2018 03 07 - Catacombe e martirio per molti nostri fratelli

Fonte:
CulturaCattolica.it
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CRISTIANI IN SIRIA

SIRIA - La violenza è iniziata da Goutha, quartiere dei ribelli: appello delle trappiste per la fine della guerra

"Quando taceranno le armi? Noi, che in Siria ci viviamo, siamo nauseati dalla indignazione generale che si leva per condannare chi difende la propria vita e la propria terra. Più volte in questi mesi siamo andati a Damasco; siamo andati dopo che le bombe dei ribelli avevano fatto strage in una scuola, eravamo lì anche pochi giorni fa, il giorno dopo che erano caduti, lanciati dal sobborgo di Goutha, 90 missili sulla parte governativa della città. Abbiamo ascoltato i racconti dei bambini, la paura di uscire di casa e andare a scuola, il terrore di dover vedere ancora i loro compagni di classe saltare per aria, bambini che non riescono a dormire la notte, per la paura che un missile arrivi sul loro tetto. Paura, lacrime, sangue, morte. Non sono anche questi bambini degni della nostra attenzione?".
Lo scrivono in un messaggio inviato all'Agenzia Fides, le monache trappiste che vivono ad Azeir, un piccolo villaggio siriano sul confine col Libano, a metà strada fra Homs e Tartus. Qui sorge il monastero di una piccola comunità di sei monache cistercensi (tra le quali una novizia siriana), "presenza umile di persone oranti", come lo definiscono. Le quattro sorelle hanno voluto espressamente seguire "l'esperienza dei nostri fratelli di Tibhirine", i monaci trappisti presenti in Algeria, poi uccisi da terroristi.
Le sorelle aggiungono: "Perché l'opinione pubblica non ha battuto ciglio, perché nessuno si è indignato, perché non sono stati lanciati appelli umanitari per questi innocenti? E perché solo e soltanto quando il Governo siriano interviene in favore dei cittadini siriani, che si sentono offesi da tanto orrore, ci si indigna per la ferocia della guerra?"
L'analisi delle religiose rileva che "anche quando l'esercito siriano bombarda ci sono donne, bambini, civili, feriti o morti. E anche per loro preghiamo. Non solo i civili: preghiamo anche per i jihadisti, perché ogni uomo che sceglie il male è un figlio perduto, è un mistero nascosto nel cuore di Dio. A Dio si deve lasciare il giudizio, Lui che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva". E aggiunge: "A Damasco, è dalla zona del Goutha che sono cominciati gli attacchi verso i civili che abitano nella parte controllata dal governo, e non viceversa. Lo stesso Goutha dove i civili che non appoggiavano i jihadisti sono stati messi in gabbie di ferro: uomini, donne, esposti all'aperto e usati come scudi umani. Goutha: il quartiere dove oggi i civili che vogliono scappare, e rifugiarsi nella parte governativa, approfittando dalla tregua concessa, sono presi di mira dai cecchini dei ribelli". "Perché , allora, questa cecità dell'Occidente? Come è possibile che chi informa, anche in ambito ecclesiale, sia così unilaterale?", ci si chiede nel testo giunto a Fides.
"Non ci si può scandalizzare per la brutalità della guerra e tacere su chi la guerra l'ha voluta e la vuole ancora oggi, sui Governi che hanno riversato in Siria in questi anni le loro armi sempre più potenti; per non parlare dei mercenari lasciati deliberatamente entrare in Siria facendoli passare dai paesi confinanti. Non si può tacere sui Governi che da questa guerra hanno guadagnato e guadagnano", prosegue l'accorato appello delle trappiste.
"Non siamo ancora arrivati alla meta - dice il testo - là dove il lupo e l'agnello dimoreranno insieme. Si può scegliere la non-violenza, fino a morirne. Ma è una scelta personale, che può mettere in gioco solo la vita di chi lo sceglie, non si può certo chiederlo ad una nazione intera, a un intero popolo".
L'ultima riflessione delle monache, riferita ai cristiani in Siria, è questa: "Cristo vuole che i suoi siano lievito nella pasta, cioè quella presenza che a poco a poco, dall'interno, fa crescere una situazione e la orienta verso la verità e il bene. La sostiene dove è da sostenere, la cambia dove è da cambiare. Con coraggio, senza doppiezze, ma dall'interno".
La guerra in Siria ha ferito in molte parti la convivenza interreligiosa ma la speranza non muore: anche se "con molta fatica a perdonare", concludono le monache "si vive tuttora insieme, per il bene per tutti: ne sono testimonianza le tante opere di carità, soccorso, sviluppo gestite da cristiani e musulmani insieme". (PA) (Agenzia Fides 5/3/2018)

