2018 01 31 RAPPORTO Cristiani perseguitati 215 milioni. Cresce radicalismo islamico e induista

Aumenta la persecuzione dei cristiani nel mondo. A guidare la classifica dei 50 Paesi più oppressori è la Corea del Nord. Ma la Nazione con maggiori violenze è il Pakistan, mentre in India cresce il radicalismo induista. Lo rivela il Rapporto 2018 dell'organizzazione Porte Aperte-Open Doors. Intervista a Cristian Nani
Fonte:
CulturaCattolica.it
Vai a "Cristiani perseguitati. Memoria e preghiera"

Oltre 215 milioni i cristiani perseguitati nel mondo, secondo l'organizzazione internazionale Porte Aperte, che ogni anno stila la lista 'nera' dei 50 Paesi - su un centinaio monitorati - dove i fedeli cristiani sono oppressi, vessati, discriminati, oggetto di abusi e violenze fino ad essere uccisi, condizionati nel privato e nella vita pubblica, a causa della loro fede religiosa.

Oltre 3 mila martiri per la fede
"Il numero dei fedeli perseguitati è in crescita - sottolinea con preoccupazione Cristian Nani, direttore in Italia di Porte Aperte - 1 cristiano su 12 nel mondo è infatti vittima di violenze o abusi. Oltre 15.500 chiese, case, negozi di cristiani sono stati attaccati, nel periodo compreso nel rapporto, tra novembre 2016 e ottobre 2017".
A guidare la classifica dei Paesi persecutori sono Corea del Nord, Afghanistan, Somalia, ma il triste primato di nazione con il più alto punteggio nella violenza anti cristiana spetta al Pakistan.
"Rispetto all'anno precedente - informa Nani - sono più che duplicati i martiri cristiani, cioè le persone, uomini e donne e anche bambini, che sono stati uccise in quanto cristiani. Quindi non stiamo parlando di cristiani morti in guerre civili o sotto bombardamenti come accade in Medio Oriente. Stiamo parlando di 3.066 persone che sono state uccise premeditatamente in quanto cristiane. Questo è un dato che senza dubbio va sottolineato e dà un'idea dell'impatto della persecuzione anticristiana nel mondo".
Oppressione islamica e nazionalismi induista e buddista
"La fonte principale delle persecuzioni - prosegue il direttore di Porte Aperte -resta 'l'oppressione islamica', che va estendendo la sua morsa in varie aree. La definiamo così, perché comprende ma va oltre i fatti di estremismo islamico, vale a dire che è un concetto più ampio che attiene a tutto quell'insieme di leggi sociali o legate alla nazione islamica, per le quali il cristiano soffre o viene in qualche modo limitato nei propri diritti fondamentali".
Nel rapporto si indicano alcune tendenze: la radicalizzazione di aree dominate dall'Islam, in Africa orientale, occidentale e del Nord e nel mondo non arabo asiatico; il divario tra sunniti-sciiti, che ha il terreno di maggior scontro in Asia; l'espansionismo islamico in zone a prevalenza non musulmana, specie in Africa sub-sahariana e in Indonesia, Malesia e Brunei; la pratica di 'pulizia etnica' in base affiliazione religiosa, crescente in Kenya, Nigeria, Somalia e Sudan.

"C'è poi un'altra fonte di persecuzione in ascesa - aggiunge Nani - il 'nazionalismo religioso', che vuole assoggettare un'intera nazione ad una sola religione e l'esempio più vistoso si ha in India, dove l'escalation di intolleranza anticristiana si deve al radicalismo induista, che abbina al concetto di nazionalismo, e quindi di essere parte integrante della nazione, il concetto religioso: cioè, per essere indiani bisogna essere indù. Quindi, chiunque sia di un'altra religione, anche cristiana, va incontro ad una serie di restrizioni o vessazioni, fino a ciò che sta effettivamente accadendo in India: attacchi, aggressioni fisiche, rapimenti o addirittura alcuni omicidi".

