2019 01 23 Porte aperte/Open doors sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo

MONDO - Cristiani oppressi e discriminati: oltre 4 mila uccisi in un anno PAKISTAN - Un cristiano assolto dopo un processo per blasfemia DUE TESTIMONIANZE (CONGO e SENEGAL) PER COMPRENDERE ALCUNI ASPETTI DELLA IMMIGRAZIONE
Fonte:
CulturaCattolica.it
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MONDO - Cristiani oppressi e discriminati: oltre 4 mila uccisi in un anno

Pubblicato il rapporto annuale di Porte aperte/Open doors sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo
Oltre 245 milioni di cristiani hanno subito lo scorso anno gravi persecuzioni nei loro Paesi in tutto il mondo, 4.305 persone sono state uccise per ragioni legate alla loro fede e 3150 sono state arrestate, condannate e detenute senza processo. 1847 chiese ed edifici collegati sono stati attaccati.
Corea del Nord, lo Stato più persecutorio

Sono i numeri drammatici, in costante aumento, che emergono dalla ricerca condotta dall’organizzazione internazionale Porte Aperte, che ogni anno presenta la lista ‘nera’ dei 50 Paesi - su 150 monitorati – dove i fedeli cristiani sono più oppressi, vessati, discriminati, oggetto di abusi e violenze fino ad essere uccisi, condizionati nella vita privata e pubblica, a causa della loro credo religioso. In totale, 35 Stati asiatici, 15 africani e 2 latinoamericani.

Persecuzioni ‘estreme’ in 11 Paesi
In cima alla classifica delle nazioni più illiberali sul piano religioso si conferma la Corea del Nord, dove si stima siano ancora detenuti nei campi di lavoro tra 50 e 70 mila cristiani. A seguire sono l’Afghanistan e la Somalia, a motivo di società islamiche radicalizzate e d’instabilità politica endemica e poi la Libia, il Pakistan, il Sudan, l’Eritrea, lo Yemen, l’Iran, l’India e la Siria. Ben undici Paesi, dove Porte Aperte, ha riscontrato una realtà di persecuzione “estrema” dei cristiani e di altre minoranze.

Autoritarismi, nazionalismi e radicalismo islamico
Cinque anni fa in questa categoria rientrava solo la Corea del Nord, segno di un clima persecutorio crescente in molte aree del pianeta, dovuto principalmente ad autoritarismi statali, all’accresciuta oppressione islamica e all’ascesa di nazionalismi religiosi, specie induista in India e buddista in Myanmar ma anche alle opposizioni comunista e post comunista in Cina e in Vietnam e all’intolleranza sociale verso esponenti delle Chiese che sfidano la corruzione e i cartelli della droga, in Messico e in Colombia e ancora nelle aree rurali per ragioni di antagonismi tribali.

Nigeria, strage di cristiani
Tra i continenti più a rischio di morte è l’Africa, dove in un solo Paese la Nigeria si concentra massima parte delle uccisioni di cristiani, ben 3.731 lo scorso anno. E, peggiora la situazione anche nel nord in Libia, Algeria, Egitto, Tunisia, Marocco e nel corno d’Africa in Etiopia ed Eritrea.

India, attacchi e aggressioni quotidiane
In Asia, un cristiano su tre è definibile perseguitato. La Cina, sale al 27mo posto della lista e al primo posto per il numero d’incarceramenti e l’India al 9no posto si distingue per le leggi anti-conversione approvate in otto Stati, per cui non passa giorno – denuncia Porte Aperte – senza che un cristiano o una chiesa non subisca un’aggressione in questo Paese. Nel Medio Oriente peggiora la situazione in Siria e nello Yemen. Nell’Asia centrale si segnalano Uzbekistan e Turkmenistan per attacchi a chiese e impedimenti per i cristiani a riunirsi. Nella lista compare anche la Federazione russa al 41 mo posto per alcune leggi restrittive sulla libertà religiosa e gli attacchi alle chiese in Dagestan e Cecenia.
Roberta Gisotti – Città del Vaticano RV 16 01 2018