CRISTIANI IN SOMALIA

SOMALIA - Una piccola comunità di cristiani somali vive la fede nel nascondimento

A Mogadiscio vive una piccola comunità di cristiani somali. Sono una trentina, tutti anziani. Vivono nascosti per paura delle rappresaglie dei fondamentalisti islamici. Ma, sebbene in segreto, conservano la loro fede come il dono più prezioso che è stato fatto loro.
P. Stefano Tollu, Cappellano militare del contingente italiano di Eutm Somalia, la missione di formazione e addestramento finanziata dall'Unione Europea, è riuscito a entrare in contatto con uno di loro nei giorni scorsi. Un incontro veloce, per non destare sospetti e non attirare troppo l'attenzione, ma molto intenso e carico di significati umani e religiosi.
"Ho avuto l'occasione di conoscere Mosè (nome di fantasia, ndr)", racconta all'Agenzia Fides padre Tollu, già missionario salesiano, oggi sacerdote incardinato nella diocesi di Faenza e in servizio presso l'Ordinariato militare per l'Italia. "E' un cristiano cresciuto nella realtà del Protettorato italiano e poi nella Somalia indipendente, ancora molto legata al nostro paese. In molti lo considerano il portavoce dei cattolici somali. Lui definisce la sua comunità come in via di estinzione".
In Somalia, una versione dell'islam sufi, dai tratti molto tolleranti, ha convissuto per secoli con le altre fedi.
Da una ventina di anni a questa parte ha però preso piede una versione intollerante della fede coranica. Al Qaeda e la sua filiale locale al Shabaab sono una minaccia continua sia per i musulmani non fondamentalisti e sia per i cristiani. Negli ultimi mesi si è affacciato nel paese anche lo Stato Islamico, che ha creato le prime basi nel Puntland.
Il pericolo arriva, però, anche all'interno delle stesse famiglie dei cristiani.
È ancora p.Tollu a parlare: "Mosè mi ha raccontato che 'quelli nati dagli anni '90', come ha detto, sono diventati intolleranti e non comprendono i loro anziani che professano il cristianesimo. Allora gli anziani fuggono, si allontanano dai figli e dai nipoti".
Mosè ha mostrato al sacerdote italiano una lista di cristiani morti recentemente, alcuni per cause naturale, altri per cause violente. "Gli ho promesso di ricordarli nella Santa Messa" dichiara il Cappellano, ricordando che, come ha riferito il cristiano somalo, "alcuni, sono stati uccisi dai figli dei loro figli".
"La violenza è nelle case e noi, che siamo rimasti in pochi, rischiamo la vita ogni giorno", gli ha detto Mosè. I pochi fedeli cattolici somali non possono avere un'assistenza spirituale continua: "Al momento - conclude padre Tollu - non esistono le condizioni di sicurezza perché un sacerdote possa svolgere serenamente il suo servizio pastorale a Mogadiscio. Mi auguro che in futuro, una volta liberato il paese dalle infiltrazioni terroristiche, si possano ricreare le condizioni minime per la presenza cristiana nella città e che da lì possano scaturire corrette e benevole relazioni con i fratelli di fede musulmana. Al momento ho promesso di pregare per loro durante la Messa. Siamo uniti nella preghiera quotidiana, siamo fratelli in Cristo anche se oggi sono costretti a nascondere la loro fede". (EC) (Agenzia Fides 28/2/2018)
CRISTIANI IN IRAQ

IRAQ - Mosul, trovata una fossa comune di cristiani
C'erano 40 cadaveri, molti avevano piccole croci.

