?».

La popolazione privata del servizio sanitario della Chiesa
Le strutture dovrebbero divenire pubbliche, ma come spiega la fonte «non vi è stato alcun trasferimento: gli agenti si sono limitati a sigillare tutto privando la popolazione di un servizio vitale. I pazienti erano di ogni fede, noi cattolici in Eritrea siamo appena il 5%». Oltre a ciò, in molti casi assieme agli ambulatori sono stati posti i sigilli anche alle attigue residenze delle religiose, le quali si sono dovute trasferire in altre case delle rispettive congregazioni. Per molte di loro non è neanche possibile lasciare il Paese, perché il governo non permette alle donne sotto i 40 anni e agli uomini sotto i 50 che non hanno prestato servizio militare di recarsi all’estero.

A rischio anche le scuole cattoliche
Al momento è forte il timore per la sorte delle 50 scuole, dalle elementari alle superiori, e gli oltre 100 asili nido gestiti dalla Chiesa cattolica in Eritrea. Maggiori certezze sulla sorte degli istituti si potranno avere a settembre, con l’inizio del nuovo anno scolastico. Una decina di anni fa, senza alcun preavviso, gli alunni di una scuola gestita da una congregazione di suore erano stati tutti trasferiti ad istituti statali. La scuola cattolica è stata riaperta soltanto quattro anni dopo.

Lo scorso anno chiuso anche l’unico istituto per seminaristi e religiose
«Adesso non esiste alcuna struttura in cui i candidati al sacerdozio e al noviziato possono studiare. La polizia ha anche arrestato una suora ed un sacerdote perché si rifiutavano di fornire il nome degli studenti». Inoltre, il governo ha disposto che tutti gli alunni, inclusi quelli delle scuole cattoliche, debbano obbligatoriamente frequentare l’ultimo anno delle superiori in un istituto militare. «Gli studenti che non frequentano quest’ultimo anno non ottengono un diploma. Anche le religiose che operavano nei centri sanitari confiscati non hanno alcun titolo di studio e dunque non hanno possibilità di lavorare in altri ospedali».

La Chiesa cattolica dà fastidio alle autorità perché è una voce indipendente
Diversa la situazione della Chiesa ortodossa che da oltre 10 anni ha ceduto all’imposizione di consegnare allo Stato tutte le offerte e i cui sacerdoti percepiscono infatti un salario da parte del governo. È successo nel 2006 quando il patriarca Antonios è stato posto agli arresti domiciliari, condizione in cui tutt’ora si trova, e sostituito con un patriarca scelto dal regime. «Hanno tentato lo stesso con noi cattolici ma abbiamo rifiutato. La nostra Chiesa è l’unica voce indipendente e per questo diamo molto fastidio alle autorità. Ma se elimineranno la nostra presenza, chi penserà al popolo eritreo?». RV 24 07 2019

TESTIMONIANZA

BURUNDI - Quando la fraternità in Cristo è più importante del gruppo etnico: la testimonianza dei Martiri burundesi