UNA BUONA NOTIZIA
PAKISTAN - Un cristiano assolto dopo un processo per blasfemia

Il cristiano Pervaiz Masih, accusato di blasfemia il 1° settembre 2015 e processato per quel presunto reato, è stato assolto il 15 gennaio scorso ed è libero: lo comunica all’Agenzia Fides l’avvocato
Aneeqa Maria Anthony, responsabile della organizzazione pakistana “The Voice Society”, che cura l’assistenza legale e sociale di cristiani vittime di discriminazioni e ingiustizie.
“Quello di Pervaiz Masih - comunica a Fides Aneeqa Maria Anthony - è uno dei rari casi di accuse di blasfemia in cui l’imputato ha ottenuto la libertà provvisoria su cauzione. Ci sono voluti tre lunghi anni per concludere il processo. Pervaiz Masih e la sua famiglia hanno sofferto molto e hanno perso la figlia di tre anni. Secondo nostre informazioni, gli accusatori potrebbero averla uccisa, affogandola, per punire Pervaiz e la sua famiglia, data la supposta blasfemia da loro commessa contro il Profeta”. Anche la moglie dell’uomo, Zarina, è stata percossa e torturata dalla polizia durante l’interrogatorio, per indurre una confessione. Pervaiz e la sua famiglia sono dovuti rimanere nascosti durante tutti questi anni dopo essere stati accusati di blasfemia. Il tribunale ha tuttavia accolto la richiesta di assoluzione depositata dal gruppo di esperti legali della nostra organizzazione The Voce Society, anche se i denuncianti potrebbero ricorrere in appello”. Ma, pur se ora è libero e assolto dalle accuse “per i fanatici egli resta un bestemmiatore e questa accusa seguirà il suo destino”, nota l’avvocato.
L’avvocato rileva: “Pervaiz è stato rilasciato, dopo tre anni di carcere e di sofferenza, perché abbiamo dimostrato che non c’erano prove contro di lui e il suo caso è stato affrontato seriamente dalla difesa. The Voice ha fatto rilasciare molte persone dalle accuse di blasfemia in passato e continuerà ad aiutare gli innocenti anche in futuro”. Aneeqa conclude: “A nome della famiglia Pervaiz, voglio ringraziare tutti i nostri partner e donatori in tutto il mondo che hanno supportato questo caso con aiuti concreti e preghiere”.
Pervaiz Masih era stato arrestato nel distretto di Kasur il 2 settembre 2015 scorso per presunta blasfemia (vedi Fides 3/9/2015) in seguito a una controversia privata con un uomo musulmano, Haji Jamshed, sulla vendita di materiale edile. Grazie agli avvocati del team “The Voice Society”, gli era stata poi concessa la libertà su cauzione. Kasur è una delle zone più conservatrici del Punjab, ed è molto pericoloso contestare un caso di blasfemia in tale area. (PA) (Agenzia Fides 21/01/2019)

DUE TESTIMONIANZE PER COMPRENDERE ALCUNI ASPETTI DELLA IMMIGRAZIONE

CONGO RD - Giovani in fuga dalla nazione, sognando una vita migliore

La fuga dall’Africa non è finita. I giovani continuano a sognare una vita migliore in Europa. Un sogno che spesso si trasforma nell’incubo di una vita senza futuro in un campo profughi.

A confermarlo a Fides è il racconto di Padre Alberto Rovelli, trai Padri Bianchi missionari a Bukavu, nel Kivu. “Non pensavo il fenomeno fosse così diffuso qui in Congo”, osserva il religioso. “Qui tutti hanno storie molto tristi e dolorose da raccontare. Le loro storie vanno ascoltate e meditate perché ci possono insegnare moltissimo”. Secondo l’Acnur (agenzia Onu per i rifugiati), sono almeno 800mila i congolesi fuggiti dal loro Paese negli ultimi anni per cercare una vita migliore in altri Paesi. Fuggono da violenze, miseria, disoccupazione. Le loro mete principali sono Uganda (che ospita 240mila congolesi) e Burundi (80mila).
Un uomo ha raccontato a p. Rovelli che, per emigrare di nascosto dai genitori, molti giovani vendono la casa, l’auto o quanto hanno e poi partono a piedi o con mezzi di fortuna. Quando arrivano a Bujumbura (in Burundi) si vengono internati in un enorme campo profughi dove migliaia di profughi come loro sono in attesa di proseguire il viaggio verso l’Europa, l’America o anche un altro Paese africano. Non hanno documenti o, se li hanno, non garantiscono loro la possibilità di continuare il viaggio. Così cercano di procurarsene di falsi. Esponendosi così alle truffe. “Siamo venuti a sapere - continua p. Alberto - che ci sono centinaia di giovani di Bukavu che stanno aspettando da 10 anni i documenti falsi per fuggire. Spesso consegnano molti soldi a sedicenti mediatori che poi fuggono col maltolto e non si fanno più vedere. A quel punto, i ragazzi si sono messi in situazione di non ritorno: tagliati da ogni legame con la famiglia e la loro terra, non possono più ritornare a Bukavu. Ma non possono neanche proseguire. Così vivono nella disperazione”.
Secondo un altro racconto, un giovane era presentato al campo profughi di Bujumbura. “Solo per poter entrare nel campo - spiega il missionario - gli avevano chiesto mille dollari. Allora ha chiesto al responsabile del campo quanto tempo avrebbe dovuto vivere nel campo prima di andare in America. Gli ha risposto che prima di lui c’erano duemila persone (uomini, donne, ragazze minorenni), ma se portava 10.000 dollari sarebbe partito dopo 15 giorni”. Davanti a quella risposta gli è venuto meno ogni desiderio di lasciare il Congo pensando che con 10.000 dollari poteva fare qualcosa di buono rimanendo in patria.
“Dalla Repubblica democratica del Congo – conclude amaro p. Rovelli - non si portano via solo i minerali, senza nemmeno pagare le tasse. Ora si ruba anche la gioventù”. (EC) (Agenzia Fides 19/1/2018)


