2018 05 16 L'odio anticristiano non ha freni

INDONESIA Attentati a tre chiese, il parroco cattolico: “Perdoniamo i terroristi” PAKISTAN - Lezioni di Corano obbligatorie a scuola: minoranze religiose preoccupate
TESTIMONIANZA - Chi era don Albert ucciso il primo maggio
Fonte:
CulturaCattolica.it
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INDONESIA - Attentati a tre chiese, il parroco cattolico: “Perdoniamo i terroristi”
Nel giorno dell’Ascensione e nell’anniversario della prima apparizione di Maria a Fatima


Tre attentati hanno colpito domenica 13 maggio 2018 tre chiese nella città di Surabaya, nella parte orientale dell'isola di Giava, poco prima dell'inizio delle messe domenicali.

La prima esplosione ha avuto luogo nella chiesa cattolica di Maria Immacolata alle 7.15 del mattino;
la seconda davanti a una chiesa Pentecostale e
la terza alla chiesa di Cristo (anglicana), a cinque minuti di distanza dal primo attacco.
Un quarto attacco, alla cattedrale del Sacro Cuore di Gesù, è stato sventato dalla polizia che ha fermato un altro attentatore in tempo.
Un nuovo attentato ha colpito un posto di polizia a Surabaya lunedì 14 maggio: il bilancio complessivo delle vittime di due giorni di violenza, come riferiscono le autorità, è salito a 25 morti (dei quali 13 sono attentatori) e oltre 50 feriti.

Secondo il capo della polizia indonesiana, Tito Karnavian, “i perpetratori degli attacchi alle chiese sono tutti membri di una medesima famiglia: padre, madre, due figli e due figlie, coinvolti nell'attacco”. Dai primi accertamenti pare certo che sia stato il padre ad attaccare la chiesa pentecostale con una autobomba dopo aver portato la moglie e due figlie, due bambine di nove e 12 anni, davanti all’edificio della Chiesa cristiana d'Indonesia dove dei testimoni sostengono di aver visto la madre mettere una bomba addosso a una delle bambine. Altri due figli, di 16 e 18 anni, hanno raggiunto la chiesa di Santa Maria Immacolata in motocicletta e lì si sono fatti esplodere.

Il Jamaah Ansharut Daulah è alleato dell’Isis che ha rivendicato tutti e tre gli attentati con un comunicato comparso sul sito di Amaq News.

Gli attentati hanno generato paura e dolore nella comunità cristiana indonesiana. Il parroco della chiesa di Maria Immacolata, p. Alexius Kurdo Irianto, ha riferito a Fides che l'esplosione di fronte alla sua chiesa ha ucciso cinque persone: tre sono suoi parrocchiani e gli altri due sono i giovani attentatori, oltre a causare diversi feriti. Dopo l'esplosione, dichiara padre Irianto, “i cattolici della diocesi di Surabaya, e in particolare i parrocchiani dell'Immacolata, vivono un profondo dolore, ma la Chiesa cattolica non ha paura del terrore".
Tra le vittime cattoliche, Aloysius Bayu era un giovane battezzato appena sposato, che era coordinatore del servizio di sicurezza della parrocchia, "morto per aver bloccato la moto dei due kamikaze, altrimenti l'esplosione avrebbe causato un numero maggiore di vittime” ha spiegato il parroco. “Denunciamo vigorosamente un tale terrore e rifiutiamo tutte le forme di violenza, perché sono incompatibili con la dignità della vita umana e sono contrarie a qualsiasi insegnamento religioso" aggiunge p. Irianto.

“Nonostante la nostra profonda tristezza - dice padre Irianto - perdoniamo i perpetratori dei crimini e preghiamo per i colpevoli e gli organizzatori di questi atti orribili: il Signore i illumini le loro menti”. (Agenzia Fides 14/05/2018)

PAKISTAN - Lezioni di Corano obbligatorie a scuola: minoranze religiose preoccupate

La comunità cristiana in Punjab e le altre minoranze religiose sono preoccupate per il nuovo disegno di legge approvato dall'Assemblea legislativa in Punjab, che prevede l'insegnamento obbligatorio della Legge islamica e del Corano in tutte le scuole e le università della provincia del Punjab. Il disegno di legge è stato presentato a gennaio ed approvato dal Parlamento regionale del Punjab il 4 maggio.
La legge afferma, nei suoi obiettivi, quelli di "far comprendere il messaggio, incoraggiare pace e sicurezza, promuovere i valori supremi di verità, onestà, integrità, tolleranza, comprensione del prossimo". Il testo prescrive ai bambini della scuola elementare di recitare le Scritture del Corano in arabo, mentre ai bambini del ciclo successivo sarà richiesto di recitare il Corano insieme alla traduzione in urdu. Secondo i promotori della legge, del partito "Jamaat-e-Islami", in tal modo lo Stato terrà fede alla sua responsabilità costituzionale: all'articolo 31 della Costituzione si afferma che "lo Stato si sforza di rendere obbligatori gli insegnamenti del Santo Corano e della legge islamica".
I cristiani hanno espresso il loro disappunto. Nasir Saeed, attivista cristiano dell'Ong "CLAAS", afferma a Fides: "Per le minoranze religiose, in particolare per i cristiani che vivono in gran numero nel Punjab, sarà problematico: i loro diritti fondamentali sono totalmente ignorati. Nessun programma alternativo è stato annunciato per gli studenti non musulmani del Punjab: è necessario farlo subito".
Prosegue Saeed: "Rendere obbligatorio l'insegnamento del Corano nelle scuole pubbliche, e farlo contro la volontà degli studenti non musulmani e dei loro genitori, avrà un impatto negativo su tutto il sistema educativo. Promuoverà il bigottismo e l'odio contro i non-musulmani nella società pakistana, un fenomeno che è in aumento. Lo stato ha il dovere di promuovere la libertà di religione e di credo, e di introdurre un programma diverso per gli studenti di altre religioni".
L'attivista nota anche che, su 11 parlamentari membri delle minoranze religiose nell'assemblea del Punjab (nove di loro cristiani), nessuno finora ha alzato la voce o ha chiesto tempestivamente di introdurre un programma alternativo per gli studenti non musulmani. (PA) (Agenzia Fides 9/5/2018)

