2018 12 04 8 dicembre Beatificazione dei martiri di Algeria

CENTRAFRICA - Massacro di Alindao: “Oltre 60 morti, ma non sappiamo quanti siano morti nella boscaglia” dice il Cardinale Nzapalainga SIRIA - Card. Zenari: solo 700 mila cristiani, ridotti dal 10 al 3 per cento della popolazione IRAQ - prima dell’attuale regime in Iraq vivevano 1.730.000 cristiani ed ora ne sono rimasti meno di 500.000 CAMERUN - I missionari Clarettiani liberati
Fonte:
CulturaCattolica.it
Vai a "Cristiani perseguitati. Memoria e preghiera"

CENTRAFRICA - Massacro di Alindao: “Oltre 60 morti, ma non sappiamo quanti siano morti nella boscaglia” dice il Cardinale Nzapalainga

“Si sono contati 60 morti. Ma nella boscaglia quanti hanno perso la vita?” ha denunciato Sua Eminenza il Cardinale Dieudonné Nzapalainga, Arcivescovo di Bangui, dopo aver visitato Alindao la località nella sud della Repubblica Centrafricana dove il 15 novembre i guerriglieri del dell’UPC (Unité pour la Paix en Centrafrique) hanno assalito il campo di sfollati adiacente alla Cattedrale. Tra le vittime dei guerriglieri ci sono anche due sacerdoti, il Vicario generale della diocesi di Alindao, Mons. Blaise Mada, e don Celestine Ngoumbango, parroco di Mingala (vedi Fides 17/11/2018).
Parlando al quotidiano francese “Le Monde”, il Cardinale Nzapalainga racconta che gli sfollati accolti nel campo di Alindao, distrutto nell’assalto, si sono rifugiati a Ndakoto “un villaggio di appena 15 case, a 7 km da lì. I suoi abitanti non erano preparati ad accogliere 26.000 persone. Dopo una settimana la gente moriva di fame. Il 23 novembre il Programma Alimentare Mondiale ha inviato quattro camion. Dovevate vedere come la gente si gettava sui viveri. I primi giorni, ho visto persone grattare il suolo per tentare di recuperare qualche chicco di riso”.
Sulle motivazioni del massacro, il Cardinale Nzapalainga dice di avere “l’impressione che sia iniziata la guerra per il posizionamento. Nel dialogo in corso con i gruppi armati, chiunque avrà più uomini e controllerà il maggior numero di aree sarà in grado di chiedere ministeri, denaro ... Alindao è completamente controllata dall’UPC. Questo attacco è stato preparato, organizzato. Penso che questi atti siano un modo per posizionarsi in vista del dialogo con lo Stato e la comunità internazionale”.
(L.M.) (Agenzia Fides 3/12/2018)

SIRIA - Card. Zenari: solo 700 mila cristiani, ridotti dal 10 al 3 per cento della popolazione

“Candele per la pace in Siria”: Aiuto alla Chiesa che soffre lancia una campagna internazionale per soccorrere la popolazione stremata dalla guerra, specie i bambini. L’incontro è stato ospitato dell’Ambasciata polacca presso la Santa Sede.
Intervista al cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria

“Non abbiamo bisogno della guerra ma della pace”: dice un bimbo siriano nel video diffuso dalla Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre, che ha coinvolto nell’iniziativa per la pace oltre 50 mila bambini in sette città della Siria pesantemente colpite da un sanguinoso conflitto armato, che dura ormai da oltre 7 anni e che vede lo scontro di forze interne ed esterne al Paese: militari governativi e miliziani ribelli insieme ad eserciti e gruppi arrivati dall’estero. Tanto che oggi si parla delle ‘Sirie degli altri’ accanto o sovrapposte a quella governata dal presidente Assad
12 milioni sfollati in patria o fuggiti all’estero
Non ci sono numeri certi delle vittime di questa guerra: tra 350 mila e mezzo milione secondo le stime dell’Onu. Su 23 milioni di abitanti circa la metà ha abbandonato la propria casa, oltre 6 milioni e mezzo sono sfollati all’interno del Paese e 3 milioni vivono in aree sotto assedio o inaccessibili mentre 5 milioni e mezzo sono fuggiti all’estero. In questo scenario drammatico sono rimasti in patria solo 700 mila cristiani, ridotti dal 10 al 3 per cento della popolazione.