Una fossa comune contenenti i cadaveri di quaranta cristiani è stata scoperta dalle Forze di mobilitazione popolare alleate del governo di Baghdad vicino a Mosul, ex roccaforte del Daesh nel nord dell'Iraq.

"Al-Hashd al-Shaabi (Forze di mobilitazione popolare, ndr) insieme alle forze di sicurezza hanno trovato una fossa comune di cristiani che erano stati rapiti nella regione di Halila, vicino a Badush a ovest di Mosul", ha spiegato una fonte della Chiesa siriaca ortodossa al sito di Alghad Press. "La maggior parte dei resti umani era stata sepolta insieme. Alcuni appartenevano a donne e bambini. Avevano con loro piccole croci cristiane", ha aggiunto la fonte.
(…)venerdì 2 marzo 2018 Avvenire


CRISTIANI IN PAKISTAN

7 anni fa l'uccisione di Shahbaz Bhatti
Una grande commemorazione, con oltre mille persone di ogni provenienza e religione. È la cerimonia organizzata questo venerdì a Islamabad, in Pakistan, in occasione del settimo anniversario della morte di Shahbaz Bhatti, ministro per le minoranze del Paese asiatico, assassinato il 2 marzo 2011 da un estremista islamico. Autorità politiche e religiose, cristiane ma anche musulmane, indù, sikh, parenti, amici e semplici cittadini ricordano il ministro cristiano che "nella società del Pakistan ha voluto promuovere una coesistenza pacifica, combattendo per le persone emarginate ed oppresse", ricorda Paul Bhatti, fratello di Shahbaz.


L'impegno per azzerare le ingiustizie sociali
"Cominciò la sua battaglia contro le ingiustizie sociali già da piccolo: all'epoca le persone più povere e fatte oggetto di violenza erano proprio i cristiani, ma Shahbaz non difese solo i cristiani bensì persone di tutte le religioni, di tutte le minoranze, ma anche della maggioranza musulmana in caso di violenza e soprusi", spiega Paul Bhatti, che si trova ad Islamabad per la cerimonia commemorativa. La figura del fratello rimane cruciale per il dialogo interreligioso, considerato come via per "eleminare tutte quelle teorie che provocano odio tra minoranze e maggioranza". E nella sua ottica anche la politica aveva un ruolo, "secondo gli insegnamenti di Paolo VI", cioè di "assistenza agli altri", come "la più alta forma di carità".

Il ministero per le minoranze
Come ministro per le minoranze, il contributo di Shahbaz Bhatti rimane determinante per il Paese. "In due anni di ministero - spiega Paul Bhatti, che in Pakistan è stato ministro federale per l'armonia nazionale - riuscì a far approvare 4 seggi al Senato, luogo in cui le minoranze non avevano accesso. In più, sapendo che chi appartiene alle minoranze è perlopiù povero e nei concorsi pubblici spesso non trova spazio, lui fissò una quota del 5% riservata alle minoranze, agevolando l'integrazione nella società". Certo, ammette, "le minoranze anche oggi soffrono" perché proseguono gli atti di violenza a causa dell'"instabilità politica". Nei confronti dei cristiani, che sono circa il 2% della popolazione pakistana, che supera i 200 milioni di abitanti, perlopiù musulmani, si registra "leggermente un calo rispetto a qualche anno fa" di atti intimidatori e persecutori, anche se "non si può dire che non ci siano episodi di violenza": c'è comunque "tanta collaborazione" da parte musulmana e dello Stato.

