2018 06 20 PAKISTAN - Asia Bibi 3300 giorni in carcere perché cristiana. SPECIALE ABORTO

«Asia Bibi, condannata due volte dal nostro silenzio» 3300 giorni in carcere perché cristiana
Il 19 giugno è il nono anniversario dell’arresto della donna cattolica condannata all’impiccagione in Pakistan
Fonte:
CulturaCattolica.it
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«Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle donne di buona volontà dalla mia cella senza finestre, nel modulo di isolamen­to della prigione di Sheikhupura, in Pakistan, e non so se leggerete mai questa lettera. Sono rinchiusa qui dal giugno del 2009». Sono passati quasi sei anni dal dicembre del 2012, quando i giornali diffusero l’appello di Asia Bibi, (…)
«Sono sposata con un uomo buono che si chiama Ashiq Masih. Abbia­mo cinque figli, benedizione del cielo: un maschio, Imran, e quattro ragazze, Nasima, Isha, Sidra e la piccola Isha. Voglio soltanto tornare da loro», ma i giornali si sono dimenticati di lei, di quella donna che «per qualche tempo ha ricevuto la solidarietà di molte organizzazioni umanitarie, e ovviamente del Vaticano. Dopo un po’ la campagna in suo favore è però venuta a noia. La difesa di una donna cristiana non si porta molto, sa di vecchio, non attira, non è cool. E perciò Asia Bibi se ne sta in galera da quasi 3.300 giorni condannata nel silenzio e nell’indifferenza». Così Pierluigi Battista nel suo editoriale sul Corriere dei 17 giugno “Asia Bibi in cella da 3.300 giorni”.

«L’ABBIAMO DIMENTICATA». Ci voleva un laico per accendere ancora una volta la luce su quella cella e mostrare spietatamente «quello che non vogliamo vedere. E cioè una donna dimenticata dalla corrente mainstream e con lei una parte di noi. (…)
Perché chi grida pietà per tutti i migranti non si impietosisce davanti a una donna e madre condannata per non aver fatto nulla? Il silenzio, è il motivo per cui ho scritto alla vigilia di questo mostruoso anniversario, questo numero spaventoso di giorni trascorsi in una cella da innocente che svela tutta la nostra ipocrisia e doppiezza morale: i martiri sono sempre gli altri, della sorte dei cristiani perseguitati, di chi ci è più prossimo come Asia Bibi, non interessa a nessuno».

ACCUSE DI BLASFEMIA. Faceva caldo quel 14 giugno del 2009, Asia Bibi, madre di cinque figli, lavorava nei campi come sempre. Era andata a prendere dell’acqua da un pozzo per ristorarsi e poi l’aveva offerta alle donne musulmane che lavoravano con lei. Per tutta risposta, loro l’accusarono di avere infettato la fonte. Perché lei, in quanto cristiana, era, è, un’infedele. Asia Bibi aveva allora respinto quell’appellativo e si era rifiutata di convertirsi all’islam, spiegando quanto fosse grande tutto quello che Dio aveva fatto per lei nella vita. Le donne l’avevano accusata di blasfemia per insulti al profeta Maometto e, in capo a cinque giorni, il 19 giugno, il mullah musulmano Qari Muhammad Sallam aveva formalizzato l’accusa davanti alla polizia.

DUE UOMINI GIUSTI. «Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nella mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha offerto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho ringraziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta onestà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musulmana», racconta Asia Bibi nella sua lettera, ricordando due uomini giusti morti ammazzati che chiesero per lei giustizia e libertà: Salman Taseer, governatore del Punjab, assassinato il 4 gennaio 2011 da un membro della sua scorta, e il ministro Shahbaz Bhatti, che venne circondato nella sua auto e fu ucciso con ferocia.

«Povera Asia Bibi, condannata a morte e dimenticata anche da noi, colpevole di essere donna e cristiana». Perché il suo essere donna non passi in secondo piano, spiega Battista, bene anzi benissimo ha fatto Acs ad accendere un faro per le donne che hanno subito violenze a causa della loro fede rivolgendosi con una lettera aperta alle donne del mondo dello spettacolo che hanno denunciato lo scandalo delle molestie in Occidente, «ma che non sia occasione questa per dare luogo a ulteriori distinguo che non aiutano nessuno». (…)
«Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle donne di buona volontà», «sono passati quasi 3.300 giorni, quanti ne dovrà scontare ancora Asia Bibi – chiede Battista – e a chi importa?».
(Giugno 12, 2018 Caterina Giojelli TEMPI)

SPECIALE ABORTO

La famiglia è una sola, ha detto il Santo Padre, e l’aborto è l’omicidio di un innocente.
Papa Francesco 16 giugno Forum delle Associazioni familiari italiane

