2018 07 04 REPUBBLICA CENTRAFRICANA - assassinio di padre Firmin Gbagoua

2018 07 04 REPUBBLICA CENTRAFRICANA - assassinio di padre Firmin Gbagoua NIGERIA - «Sono islamici». Imam salva 262 cristiani MADAGASCAR - Un cardinale denuncia: “il paese invaso da islamisti radicali” TESTIMONIANZA - Una suora missionaria: “Di lebbra si muore ancora”
Fonte:
CulturaCattolica.it
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REPUBBLICA CENTRAFRICANA - assassinio di padre Firmin Gbagoua

La violenza nella Repubblica Centrafricana ha fatto una nuova vittima.
Si tratta dell’abate Firmin Gbagoua, vicario generale della diocesi di Bambari, assassinato venerdì 29 giugno.

La testimonianza di p. Bondobo: nessuno è al sicuro ma la Chiesa non resterà in silenzio
Prima di essere brutalmente assassinato con un colpo di pistola allo stomaco, alle 19 di venerdì 29 giugno, padre Firmin Gbagoua, vicario generale della diocesi di Bambari era stato a cena nell’arcivescovado, con altri confratelli. Ma padre Firmin è solo l’ultima vittima della violenza efferata che attraversa tutta la Repubblica Centrafricana. Secondo padre Mathieu Bondobo, rettore e parroco della cattedrale di Nostra Signora dell’Immacolata Concezione a Bangui, intervistato da Hélène Destombes, “nessuno è protetto, nessuno nel Paese è al sicuro ma la Chiesa non ha intenzione di tacere”, per quanto ora viva un momento di profonda tristezza.

Gli scontri
I combattimenti tra gruppi armati e milizie di autodifesa dal 2013 ad oggi sono in forte aumento soprattutto nel Nord del Paese. Nel mirino degli scontri ci sono religiosi e missionari, i Caschi blu dell’Onu, i volontari e spesso interi villaggi e case vengono dati alle fiamme e molti abusi vengono commessi a danno di minori e donne. Padre Mathieu Bondobo, non nasconde il dolore di tutta la comunità religiosa, ma esorta anche le autorità ad agire con fermezza.

Il dolore della Chiesa
“La Chiesa in Centrafrica – ha aggiunto il sacerdote - è in tristezza e dolore per la morte di don Firmin Gbagoua... Gli hanno sparato un colpo nello stomaco ed è morto in conseguenza a questa grave ferita. Questa situazione viene a complicare ulteriormente la vita in Centrafrica, perché tutti noi da tanto tempo parliamo di pace, parliamo della coesione sociale e questo uomo di Dio, che cosa ha fatto di male? E’ uno di quelli che nella diocesi di Bambari ha sempre parlato in favore della pace e ha sempre detto la verità! E questo è una prova ulteriore del fatto che la pace è una sfida grande, in Centrafrica; e che quelli che hanno le armi, quelli che uccidono, quelli che fanno del male sono ancora lì, nella città di Bambari, che non sono mai andati via. Recentemente abbiamo sentito dire che Bambari è una città tranquilla, che a Bambari non ci sono più armi: è una menzogna! La prova è che don Firmin è stato ammazzato”.

La preoccupazione dei vescovi
Questo aumento della violenza preoccupa naturalmente anche i vescovi centroafricani. In una lettera pubblicata alla fine della loro assemblea straordinaria, il 24 giugno, l’episcopato aveva notato “con stupore e amarezza”, l’arrivo di “nuovi mercenari che rendono difficile risolvere la crisi”. “L’impunità e l’amnistia che alcuni stanno cercando di imporci non ci porterà pace”, hanno scritto, riferendosi ai molti accordi che, secondo loro, avrebbero addirittura favorito le milizie. “Ricordiamo al governo, alla comunità internazionale e ai gruppi armati che l’autorità dello Stato non è negoziabile e che non può essere soggetta a nessun tipo di contrattazione”, hanno affermato i presuli. (Cecilia Seppia - RV 30 06 2018)