“La Chiesa che è in Burundi attraverso noi, Vescovi, vuole celebrare un gruppo di persone che, in nome di Gesù, hanno offerto la loro vita per dimostrare che la nostra fraternità in Cristo è più importante dell’appartenenza ad un gruppo etnico. Si tratta di una grande testimonianza, un messaggio che riteniamo veramente necessario per tutti i cristiani. Vogliamo quindi celebrare la fraternità cristiana”. Con questo intendimento i Vescovi del Burundi hanno salutato l’apertura della fase diocesana del Processo di Canonizzazione, celebrata il 21 giugno nella Cattedrale di Bururi, riguardante due missionari saveriani e una volontaria, italiani, uccisi insieme a Buyngero nel 1995, un sacerdote burundese ucciso a Gitega nel 1972, e 40 seminaristi del seminario minore di Buta, uccisi nel 1997. Si tratta della prima Causa di canonizzazione che si apre in Burundi.
“Questi fratelli e questa sorella in Cristo, sono gli eroi che noi, Vescovi del Burundi, vi presentiamo come un unico modello ispiratore dell’amore per la fraternità – prosegue il comunicato pervenuto a Fides -. Portate con voi le loro immagini, leggetene la vita per imitarli. E’ il primo gruppo di probabili martiri che presentiamo alla Chiesa universale, perché siano dichiarati ufficialmente martiri e vengano indicati a noi tutti come modelli di fraternità nella vita cristiana e anche in tutta la nostra società burundese. Vi invitiamo a seguire le diverse fasi del Processo nella preghiera e nella gioia. Conosciamo tanti altri fratelli e sorelle del Burundi che hanno offerto la loro vita in nome della fraternità interetnica e siamo sicuri che ci saranno altri processi di canonizzazione sul martirio dopo il Processo diocesano che stiamo iniziando.”
La causa di beatificazione super martyrio è stata promossa dai missionari saveriani (Pia Società di San Francesco Saverio per le missioni estere), l’istituto fondato da San Guido M. Conforti cui appartenevano p. Ottorino Maule e p. Aldo Marchiol. Insieme a loro venne uccisa la volontaria laica Catina Gubert, da lungo tempo legata ai Saveriani nell’animazione missionaria. La Conferenza Episcopale del Burundi diede il suo pieno appoggio. Nel frattempo la Congregazione per le Cause dei Santi suggerì di unire al processo anche l’abbè Michel Kayoya, ucciso il 17 maggio 1972 a Gitega, e i quaranta seminaristi uccisi il 30 aprile 1997 nel seminario di Buta. Al sacerdote burundese è intitolata l’Inchiesta: “Abbè Michel Kayoya e XLIII compagni martiri”. Il sottotitolo è: “Martiri della fraternità”. Il Postulatore della Causa è il saveriano p. Guglielmo Camera, mentre Vice-postulatore è stato nominato p. Gabriel Basuzwa, formatore e insegnante a Bujumbura.
L’Abbè Michel Kayoya, 38 anni, venne ucciso a Gitega il 17 maggio 1972. Sacerdote, poeta e filosofo, attraverso le sue pubblicazioni ha sempre sottolineato che le differenze etniche più che essere una minaccia sono una ricchezza, un dono reciproco. Figura carismatica, amante della verità, predicava l’amore senza mai disgiungerlo dalla giustizia. Venne arrestato da una banda armata e imprigionato insieme ad una cinquantina di preti e laici, è andato alla morte cantando i salmi e il Magnificat.
Alle ore 5 del 30 aprile 1997 una banda di ribelli attaccò il Seminario minore di Buta, diocesi di Bururi. Di fronte al rifiuto dei seminaristi di separarsi in base all’etnia, i banditi aprirono il fuoco, uccidendo 40 giovani, che appartenevano alle diocesi di Bururi, Bujumbura, Ruyigi e Gitega. I ribelli fuggirono dopo aver saccheggiato il Seminario ed il Centro Pastorale (vedi Fides 2 maggio 1997). Sul luogo dove sono sepolti è sorto il Santuario della fraternità, noto a livello internazionale.
Padre Ottorino Maule e padre Aldo Marchiol insieme alla volontaria laica Catina Gubert, sono stati uccisi nella parrocchia di Buyengero intorno alle ore 19 di sabato 30 settembre 1995. Le suore che abitavano non lontano dalla parrocchia sentirono degli spari provenienti dalla zona della missione, ma non vi diedero eccessiva importanza. La domenica mattina, visto che i padri non venivano per la messa, sono andate alla missione e hanno trovato i tre corpi nel salone della casa, riversi per terra, uccisi con colpi d’arma da fuoco. Si è trattato di una vera e propria esecuzione: i missionari erano stati fatti inginocchiare e quindi freddati con un colpo alla testa. Solo Catina era stata colpita anche con un colpo al petto. Niente nell’abitazione era stato toccato o rubato.
Padre Ottorino Maule (53 anni) era nato a Gambellara (Vicenza) il 7/4/1942, ed era stato ordinato sacerdote il 15/10/1967. Il 3 settembre 1970 era partito per il Burundi. Richiamato in Italia nel 1979, era stato insegnante poi superiore del Seminario saveriano di Zelarino (Venezia) e, dal 1984 al 1990, Superiore regionale dei Saveriani d’Italia. Dopo un breve periodo trascorso a Parigi, per prepararsi nuovamente alla missione, ripartì per il Burundi nel settembre 1991. Da allora era parroco nella parrocchia di Buyengero, dove è stato ucciso.
Padre Aldo Marchiol (65 anni) era nato ad Udine il 19/3/1930. Ordinato sacerdote il 9/11/1958, dopo un lungo periodo dedicato alla formazione dei giovani missionari in Italia, era partito per il Burundi il 15 settembre 1978. E’ rimasto in quella terra fino alla fine, eccetto un breve periodo (1987/88) trascorso in Italia. Da circa un anno si trovava nella parrocchia di Buyengero.
Catina Gubert (74 anni) era nata a Fiera di Primiero (Trento) e si trovava in Burundi come volontaria laica, inizialmente legata all’Organizzazione Lvia di Cuneo. Era stata in Burundi negli anni 76/79, fino alle prime espulsioni dei missionari. Si trasferì allora in Tanzania per proseguire la sua opera di assistenza e di promozione. Era sempre rimasta legata ai missionari Saveriani in Burundi, dove aveva fatto ritorno da due anni. Prestava il suo servizio per la promozione della donna nella missione di Buyengero, dove è stata assassinata (vedi Fides 7 ottobre 1995). (SL) (Agenzia Fides 24/7/2019)