Puntare sull'istruzione
Per Paul Bhatti, il futuro sta nell'educazione "perché ancora abbiamo più del 50% della popolazione analfabeta", evitando "il lavaggio del cervello ai bambini con ideologie estreme per istigare odio, divisione, violenza". (RV 02 03 2018 di Giada Aquilino)

PAKISTAN - Un cristiano in fin di vita per le violenze della polizia
C'è sdegno, preoccupazione e protesta nella comunità cristiana in Pakistan dopo il trattamento riservato dagli agenti della Federal Investigation Agency (FIA) sul 24enne cristiano Sajid Masih, nel corso delle indagini relative al caso di blasfemia che nei giorni scorsi ha coinvolto suo cugino, il 17enne Patras Masih. Patras Masih, giovane cristiano di Shahadra, sobborgo di Lahore, è stato accusato di aver commesso blasfemia con un post blasfemo su Facebook (vedi Fides 20/2/2018). Secondo quanto appreso dall'Agenzia Fides, Patras Masih è stato consegnato alla FIA per essere interrogato. La polizia ha convocato anche suo cugino Sajid Masih nel suo quartier generale. Durante l'interrogatorio la polizia ha riferito che Sajid Masih, nel tentativo di evadere, è saltato fuori dal quarto piano dell'edificio e ora è in gravi condizioni in ospedale, in terapia intensiva.
Sajid Masih dall'ospedale ha spiegato la sua versione, dichiarando che alcuni funzionari di polizia lo hanno malmenato e hanno cercato di forzarlo ad avere un rapporto sessuale con suo cugino Patras. Per evitare questa tortura e quest'atto di infamia, Sajid ha scelto di saltare fuori dalla finestra.
Come appreso da Fides, il ministro cristiano Kamran Micheal ha preso atto dell'incidente e ha contattato il direttore generale della FIA, Bashir Memon, chiedendo un'indagine adeguata in merito. La direzione ha assicurato un'inchiesta trasparente e ha promesso di portare i colpevoli sul banco degli imputati. Inoltre una scorta è stata assegnata a Sajid per evitare ritorsioni ai suoi danni.
(Agenzia Fides 26/2/2018)

PAKISTAN - Protesta dei cristiani contro l'abuso delle leggi sulla blasfemia a Lahore

Condannare l'inchiesta viziata, la tortura e trattamento disumano verso i giovani cristiani Patras Masih e Sajid Masih; chiedere misure concrete per fermare l'abuso della legge sulla blasfemia, in particolare contro le minoranze religiose: questi i temi centrali della protesta organizzata ieri, 2 marzo, a Lahore dal "Pakistan Christian Action Committee" (PCAC), organismo che raccoglie e rappresenta diverse Chiese in Pakistan. Come appreso dall'Agenzia Fides, alla manifestazione si sono uniti gruppi che promuovono i diritti umani e organizzazioni della società civile. Erano presenti leader cristiani come i Vescovi protestanti Azad Marshall e Irfan Jamil; p. Qasir Feroz, incaricato dell'Ufficio comunicazione per i Vescovi cattolici; il Rev. Amjad Niamat della Chiese presbiteriana e altri leader: tutti hanno concordato nell'invitare il governo a controllare la violazione dei diritti umani e della Costituzione del Pakistan.
I manifestanti chiedono di costituire una squadra investigativa per indagare sul caso di Patras Masih, il ragazzo arrestato per presunta blasfemia nel quartiere di Shahdara, a Lahore, e per accertare le responsabilità nella torture compiute dalla polizia durante gli interrogatori.(…) (Agenzia Fides 3/3/2018)

TESTIMONIANZA - Essere prete in Pakistan: la sfida di annunciare e vivere il Vangelo