NIGERIA - «Sono islamici». Imam salva 262 cristiani

Fuggivano dalla persecuzione dei fulani. Per proteggerli li ha accolti nella moschea del suo villaggio

«Non ci ho pensato due volte prima di agire». Comincia così il racconto di un imam nigeriano che è riuscito a salvare centinaia di cristiani durante gli ultimi attacchi nello Stato centrosettentrionale di Plateau. A rischio della sua vita, il leader musulmano ha fatto da scudo umano a 262 persone.

«Ho visto la gente fuggire dai villaggi situati nella vicina località di Barikin Ladi», spiega l’imam, la cui identità non è stata rivelata per ragioni di sicurezza. «Inizialmente ho deciso di portare donne e bambini in casa mia per nasconderli. Poco dopo mi sono diretto verso gli uomini – ha spiegato – e ho scelto di trasferirli tutti nella moschea del mio villaggio di Nghar Yelwa». La settimana scorsa, una serie di combattimenti fra diverse comunità ha provocato oltre 80 morti in tre regioni del Plateau, tra cui Barikin Ladi. Diversi gruppi di coltivatori, principalmente sedentari, si sono scontrati per giorni con i pastori provenienti dalla comunità semi-nomade dei fulani, in gran parte di fede musulmana. «Alcuni uomini armati mi hanno chiesto di separare i cristiani dai musulmani che erano dentro la mia moschea – ha riferito l’imam al giornale nigeriano “The Sun” –. Mi sono inginocchiato davanti a loro e gli ho detto che erano tutti musulmani».

L’episodio è avvenuto domenica scorsa, ma solo ieri la stampa ha cominciato a parlarne.(…)

Un uomo sopravvissuto grazie al coraggio dell’imam ha detto di aver perso un figlio negli scontri, mentre un altro testimone ha riferito di aver visto una fossa comune con dentro oltre 60 vittime.
(…)
Matteo Fraschini Koffi sabato 30 giugno 2018 Avvenire

MADAGASCAR - Un cardinale denuncia: “il paese invaso da islamisti radicali”

Il neo cardinale del Madagascar, Désiré Tsarahazana, ha esortato ad agire per evitare che le moschee crescano come funghi ed ha denunciato un abuso che riguarda diverse donne, forzate ad indossare abiti musulmani

In Madagascar “l’aumento dell’islamismo è palpabile! È visibile! È un’invasione”. È questo il grido dall’allarme che arriva dal neo cardinale 64enne Désiré Tsarahazana.
L’arcivescovo metropolita di Toamasina e Presidente della Conferenza Episcopale del Madagascar (che copre 22 diocesi), il 20 maggio scorso è stato nominato cardinale da Papa Francesco e sarà elevato alla dignità cardinalizia in Vaticano durante il concistoro del prossimo 28 giugno.
Attraverso una lunga intervista concessa all’Ayuda a la Iglesia Necesitada, la filiale spagnola della fondazione di diritto pontificio Aiuta la Chiesa che soffre, l’arcivescovo malgascio ha ricordato che con i soldi dei paesi del Golfo e del Pakistan, si “comprano le persone”, nel senso che vari giovani della quarta più grande isola del mondo vanno a studiare in Arabia Saudita e quando tornano in Madagascar “agiscono come magneti” attirando, anche con il denaro, l’interesse di altre persone verso l’Islam.
Nel nord del paese, ha detto Tsarahazana (lui è nato nel nord-est dell’isola, ad Amboangibe, da dove proviene l’80% della vaniglia del mondo), “le donne ricevono denaro per indossare il velo integrale (burka) per strada, per dare visibilità all’espansione dell’Islam nel paese. Di notte le donne tornano ad indossare i loro vestiti normali”.
Nonostante il 45% dei malgasci sia di religione cristiana (cattolici e protestanti in parti uguali), l’Islam radicale si sta diffondendo. Nella diocesi di Toamasina, che serve oltre mezzo milione di cattolici, si stanno costruendo moschee ovunque, anche se non ci sono abbastanza musulmani.
Il cardinale parla di un progetto legato alla costruzione di oltre 2.600 moschee in varie località del Madagascar e svela che “una o due volte alla settimana la compagnia aerea Turkish Airlines porta gruppi di musulmani che si stabiliscono nel paese. Anche in campagna. Non si sa cosa vadano a fare lì, ma si installano nei vari territori e non tornano più nel loro paese”. Dunque masse musulmane provenienti dalla Turchia preoccupano non poco i cristiani locali.
Il cardinale si è dichiarato preoccupato di una deriva radicale dell’Islam importato. “Al momento non ci rendiamo ancora conto, ma non sappiamo cosa ci porterà il futuro. Con l’aumentare del numero dei fondamentalisti ci si può chiedere quando mostreranno veramente il loro volto, e questo ci preoccupa davvero”. (Matteo Orlando - Mar, 26/06/2018 Ilgiornale.it)