Oltre l'India, il 'nazionalismo religioso' induista sta aumentando anche in Nepal e uguale tendenza si riscontra anche nel mondo buddista, specie in Sry Lanka, Bhutan e Myanmar. A questo si aggiunge il 'nazionalismo ideologico', spesso colleagato al comunismo come nel caso di Cina, Vitenam e Laos.
La paranoia dittatoriale
"In cima alla lista è però da 16 anni la Corea del Nord, dove la persecuzione si deve a 'paranoia dittatoriale' - spiega Nani - legata al regime in sé, in questo caso personificato da Kim Jong-un, che ultimamente è molto dibattuto, molto presente nei nostri media. In questo caso è un dittatore, che ha una sorta di avversione per la confessione religiosa cristiana, che considera una minaccia, forse legata anche al mondo occidentale: cioè, il regime considera il cristianesimo una religione occidentale, in particolar modo legata al mondo americano e quindi la considera una minaccia dell'imperialismo americano". (RV 10 01 2018 Roberta Risotti)

Nel rapporto di cui diamo una sintesi si parla di nazionalismo induista-buddista (India) e paranoia dittatoriale.
A esemplificazione pubblichiamo una lettera aperta di un sacerdote indiano e due notizie (dal Congo e dal Vanezuela) dove la Chiesa Cattolica è in contrasto con il potere non per questioni politiche ma perché rimane l'unica difesa del popolo che soffre.

INDIA - "I cristiani dovrebbero adorare l'India come dea indù?": lettera aperta di un prete cattolico
"I cristiani indiani dovrebbero adorare la dea India e offrire riti indù nelle loro chiese o istituzioni?": è provocatoria la domanda sollevata dalla lettera aperta inviata ai Vescovi cattolici e alle autorità civili indiane dal prete cattolico p. Anand Muttungal, teologo, attivista dei dei diritti umani e ed esperto di comunicazione nella diocesi di Bhopal.
Il sacerdote ha avvertito il bisogno di scrivere una lettera aperta, inviata all'Agenzia Fides, per segnalare "lo stallo esistente con le organizzazioni indù, per la questione di compiere riti di adorazione alla Madre India nelle istituzioni cristiane". Il prete si riferisce al grave episodio in cui alcuni militanti delle organizzazioni estremiste indù hanno cercato nei giorni scorsi di forzare l'ingresso del St. Mary's Post Graduate College di Vidisha, istituto cattolico nella diocesi di Sagar, nello stato indiano di Madhya Pradesha, per compiere riti induisti all'interno del complesso (vedi Fides 4/1/2018).
Il rituale indù che volevano compiere è l' "Arati" (offerta e adorazione per mezzo dell luce) al "Bharat Mata", raffigurazione dell'India come una dea indù. La forma pittorica di "Bharat Mata" è divenuta il simbolo del nazionalismo indiano. E, come afferma il noto scrittore K.D. Menon, "la visione dell'India come Bharat Mata ha profonde implicazioni per la politica del nazionalismo indù". Essa comporta, infatti, "il dovere patriottico ma anche il dovere religioso di tutti gli indù di partecipare alla lotta nazionalista per difendere la nazione ". Oggi, nota p. Muttungal, i fondamentalisti indù considerano tutti coloro che non aderiscono a tali pratiche (come gli indiani di altre religioni) "nemici" e "anti-nazionali".
Il prete cattolico ricorda che "il concetto di Madre Terra è originario dalla cultura greca classica" ed è "al di sopra delle piccole ideologie". Anche nel mondo cattolico si lavora per "salvare la Madre Terra dal riscaldamento globale e dai cambiamenti climatici" . "Quindi non dobbiamo minare l'importanza del concetto di Madre Terra", come la chiama anche Francesco di Assisi, rimarca p. Anand.
Ricordando gli insegnamenti del Concilio Vaticano e quelli della successiva Conferenza cristiana dell'Asia orientale, tenutasi ad Hong Kong, p. Muttungal ricorda cinque punti utili per confessare la fede in Asia: le Chiese hanno la responsabilità di apprendere le culture, di interpretare le culture, di mediare con le culture, di creare valori culturali e quindi di appartenere alle culture.
Tuttavia "bisogna resistere a qualsiasi tentativo da parte delle organizzazioni estremiste indù di insistere sul fatto che dobbiamo adorare il quadro della dea India. Questa è una un'aggressione personale alla libertà di un credente e di tutti i credenti monoteisti", rileva il prete.
P. Muttungal ricorda che la Chiesa cattolica in India " ha introdotto vari valori culturali tipici indiani nelle chiese, nelle preghiere, nelle tuniche religiose e in tutte le aree possibili". E chiude con una proposta rivolta a liturgisti, teologi e missiologi: sviluppare una preghiera speciale che preghi per la Madre Terra come Bharat Mata. "Questo potrebbe aiutare la Chiesa a radicarsi ulteriormente nella nazione, evitando fraintendimenti". (PN) (Agenzia Fides 9/1/2018)