La Quaresima e il periodo pasquale sono una stagione intensa per i preti cattolici in Pakistan. La presenza del sacerdote è molto richiesta in incontri,raduni e feste, oltre che per le celebrazioni eucaristiche e l'amministrazione dei sacramenti, principale servizio del sacerdote. I sacerdoti devono dire più di una Messa al giorno anche per soddisfare i bisogni spirituali della gente e delle comunità sparse nel territorio.
Guardando alle sfide che i sacerdoti stanno affrontando in Pakistan, p. Ryan Joseph, Rettore del seminario minore di San Pio X a Karachi, nota: "La Quaresima è molto impegnativa perché i nostri sacerdoti assicurano la loro presenza per tutte le Messe del venerdì e anche per le Messe domenicali fino a Pasqua. I sacerdoti sono invitati nei vari programmi e incontri organizzati nelle parrocchie, nelle scuole, nelle commissioni diocesane.
Noi sacerdoti di Karachi facciamo del nostro meglio per essere disponibili a portare gioia al nostro popolo e per accompagnare i fedeli a meditare i misteri della morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo".
L'Arcivescovo Joseph Coutts di Karachi ha rivolto queste parole ai preti e consacrati durante l'omelia in occasione della recente ordinazione di due nuovi sacerdoti nella Cattedrale di San Patrizio a Karachi: "Il sacerdozio non è uno status, è un sacrificio. Viviamo per il sacrificio, un sacrificio che abbiamo ereditato dal nostro Signore e Maestro Gesù Cristo. Essendo seguaci di Gesù - il nostro Sommo Sacerdote, dobbiamo sacrificarci ogni giorno ".
Questa è la prospettiva teologica indicata dall'Arcivescovo: "I sacerdoti dell'Antico Testamento sacrificano un agnello per i peccati del popolo, ma nel Nuovo Testamento vediamo Gesù stesso come Agnello sacrificale. Venne in questo mondo per essere il sacrificio e insegnò lo stesso ai suoi discepoli. I messaggio è lo stesso per noi sacerdoti. Un Sacerdote non deve solo servire, ma anche offrire e sacrificare se stesso, perché il Sacerdote ha la grande responsabilità di celebrare l'Eucaristia, il grande sacrificio quotidiano nella Messa", ha aggiunto l'Arcivescovo Coutts. (...)

CRISTIANI IN INDIA

INDIA - Nuove violenze e vessazioni sui cristiani in Orissa

Nuove violenze e atroci vessazioni si registrano sui cristiani indiani in Orissa, stato dell'India centrorientale. Come appreso dall'Agenzia Fides, nel villaggio di Tangaguda, che si trova nel distretto di Malkangiri, all'interno dello stato nell'Orissa, vivono, accanto a 35 famiglie indù, tre famiglie cristiane che nei giorni scorsi hanno subito feroci abusi e percosse.
Quesi i fatti riferiti a Fides: il 27 febbraio, una bambina di 2 anni, figlia di una famiglia cristiana, è deceduta e la famiglia stava preparando il funerale e la sepoltura su un terreno di sua proprietà. Altri abitanti del villaggio hanno però fermato il funerale e cercato di imporre con minacce che la piccola venisse sepolta fuori dal villaggio, per pura ideologia anticristiana.
Il padre, il cristiano Sukra, era fermamente convinto che come genitore aveva il diritto di seppellire la bambina nella sua proprietà ma ha dovuto pagare una assurda "penale" di 5.000 rupie per poterlo fare. Nelle notte però un gruppo di 30 estremisti indù è entrata illegalmente nella proprietà di Sukra, con l'idea di dare fuoco alla loro casa. Sua moglie è riuscita a fuggire, mentre Sukra e l'altra sua figlia Savitha di 12 anni sono stati brutalmente percossi e lasciati incoscienti dopo il pestaggio. Altro cristiani vicini di casa, venuti in loro soccorso, sono stati sopraffatti dalla folla che li ha malmenati lasciandoli a terra privi di sensi. La casa di Sukra Markhami è stata completamente bruciata e rasa al suolo. La comunità cristiana è scioccata da questa manifestazione di odio, intolleranza, discriminazione.
Sei vittime della violenza, ferite in modo piuttosto grave, sono attualmente in ospedale. Il Pastore protestante che guida la comunità locale ha aiutato i cristiani a presentare una denuncia alla polizia che ha cercato di mediare e di stabilire "accordo di pace" tra le due parti.
Il sacerdote cattolico Manoj Kumar Nayak, che opera in Orissa, ricorda a Fides: "In Orissa vi sono ancora odio e discriminazione verso i cristiani. E si registrano mancanze nel rispondere alle legittime esigenze delle minoranze cristiane i. I cristiani per loro natura, vogliono costruire pace, unità e armonia. Anche quando sono presi di mira come innocenti. In questo i cristiani dell'Orissa sono un esempio: la loro fede è viva e la loro testimonianza di beatitudine evangelica è un esempio per tutti i battezzati in India" (PN-PA) (Agenzia Fides 3/3/2018).