“Il dono più grande che ha dato Dio all’umanità è la famiglia. Perché, dopo il racconto della creazione dell’uomo, Dio fa vedere che creò l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza. E Gesù stesso, quando parla del matrimonio, dice: ‘L’uomo lascerà il padre e la madre e con sua moglie diventeranno una sola carne’. Perché sono immagine e somiglianza di Dio. Voi siete icona di Dio: la famiglia è icona di Dio. L’uomo e la donna: è proprio l’immagine di Dio. Lui lo ha detto, non lo dico io. E questo è grande, è sacro.”
“Oggi – fa male dirlo – si parla di famiglie ‘diversificate’: diversi tipi di famiglia. Sì, è vero che la parola ‘famiglia’ è una parola analogica, perché si parla della ‘famiglia’ delle stelle, delle ‘famiglie’ degli alberi, delle ‘famiglie’ degli animali… È una parola analogica. Ma la famiglia umana come immagine di Dio, uomo e donna, è una sola. È una sola”.

Nella nostra epoca, la lotta per difendere la vita e la famiglia è centrale. Il 15 giugno, il Corriere della Sera, edizione online, legava l’approvazione della legge che ha legalizzato l’aborto in Argentina alla concessione di un prestito da 50 miliardi di dollari da parte del Fondo monetario internazionale per salvare la disastrata situazione del Paese di Papa Bergoglio, dopo la denuncia di un sacerdote argentino, don José Maria di Paola, fatta davanti al Congresso del Paese poche ore prima della votazione che avrebbe approvato la legge.
Non è un mistero che gli sforzi economici e i ricatti che molti “poteri forti” internazionali hanno fatto e continuano a fare, per imporre ai governi del mondo l’aborto e l’agenda gender come diritti, siano partiti dalle conferenze dell’ONU de Il Cairo nel 1994 e di Pechino nel 1995.

La notizia è stata ripresa anche da Avvenire che riporta le dichiarazioni del sacerdote

Voto in Parlamento. «L’aborto in Argentina lo vuole il Fondo monetario»
Lucia Capuzzi, lunedì 11 giugno 2018 Avvenire

Audizione choc di padre Pepe Di Paola, il celebre “cura villero” tra i poveri di Buenos Aires, alla vigilia del voto del Parlamento che il 14 giugno deve scegliere se cambiare la legge sull’aborto.
(…)
«Negli ultimi 50 anni questo gruppo di sacerdoti delle villas (baraccopoli) è stato testimone di molte proposte di morte. Sono morti catechisti, religiosi e sacerdoti, uccisi dalla dittatura, dal traffico di armi e droga e continuano a morire adolescenti e giovani. Non abbiano necessità di aggiungere altre morti!». Insolitamente, padre Pepe Di Paola ha scelto di leggere il suo intervento per riuscire a concentrarlo nei tempi stretti delle audizioni presso le commissioni parlamentari a Buenos Aires. Sessioni in cui esperti di vario orientamento e settore sociale sono stati chiamati a dare il proprio parere sul progetto di legge che prevede la legalizzazione dell’aborto nelle prime quattordici settimane di gravidanza. Tra questi, il 31 maggio, i legislatori hanno ascoltato il più noto dei curas villeros, preti impegnati nelle baraccopoli della capitale. Padre Pepe, appunto. In un discorso di sette minuti, il sacerdote, collegato in video-conferenza, con la vis polemica che lo caratterizza, non ha risparmiato critiche al progetto di legge presentato dal governo di Mauricio Macri, il cui voto in aula è previsto per mercoledì prossimo. Di Paola lo ha fatto, però, sollevando obiezioni inattese. Per padre Pepe è «molto più femminista rivendicare i diritti della donne e proteggere la vita – attraverso aiuti come il sussidio alle mamme ideato dal precedente esecutivo e eliminato dall’attuale – piuttosto che sopprimerla».
«Non è che molti legislatori e funzionari impegnati nel sociale si sono ormai rassegnati e hanno smesso di cercare soluzione reali per aiutare le donne povere ad affrontare la loro dura quotidianità o i bimbi abbandonati o schiavizzati dal narcotraffico?».
Non solo. Il prete villero ha messo in relazione la depenalizzazione dell’aborto – non inclusa nel programma con cui il presidente Macri è stato eletto nel 2015 – con la recente richiesta di aiuto del governo al Fondo monetario internazionale (Fmi).
Non è casuale – ha sottolineato – la concomitanza dei due provvedimenti. «Aborto è sinonimo di Fmi, le guste o no al mondo conservatore il quale vede di buon occhio che i poveri abbiamo meno figli, o nessuno», ha affermato ricordando come campagne abortiste siano state sostenute in passato da Robert McNamara, «ex segretario di Stato Usa, responsabile dei bombardamenti più brutali in Vietnam» e dai Rockefeller.
Poi il sacerdote ha lanciato una provocazione ai settori progressisti. «Sventolate le bandiere di una presunta libertà della donna di disporre del proprio corpo, però sembrate ignorare che questo genocidio è ispirato e promosso dal Fmi. I nostri quartieri hanno necessità di proposte di vita degne e di una società che protegga i più deboli, non che li scarti come rifiuti tossici».
Il 16 marzo l’équipe dei curas villeros – una trentina di preti – aveva espresso un severo giudizio sulla depenalizzazione dell’aborto: «Noi optiamo per la vita come viene, senza sfumature. Specialmente per la vita minacciata in qualunque forma», e «questa opzione la confermiamo con azioni comunitarie concrete, che realizziamo nei nostri quartieri, affinché si viva bene e con dignità».