Il Papa accende un cero e prega per la “pace nell’amata Siria”
Fiammelle di speranza per disperdere le tenebre
Da qui l’invito pressante del Papa rivolto all’Angelus, nella prima domenica d’Avvento, tempo di speranza, accendendo una candela per la pace in Siria: “tante fiammelle di speranza – ha detto - disperdano le tenebre della guerra!” Una guerra che ancora incombe, dichiara il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, fortemente precoccupato per una pace che non arriva.
(Roberta Gisotti – Città del Vaticano RV 03 12 2018)

IRAQ - Sako: “Ecco il risultato di 15 anni di persecuzione in Iraq”

Il vescovo di Bagdad, Sako in visita a Torino: “L’obiettivo dell’islam politico è svuotare la regione mesopotamica dalla presenza cristiana”. Lo scopo si sta raggiungendo visto che prima dell’attuale regime in Iraq vivevano 1.730.000 ed ora ne sono rimasti meno di 500.000. Gli attacchi contro i cristiani sono stati gravi ed estremamente dannosi. Ecco i risultati degli ultimi 15 anni di violenza: 61 chiese bombardate,1224 cristiani uccisi e 23mila case sequestrate.

Il 12 novembre a Torino Sua Beatitudine il card. Raphael Sako, vescovo di Baghdad, intervenendo ad un convegno organizzato dal Centro Federico Peirone e da Aiuto alla Chiesa che Soffre, ha ricordato con vigore che “cancellare i cristiani dal Medio Oriente è come tagliare le radici dell’albero che è la Chiesa” perché il cristianesimo proprio in quell’area ha visto le sue origini e la sua prima espansione. “L’obiettivo dell’islam politico è svuotare la regione mesopotamica dalla presenza cristiana” e lo scopo si sta raggiungendo visto che prima dell’attuale regime in Iraq vivevano 1.730.000 ed ora ne sono rimasti meno di 500.000.
“La comunità cristiana è riunita in 14 chiese ufficialmente riconosciute dallo stato – continua il Card. Sako - tra cui i più numerosi sono caldei, seguiti dai siro-cattolici e dai siro-ortodossi, mentre altri gruppi, quali gli assiri, gli armeni, i melchiti e i protestanti hanno pochi fedeli”.
Ma quali le cause di questo calo? Diverse ma ugualmente gravi: dopo 13 anni di embargo economico a seguito della guerra contro l’Iraq, oggi si assiste ad un crescendo di “emarginazione della componente cristiana” anche con “leggi ingiuste come quella che obbliga i minori a diventare musulmani quando uno dei genitori diventa musulmano”. Non meno vessatoria è l’opera di “decine di milizie, gruppi armati e gruppi estremisti, autori di crimini (rapimenti, minacce e ricatti) e responsabili del sequestro dei beni immobiliari e dei fondi economici. Gli attacchi contro i cristiani sono stati gravi ed estremamente dannosi. Ecco i risultati degli ultimi 15 anni di violenza: 61 chiese bombardate – l’attacco più drammatico è stato contro la cattedrale siro-cattolica di Bagdad, dedicata a Nostra Signora del Perpetuo Soccorso. Il 31 ottobre 2010, mentre si celebrava la Santa Messa domenicale, i terroristi sono entrati nella cattedrale uccidendo due giovani sacerdoti e altre 58 persone. Il numero complessivo dei cristiani uccisi dal 2003 al 2018 è di 1224, tra cui alcuni membri del clero. Sono state sequestrate 23.000 case e proprietà immobiliari dei cristiani, ed oggi c’è una campagna per espellerli dal posto di lavoro.”
Tra i momenti più forti non si può dimenticare la tragica invasione di Mosul e dei villaggi della piana di Ninive tra giugno e agosto del 2014 quando 120.000 cristiani furono costretti a lasciare case, beni mobili ed immobili, nelle mani dei soldati dell’Isis pena la morte o la conversione all’islam.
Oggi che l’Isis non c’è più, circa 8.000 famiglie cristiane sono rientrate nella zona. In Medio Oriente i cristiani sono forti, hanno patito persecuzioni fin dalle origini ma sono rimasti saldi nella loro missione di evangelizzare il mondo. Oggi hanno “bisogno di garanzie per poter rimanere nelle loro terre, per dare un seguito alla loro storia millenaria, per convivere con i loro connazionali.