TESTIMONIANZA

MADAGASCAR - Una suora missionaria: “Di lebbra si muore ancora”

In Madagascar, la lebbra non è sparita e fa ancora numerose vittime. Da oltre mezzo secolo, Marie Alleyrat, religiosa francese delle Suore della Divina Provvidenza di Saint Jean, trascorre la sua vita insieme ai lebbrosi malgasci nell’ex lebbrosario Ilena non lontano da Fianarantsoa. Ne ha visti moltissimi. Molti di essi li ha curati. Altri li ha aiutati a lenire le sofferenze di una malattia che evoca epoche antiche ma che è ancora ben presente.
“La nostra struttura – spiega a Fides la suora - è stata fondata da missionari norvegesi nel 1898 ed è rimasta sotto la gestione della Chiesa fino al termine della colonizzazione francese. Poi è passata alla gestione dallo Stato che ha inviato qui numerosi medici e infermieri. A un certo punto, il ministero della Salute li ha però trasferiti in una struttura più moderna e questo ospedale è stato di fatto abbandonato. Alcuni anni fa però, i sacerdoti camilliani l’hanno riaperta e le attività di assistenza sono riprese”.
Secondo l’Istituto Pasteur, la lebbra colpisce quasi tre milioni di persone al mondo. Nel 2017, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato 1.500 nuovi casi in Madagascar. “Molti pazienti muoiono ancora – osserva suor Alleyrat -. Sono i più poveri che non hanno accesso alle cure o arrivano troppo tardi negli ospedali. Muoiono per gli effetti della patologia o perché sono così deboli da non essere più capaci di contrastare malattie opportunistiche”. Eppure il morbo di Hansen oggi può essere curato grazie a terapie appositamente elaborate in anni di studi. E messi a disposizione dallo Stato malgascio.
“Quando i pazienti vengono da noi per problemi di pelle - osserva la religiosa – sono visitati attentamente e, se trovati positivi alla lebbra, viene loro consigliata una terapia. Solitamente non vengono ricoverati e, se prendono con costanza i farmaci, in sei mesi guariscono e ritornano alle loro attività”.
Nelle vecchie strutture del centro rimangono i vecchi pazienti, quelli che hanno subito malformazioni e mutilazioni tali che non possono più tornare a casa. “Sono ancora una ventina pazienti gli ex pazienti che non possono più tornare a casa – osserva la suora -. La loro è una condizione molto triste. Sono mutilati, non hanno le mani o i piedi o sono diventati ciechi. Non hanno una famiglia, né terra, né risorse per vivere. Non possono e non sanno dove tornare. Rimangono qui e noi li seguiamo quotidianamente”. (EC) (Agenzia Fides 30/6/2018)