La legge è stata poi approvata per soli quattro voti alla Camera. Ora è al Senato.
E i vescovi argentini scrivono:

Vescovi argentini: dolore per legge su aborto che dimentica gli innocenti

“Si tratta di una decisione che ci fa soffrire come argentini. - affermano i vescovi in un messaggio - Ma il dolore per la dimenticanza e l’esclusione di persone innocenti, deve divenire fortezza e speranza, perchè si possa continuare a lottare per la dignità di ogni vita umana”.
Il Senato elabori “progetti alternativi”
Messaggio della Conferenza episcopale argentina (Cea) dopo l’approvazione da parte della Camera dei Deputati, avvenuta ieri, della legge sulla depenalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza. Nel comunicato, firmato dalla Commissione esecutiva della Cea e dalla Commissione per i laici e la famiglia dell’episcopato, i vescovi sostengono “la necessità di un dialogo sereno e di una riflessione nel dibattito parlamentare che prosegue” e hanno avvertito che “vivere il dibattito come una battaglia ideologica ci allontana della vita delle persone concrete. Se cerchiamo di imporre la nostra idea o interesse e mettere a tacere altre voci, si continua a riprodurre violenza nel tessuto della nostra società”.

La legge genera un altro trauma alle donne
Purtroppo, affermano i vescovi, “si continua a non avere risposte per le donne che devono portare avanti una gravidanza non attesa, che sono esposte alla povertà, alla marginalità sociale e alla violenza di genere”. Con la legge approvata ieri, “si genera solamente un altro trauma, l’aborto. Continuiamo ad arrivare in ritardo”.

Riconoscere il valore di ogni vita e della coscienza
Il dibattito in Senato, si legge ancora nel comunicato, “potrebbe offrire l’occasione per poter elaborare progetti alternativi, che siano in grado di rispondere alle situazioni di conflitto, nel riconoscimento del valore di ogni vita e della coscienza”. (…) Radio vaticana 15 giugno 2018

Ritorniamo a ciò che il Papa ha detto al Forum delle associazioni contro gli aborti selettivi:

“I figli sono il dono più grande. I figli che si accolgono come vengono, come Dio li manda, come Dio permette – anche se a volte sono malati. Ho sentito dire che è di moda – o almeno è abituale – nei primi mesi di gravidanza fare certi esami, per vedere se il bambino non sta bene, o viene con qualche problema… La prima proposta in quel caso è: ‘Lo mandiamo via?’. L’omicidio dei bambini. E per avere una vita tranquilla, si fa fuori un innocente.

“Quando ero ragazzo, la maestra ci insegnava storia e ci diceva cosa facevano gli spartani quando nasceva un bambino con malformazioni: lo portavano sulla montagna e lo buttavano giù, per curare ‘la purezza della razza’. E noi rimanevamo sbalorditi: ‘Ma come, come si può fare questo, poveri bambini!’. Era un’atrocità. Oggi facciamo lo stesso. Voi vi siete domandati perché non si vedono tanti nani per la strada? Perché il protocollo di tanti medici – tanti, non tutti – è fare la domanda: ‘Viene male?’. Lo dico con dolore. Nel secolo scorso tutto il mondo era scandalizzato per quello che facevano i nazisti per curare la purezza della razza. Oggi facciamo lo stesso, ma con guanti bianchi”.
(Papa Francesco, 16 giugno, Forum delle Associazioni familiari italiane)

La strategia mondiale sull’aborto è di renderlo “normale” nella coscienza come “scelta responsabile”. E in fondo farlo sparire come problema.
Tema ripreso da un bellissimo articolo di Avvenire

Aborto. Il mondo orfano di 56 milioni di figli l’anno
Assuntina Morresi giovedì 14 giugno 2018 Avvenire
Gli aborti diminuiscono solo nei Paesi più sviluppati. E chi li censisce su scala globale spinge per «nascondere» la pratica