CAMERUN - I missionari Clarettiani liberati dopo il sequestro: “Abbiamo pensato ai martiri”

E’ duplice lo stato d’animo dei missionari rapiti, e poi rilasciati, nella regione anglofona del Camerun. In un messaggio, pubblicato sul sito della Congregazione, esprimono il loro ringraziamento per la solidarietà ricevuta. Ma sono anche preoccupati e in ansia per il loro austista, non ancora rilasciato. “Nei momenti più difficili - si legge nel messaggio - abbiamo pensato ai martiri della Congregazione”. In questi giorni drammatici, aggiungono, abbiamo sentito “il calore delle preghiere”. I missionari liberati sono: p Giuda Taddeo Langhe, Prefetto dell’Apostolato e Direttore di “Pubblicaciones Claretianas del Camerun; p. Placide Muntong Gweh, e lo studente Abel Fondem Ndia, e infine anche p.Yene Anaclet. I Clarettiani erano stati rapiti lo scorso 23 novembre dai secessionisti presenti nella zona anglofona del paese, mentre si dirigevano verso Munyenge per fornire aiuti umanitari alle vittime del conflitto nella zona.

Un laico ancora in ostaggio
I missionari rilasciati attualmente si trovano nella parrocchia di Douala. Tre clarettiani erano stati rapiti lo scorso 23 novembre. Successivamente, era stato sequestrato anche un sacerdote che aveva intavolato trattative con i rapitori per negoziare il rilascio dei propri confratelli. La speranza è che a loro si possa aggiungere, prima possibile, anche l’autista.
Preghiere per l’autista
Padre Joseba Kamiruaga Mieza, segretario generale dei clarettiani, esprime la propria gioia per la liberazione dei 4 missionari. Dopo il rilascio, sottolinea padre Kamiruaga, hanno chiesto di continuare a pregare per il loro autista. Attualmente, sono in corso delle trattative. I rapitori hanno chiesto un riscatto. La regione anglofona del Camerun, teatro del sequestro, è scossa da violenze a causa di un conflitto armato tra l’esercito governativo e miliziani separatisti. (Ascolta l’intervista con padre Joseba Kamiruaga Mieza)

Missionari in difesa della vita
Il bilancio delle vittime è pesantissimo. Solo la scorsa settimana, sono morte almeno 60 persone. Gli sfollati sono oltre 450 mila. In questa terra martoriata, conclude padre Kamiruaga, la vita umana per alcuni sembra avere meno valore. Ma la vita è sacra, è “la prima parola di Dio”. Noi, conclude, restiamo vicini al popolo del Camerun che soffre.
(AP) (30/11/2018 Agenzia Fides)

8 dicembre: Beatificazione dei martiri di Algeria

Riproponiamo qualche brano del bellissimo articolo di Chiara Zappa (in Avvenire mercoledì 7 novembre 2018)

Non solo Tibhirine: le storie dei diciannove martiri d’Algeria
Verranno beatificati l’8 dicembre. Rappresentano il dono dei cristiani che fra 1994 e 1996 non vollero lasciare il Paese, travolto dal terrorismo.

«Non hanno ucciso lui, hanno ucciso noi». Per gli adolescenti che frequentavano la biblioteca di via Ben Cheneb, nella casbah di Algeri, l’assassinio di fratel Henri Vergès, freddato insieme a suor Paul-Hélène Saint-Raymond proprio nei corridoi di quell’edificio colmo di libri, in cui per anni i due religiosi erano stati a fianco degli studenti del quartiere, fu uno shock indicibile. Ma ormai, era l’8 maggio 1994, era chiaro che la spirale di violenza in cui era sprofondato il Paese, lacerato dal conflitto tra il governo e i fanatici islamisti, si preparava a inghiottire anche la piccola Chiesa algerina.