INDIA - Sacerdote indiano, Rettore di un santuario, pugnalato a morte in Kerala

Un sacerdote del Kerala, India del Sud, è stato pugnalato a morte mentre si recava al centro di pellegrinaggio Kurisumudi a Malayattoor nell'Arcidiocesi di Ernakulam-Ankamaly oggi, 1° marzo. Come confermato all'Agenzia Fides da fonti ecclesiali locali, p. Xavier Thelakkat, 52 anni, è stato pugnalato dall'ex sagrestano della chiesa parrocchiale della chiesa di Malayattoor con un'arma da taglio. La polizia ha lanciato una caccia all'uomo per rintracciare l'uomo, di nome Johnny, che si ritiene si sia nascosto in una foresta vicino a Malayattoor dopo aver commesso il crimine. L'uomo era stato licenziato dal servizio tre mesi fa e,secondo la polizia, aveva ha avuto un alterco con il sacerdote il 28 febbraio.
P. Thelakkat aveva intrapreso un'azione disciplinare contro Johny su alcune questioni riguardanti il funzionamento del Centro di pellegrinaggio di cui Don Thelakkat era rettore da sette anni. Dopo l'alterco, il prete è stato pugnalato alla gamba verso mezzogiorno. Sebbene sia stato portato di corsa al Little Flower Hospital ad Angamally, è deceduto per le profonde ferite riportate, a causa della grave perdita di sangue. P. Thelakkat era stato ordinato sacerdote il 27 dicembre 1993 ed era anche un avvocato e un attivista sociale, impegnato contro le mafie locali.
La chiesa di Malayattoor, situata a 52 chilometri da Kochi e situata sulla omonima collina, è dedicata a San Tommaso, l'apostolo che si ritiene abbia pregato in questo santuario intorno al 52 d.C. È meta di migliaia di pellegrini durante tutto l'anno. La chiesa è uno dei più antichi santuari cattolici al mondo. Nel 2004, il Vaticano gli ha conferito lo status di "Centro internazionale di pellegrinaggio", il primo in India.
Secondo la tradizione, San Tommaso ha visitato il Kerala nel 52 d.C. come parte della sua missione di diffondere la Parola di dio. La chiesa cade sotto l'arcidiocesi Ernakulam della Chiesa cattolica siro-malabarese. (SD) Agenzia FIdes 1/3/2018)

INDIA - Distrutta una statua dedicata alla Madonna: i fedeli perdonano i profanatori