«Abortion worldwide 2017 - Uneven progress and unequal access » è il titolo dell’ultimo report sul tema, che dà l’idea delle tendenze internazionali in atto, con una chiara chiave di lettura dei dati: la legalizzazione dell’aborto è segno di progresso, ma c’è ancora molto da fare per rendere ugualmente legittimo e accessibile questo ‘servizio’ nel mondo.
Il report è redatto da una delle «principali organizzazioni di ricerca e politica, impegnata a promuovere salute e diritti sessuali e riproduttivi negli Stati Uniti e nel mondo»: è il Guttmacher Institute, nato nel 1968 grazie all’allora presidente della Planned Parenthood Federation (la potente ong americana, bandiera pro choice per eccellenza), il ginecologo Alan Frank Guttmacher, che fu anche vice presidente della American Eugenics Society.

(… l’autrice dell’articolo analizza e spiega i dati per poi concludere)

Emerge infine la spinta, fortissima, all’uso di metodi farmacologici: aumentano nel mondo, in proporzione, gli aborti nelle primissime settimane di gravidanza ‘grazie’ alla diffusione della procedura medica in luogo di quella chirurgica. Laddove non fosse disponibile la modalità ‘combinata’, con la pillola Ru486 in funzione antinidatoria e poi con prostaglandine per la successiva espulsione dell’embrione, si consiglia l’utilizzo del solo misoprostolo, una prostaglandina facilmente reperibile perché commercializzata per problemi gastrici. Un uso consigliato là dove l’aborto ha forti restrizioni, per rendere quello clandestino meno pericoloso, secondo gli autori, anche se – si ricorda – l’aborto sarà completo solo nel 75% - 90% dei casi, se nel primo trimestre.
Non si specifica nient’altro sulla procedura e su effetti avversi e collaterali, citando invece uno studio che dimostrerebbe la pari sicurezza di abortire in clinica e «nella privacy della propria casa», anche con il solo misoprostolo.
La tesi, neanche troppo implicita, è che se tutte fossero bene informate e potessero disporre facilmente di farmaci abortivi potrebbero farlo senza problemi a casa propria. E, aggiungiamo noi, il mondo non lo saprebbe mai, così che l’aborto diventerebbe invisibile.

Ma nel mondo molti non vogliono voltarsi dall’altra parte.

Anche in Italia, a Roma, dove semplici cartelli che ricordavano che l’essere umano è tale fin dal concepimento sono stati prontamente rimossi!!!

ASIA/COREA DEL SUD - Marcia per la vita: “No” alla legalizzazione dell’aborto

Seul (Agenzia Fides) - I cattolici coreani si mettono in in marcia per la difesa della vita: è questo lo spirito della “Marcia per la Vita”, manifestazione tenutasi per le strade di Seul il 16 giugno per dire “no” alla legalizzazione dell’aborto e ribadire l’impegno per la tutela della vita umana nascente.
Il popolo coreano è in attesa della decisione della Corte costituzionale sulla costituzionalità della legge che vieta l’aborto in Corea del Sud. Come appreso da Fides, i presenti alla “Marcia per la vita” hanno dichiarato la legalità e la legittimità del provvedimento e si sono detti “pronti ad opporsi all’abrogazione del divieto di abortire”, nello spirito di difendere la vita della madre e del bambino in grembo.
Giunti nella cattedrale di Seul, i dimostranti hanno ascoltato il Cardinale Andrew Yeom Soo-jung, Arcivescovo di Seul, che si è rivolto al popolo della Corea con un messaggio che invita ad accogliere e rispettare la vita. Il Cardinale Yeom ha detto: “La vita, che sembra così fragile e insignificante, ha un potere estremamente forte. Siamo tutti responsabili dei limiti e delle condizioni sociali che costringono le donne a prendere decisioni irreversibili. L’aborto, tuttavia, non è la scelta migliore e nemmeno una questione di scelta. Dovremmo cercare di costruire una cultura che insegni a rispettare e amare la vita tutti insieme”.
La “Marcia per la vita” è un movimento pro-life globale, avviato negli anni ‘70 negli Stati Uniti, per opporsi alla legalizzazione dell’aborto e per la tutela della vita nascente. In Corea esiste una Federazione di organizzazioni con lo scopo di stabilire la giusta “cultura per la vita”, sottolineando il valore e la dignità della vita. Alcune organizzazioni della società civile insistono per abrogare il divieto di aborto in base ai diritti per l’autodeterminazione delle donne. Secondo la comunità cattolica coreana l’abrogazione del divieto di aborto non è il modo giusto per rispettare i diritti delle donne. (PA) (Agenzia Fides 18/6/2018)