Solo pochi mesi prima, il primo dicembre 1993, era scaduto l’ultimatum lanciato dal Gia, Gruppo islamico armato, che aveva promesso di mettere nel mirino qualunque straniero che si fosse ostinato a rimanere in Algeria. Molti religiosi, pressati dalle ambasciate, con la morte nel cuore avevano accettato di andarsene. Qualcuno, tuttavia, in seguito a un lacerante discernimento destinato a ripetersi periodicamente, aveva deciso di restare al fianco dell’amato popolo algerino, la prima vittima della violenza furiosa: in quegli anni perirono in centocinquantamila tra cui intellettuali, imam, donne, bambini. Per tenere viva una flebile fiammella di speranza e di umanità. Per testimoniare fino alla fine, se necessario, la loro amicizia con Gesù e quindi con la gente.

Fanno parte di questi uomini e donne di Dio i diciannove martiri d’Algeria che saranno dichiarati beati l’8 dicembre a Orano. Le loro vite, prima ancora che le loro morti, sono raccontate dal monaco trappista Thomas Georgeon, postulatore della causa di beatificazione, e dal giornalista Christophe Henning nel libro «La nostra morte non ci appartiene». La storia dei 19 martiri d’Algeria, (EMI).

Suor Caridad Álvarez Martín e suor Esther Paniagua, spagnole, agostiniane missionarie, uccise a colpi di pistola mentre andavano a messa il 23 ottobre 1994, erano un punto di riferimento per il quartiere di Bab el-Oued: si prendevano cura dei bimbi disabili e di tutti i bisogni delle famiglie. (…)
La stessa solidarietà mostrata dalle migliaia di persone accorse solo due mesi dopo, era il 27 dicembre, ad accompagnare al cimitero di Tizi Ouzou i quattro padri bianchi (i francesi Jean Chevillard, Alain Dieulangard e Christian Chessel e il belga Charles Deckers) assassinati nel cuore della Cabilia, dove sorgeva da tempo la loro minuscola comunità.
(…)
La scia di sangue non si ferma. Il 3 settembre 1995, ad Algeri, la furia estremista si abbatteva su suor Bibiane Leclercq e suor Angèle-Marie Littlejohn, colpite a morte per strada, al ritorno dalla messa. Le due religiose francesi, missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, erano in Algeria da 35 anni. Insegnavano le tecniche tradizionali di ricamo alle ragazze sfavorite di una zona povera della capitale. «Percorrevano spesso il nostro quartiere per andare al mercato, e quando ci passavano vicino dicevamo loro: “Buongiorno, mamme”», racconta un testimone.

La frequentazione con le famiglie locali, tuttavia, non celava ai religiosi cristiani le gravi contraddizioni della realtà in cui erano immersi. Suor Odette Prévost, piccola sorella del Sacro Cuore, francese, massacrata il 10 novembre, viveva a Kouba da quasi trent’anni (…)

Come scriveva poche settimane prima del suo rapimento Christian de Chergé, il priore di Tibhirine: «La nostra morte è inclusa nel dono, non ci appartiene». Proprio i sette monaci trappisti dell’Atlas, portati via con la forza la notte del 26 marzo 1996 dal monastero arrampicato sul monte che era diventato luogo spirituale per eccellenza, non solo per i cristiani (qui si tenevano gli incontri del Ribât es-Salâm, fondamentale esperienza di dialogo e amicizia con i musulmani), rappresentano l’emblema di quel martirio d’Algeria che ora si avvia agli Altari. Perché a Tibhirine «è una testimonianza collettiva a vocazione universale che gli assassini hanno voluto mettere a tacere».

Per questo, dopo il ritrovamento dei resti dei monaci sul ciglio della strada verso Notre Dame de l’Atlas (il 21 maggio), quando il testamento di fratel Christian si trasforma in una delle pagine spirituali più note del XX secolo, il priore di Tibhirine diventa il portavoce non solo dei compagni massacrati con lui, i fratelli Christophe Lebreton, Luc (Paul Dochier, l’anziano medico), Michel Fleury, Bruno (Christian Lemarchand), Célestin Ringeard e Paul Favre-Miville, ma anche di tutti gli altri martiri d’Algeria. Tra cui anche monsignor Claverie, ultimo sacrificato (il primo agosto) di quella Chiesa donata, il cui sangue, sulla soglia di casa sua, si mescola con quello del carissimo amico musulmano Mohamed Bouchikhi.(…)

Scriveva fratel Christian nel suo testamento: «Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese. Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato». Questa beatificazione è un segno per tutti.