SENEGAL - L’immigrazione è un fenomeno che colpisce duramente l’Africa

L’immigrazione è un fenomeno che colpisce duramente l’Africa. Il continente non è solo un territorio di passaggio dei migranti verso l’Europa e il Nord America, ma è esso stesso terra di migrazione. A confermarlo, le statistiche dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Nel 2017, a livello mondiale, 258 milioni di persone hanno lasciato il proprio Paese per cercare migliori condizioni di vita altrove, ma solo il 35% ha viaggiato in direzione Sud-Nord. In Africa, 19,4 milioni di africani sono emigrati all’interno del loro continente.

“Il fenomeno della migrazione interna al continente africano è poco conosciuto - spiega Fabrizio Cavalletti del desk Africa della Caritas Italiana -. Si tratta di un fenomeno complesso all’interno del quale troviamo persone che fuggono dai loro Paesi per motivi politici, guerre, violenze, ma anche perché cercano maggiore sicurezza economica. Senza dimenticare che, ormai, assistiamo anche a un flusso di ritorno di africani che, dopo aver cercato fortuna in Europa e non essere riusciti a integrarsi, provano a rifarsi una vita nel proprio Paese o in quelli vicini”.
Per rispondere a queste esigenze, l’Arcidiocesi di Dakar e la Caritas Senegal hanno dato vita nel 1995 al Point d’Accueil pour Réfugiés et Immigrés (Pari), un centro di orientamento per le decine di migranti presenti sul territorio senegalese. Negli anni il progetto ha trovato il sostegno di alcune Caritas europee, tra le quali quella italiana. “Questa iniziativa - continua Fabrizio Cavalletti - non è stata voluta dalla Chiesa cattolica o da istituzioni europee, ma è nata per iniziativa della Chiesa locale, per rispondere a un tema sempre più avvertito in Senegal. Va ricordato che l’Africa occidentale è la meta del 79% dei migranti africani che si spostano nel loro continente”.
“Pari” è un punto di snodo di una rete complessa. Nella struttura i migranti sono accolti da operatori nazionali e internazionali (tra i quali i volontari italiani che prestano servizio civile alla Caritas) che ascoltano le loro storie e, a seconda delle loro esigenze, li indirizzano in altri centri gestiti da organizzazioni statali o internazionali. Ed è in questi centri che trovano cibo, vestiti, cure mediche. “In 23 anni sono stati assistiti 26mila migranti, provenienti da 35 nazioni - continua Cavalletti -. La maggior parte di loro ha meno di 30 anni. Molte anche le ragazze, alcune con figli. Ogni persona ha una storia e condizioni fisiche diverse. C’è chi passa dal Senegal per andare in Europa e chi si trasferisce dai Paesi vicini per cercare migliori condizioni di vita oppure senegalesi che vengono dalle campagne per trovare lavoro. Queste persone, in generale, sono in buone condizioni fisiche. Ma ci sono anche uomini e donne che rientrano da lunghi viaggi attraverso la Libia e il Niger e sono provati sia dal punto di vista fisico sia da quello psicologico”.
La Caritas Senegal, oltre alle attività di orientamento, ha dato vita a piccoli progetti in campo agricolo, commerciale e dell’allevamento, per offrire ai migranti opportunità di lavoro. “I progetti - conclude Cavalletti - intendono offrire un’opportunità a chi rimane in Senegal. Ma sempre più spesso anche chi passa dal Paese per andare a Nord ha bisogno di lavorare per non rischiare di finire nelle maglie dei traffici illegali. Questi progetti offrono un’opportunità anche a loro. Queste iniziative sono un primo, parziale, tentativo di dare una risposta al fenomeno epocale delle migrazioni. Ed è importante che la solidarietà sia nata da africani verso altri africani”.
(Agenzia Fides 28/12/2018)