La grotta dedicata all'Immacolata Concezione, nel complesso della omonima chiesa nella cittadina di Aligonda, nella diocesi di Berhampur (stato indiano di Orissa), è stata distrutta da vandali non identificati. L'atto vandalico, compiuto ieri, 4 marzo, ha generato sconcerto nella comunità locale. P.Ajit Kumar Nayak, il parroco della comunità locale, dichiara all'Agenzia Fides: "Prego per il piccolo gregge della parrocchia di Aligonda. La testa della statua di nostra Madre Maria è stata distrutta. Ci sentiamo amareggiati a addolorati. Stiamo pregando per le persone che hanno compiuto questo gesto consapevolmente o inconsapevolmente. Li perdoniamo. Dio li benedica. La mia richiesta è: rispettiamoci l'un l'altro. Rispettiamo la fede l'uno dell'altro",
La parrocchia dell'Immacolata Concezione di Aligonda fu fondata dai sacerdoti vincenziani spagnoli nel 1958 ed è una delle principali parrocchie della diocesi di Berhampur. La popolazione del distretto di Gajapati, dove la chiesa si trova, è di oltre 570mila abitanti, al 61% indù, al 37% cristiani. Lo stato di Orissa ha affrontato molte violenze contro i cristiani negli ultimi decenni.
Uno degli incidenti più brutali è stato nel 2008, nel distretto di Kandhamal, adiacente al distretto di Gajapati.
Gli osservatori hanno rilevato l'alto numero di episodi di violenza avvenuti contro la comunità cristiana nel paese nel 2017. Secondo un rapporto inviato a Fides dalla organizzazione cristiana "Evangelical Fellowship of India" (Efi), il 2017 è stato uno degli anni più traumatici per i cristiani in India, riportando almeno 351 casi di violenza nel corso dell'anno. E si tratta, secondo l'Efi, solo degli incidenti denunciati. (SD-PA) (Agenzia Fides 5/3/2018)

INDIA - "I cristiani dovrebbero adorare l'India come dea indù?": lettera aperta di un prete cattolico

"I cristiani indiani dovrebbero adorare la dea India e offrire riti indù nelle loro chiese o istituzioni?": è provocatoria la domanda sollevata dalla lettera aperta inviata ai Vescovi cattolici e alle autorità civili indiane dal prete cattolico p. Anand Muttungal, teologo, attivista dei diritti umani e ed esperto di comunicazione nella diocesi di Bhopal.Il sacerdote ha avvertito il bisogno di scrivere una lettera aperta, inviata all'Agenzia Fides, per segnalare "lo stallo esistente con le organizzazioni indù, per la questione di compiere riti di adorazione alla Madre India nelle istituzioni cristiane". Il prete si riferisce al grave episodio in cui alcuni militanti delle organizzazioni estremiste indù hanno cercato nei giorni scorsi di forzare l'ingresso del St. Mary's Post Graduate College di Vidisha, istituto cattolico nella diocesi di Sagar, nello stato indiano di Madhya Pradesha, per compiere riti induisti all'interno del complesso (vedi Fides 4/1/2018). Il rituale indù che volevano compiere è l' "Arati" (offerta e adorazione per mezzo della luce) al "Bharat Mata", raffigurazione dell'India come una dea indù. Essa comporta, infatti, "il dovere patriottico ma anche il dovere religioso di tutti gli indù di partecipare alla lotta nazionalista per difendere la nazione ". Oggi, nota p. Muttungal, i fondamentalisti indù considerano tutti coloro che non aderiscono a tali pratiche (come gli indiani di altre religioni) "nemici" e "anti-nazionali". (…) Ricordando gli insegnamenti del Concilio Vaticano e quelli della successiva Conferenza cristiana dell'Asia orientale, tenutasi ad Hong Kong, p. Muttungal ricorda cinque punti utili per confessare la fede in Asia: le Chiese hanno la responsabilità di apprendere le culture, di interpretare le culture, di mediare con le culture, di creare valori culturali e quindi di appartenere alle culture.
Tuttavia "bisogna resistere a qualsiasi tentativo da parte delle organizzazioni estremiste indù di insistere sul fatto che dobbiamo adorare il quadro della dea India. Questa è una un'aggressione personale alla libertà di un credente e di tutti i credenti monoteisti", rileva il prete.
(PN) (Agenzia Fides 9/1/2018)