TESTIMONIANZA
Chi era don Albert ucciso il primo maggio



CENTRAFRICA - “Don Albert, un pastore stimato per la sua azione per la riconciliazione tra cristiani e musulmani”

“Don Albert, settantuno anni e tra i sacerdoti più anziani del clero di Bangui, era un pastore stimato e conosciuto per la sua semplicità e simpatia, e soprattutto per la sua opera discreta e infaticabile in favore della riconciliazione tra cristiani e musulmani” scrive all’Agenzia Fides p. Federico Trinchero, carmelitano scalzo del monastero Nostra Signora del Carmelo a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, ricordando don Albert Tungumale Baba, il sacerdote ucciso insieme ad una ventina di fedeli la mattina del primo maggio, nell’attacco alla parrocchia di Notre Dame de Fatima (vedi Fides 2/5/2018) da parte di gruppo armato proveniente dal quartiere Km5 (un’enclave a maggioranza musulmana, da anni il focolaio principale delle tensioni della capitale).
“Durante le fasi più acute della guerra aveva accolto per diversi anni, nella sua parrocchia vicinissima al Km5, migliaia di profughi provenienti dai quartieri vicini. Don Albert, inoltre, era a tutti noto per il suo grande amore per il sango, la lingua nazionale del Centrafrica, non particolarmente ricca di vocaboli. Don Albert riusciva a tradurre ogni parola (senza usare il francese), con soluzioni geniali o giri di parole divertenti. Una volta, mentre eravamo in macchina insieme, tradusse pure il mio nome, decretando che mi si doveva chiamare Bwa (che in sango significa sacerdote) Federiki” racconta il missionario.
“In un’intervista don Albert aveva detto che solo Dio può ormai salvare il Centrafrica. Non aveva tutti i torti. A salvare il Centrafrica ci hanno provato, e ci stanno ancora provando, in tanti: l’esercito nazionale, le truppe dell’Unione Africana, la missione francese (che ha comunque il grande merito di aver impedito che il conflitto diventasse un massacro), i soldati dell’Unione Europea, poi la MINUSCA, la grande missione dell’ONU (che, pur con tutti suoi limiti, resta al momento l’unica soluzione possibile) e ora sono all’orizzonte anche i russi. Ci ha provato pure Papa Francesco che, con la sua visita nel novembre del 2015, era riuscito a regalare una tregua sufficiente per eleggere democraticamente un nuovo Presidente. Con il tempo, purtroppo, l’effetto di quella visita è come svanito e l’occasione di voltare pagina è stata per l’ennesima volta sprecata. Gli scontri si sono moltiplicati su tutta l’estensione del Paese e quella pace, che avevamo appena accarezzato, sembra quasi più lontana di prima” scrive p. Federico.
Il missionario ribadisce che “la guerra in Centrafrica, iniziata di fatto già nel 2012, non è uno scontro confessionale o etnico. Si tratta piuttosto dell’ennesimo conflitto per la conquista del potere e per lo sfruttamento delle ricchezze di cui abbonda il sottosuolo. Purtroppo, l’elemento confessionale si è inserito violentemente, avvelenando quella convivenza tra cristiani e musulmani che faceva del Centrafrica – in un tempo ormai lontano – un esempio di coabitazione pacifica”.
Durante l’omelia, in occasione dei funerali del sacerdote ucciso e di alcune delle vittime, Sua Eminenza il Cardinale Dieudonné Nzapalainga, Arcivescovo di Bangui, ha messo tutti con le spalle al muro denunciando l’inerzia del governo, la lentezza dell’Onu e il rischio che i cristiani cedano allo sconforto o, peggio ancora, alla logica della violenza e della vendetta. C’è un nemico insidioso che sta distruggendo il Centrafrica. E questo nemico, ha scandito il Cardinale, è il diavolo. Solo le armi della fede possono vincerlo.
“Bangui, ferita al cuore della sua fede, non è arrabbiata con Dio. È arrabbiata piuttosto con quegli uomini che non vogliono la pace e, quasi obbedendo a un’agenda nascosta, si ostinano a bloccare il Paese, come se fosse ineluttabilmente condannato alla miseria e alla guerra. Bangui e tutto il Centrafrica sono in cerca di eroi – tra i governanti, i soldati, i giovani – che si alzino come un solo uomo e dicano no alla guerra e sì alla pace” conclude p. Federico. (L.M.) (Agenzia Fides 8/5/2018)