CONGO RD - Il Presidente Kabila in aperta polemica con la Chiesa cattolica

"In nessuna parte nella Bibbia, Gesù Cristo ha mai presieduto una commissione elettorale" ha affermato polemicamente il Presidente Joseph Kabila nella conferenza stampa convocata il 26 gennaio per fare il punto della situazione politica, economica e di sicurezza nella Repubblica Democratica del Congo a 17 anni dalla sua salita al potere.
Gli ha immediato risposto don Donatien Nshole, Segretario Generale e portavoce della CENCO (Conferenza Episcopale Nazionale del Congo), affermando che: "Papa Benedetto XVI ha detto che la Chiesa deve essere presente là dove la popolazione soffre. È il caso della RDC. Ed è la crisi socio-politica che accentua questa sofferenza, dunque è del tutto normale che i Vescovi lavorino per consolidare la democrazia".
Come è noto i laici cattolici hanno preso la guida delle proteste per chiedere l'applicazione degli Accordi di San Silvestro del 31 dicembre 2016, sottoscritti grazie alla mediazione dei Vescovi, e per chiedere al Presidente Kabila il solenne impegno a non ricandidarsi per un terzo mandato.
Le elezioni presidenziali che dovevano tenersi entro la fine del 2016 secondo la Costituzione, entro la fine del 2017 secondo gli Accordi di San Silvestro, sono ora previste per il 23 dicembre 2018. Ma Kabila ha affermato che l'organizzazione delle elezioni è troppo complicata e costosa, e un giorno sarà necessario scegliere tra lo sviluppo e lo svolgimento delle elezioni. Ad un giornalista che gli ha chiesto se non si candiderà alla sua successione, il Presidente non ha avuto altra reazione che dire alla sua squadra di dargli una copia della Costituzione. Joseph Kabila, il cui secondo ed ultimo mandato è scaduto il 19 dicembre 2016, non ha mai chiarito se rispetterà la norma costituzionale.
Parlando della Missione ONU nella RDC (MONUSCO), il capo di Stato congolese ha affermato che "dopo 20 anni [di presenza nella RDC], abbiamo l'impressione che la MONUSCO abbia la missione di rimanere". "La MONUSCO - ha sottolineato - non ha sradicato alcun gruppo armato nella parte orientale della RDC (...). Solo quando i terroristi hanno decapitato gli esperti delle Nazioni Unite hanno aperto gli occhi" ha detto Kabila, facendo riferimento a Michael Sharp e Zaida Catalán, i due esperti delle Nazioni Unite assassinati a marzo 2017 nella provincia del Kasai, in circostanze non chiare. Secondo indagini indipendenti, il coinvolgimento di alcuni agenti di sicurezza della RDC non è escluso.
"In definitiva che cosa rimane di questa conferenza stampa se non l'immagine di un Kabila che ignora l'opposizione, si accolla la guerra contro la Chiesa cattolica, non nasconde la sua antipatia nei confronti della MONUSCO e riconosce il suo braccio di ferro con il Belgio, che ha assunto una posizione dura con il potere di Kinshasa?" afferma news.cd, uno dei siti di notizie più letti a Kinshasa. Sua Eminenza il Cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, Arcivescovo di Kinshasa, ha qualificato il discorso di Kabila come "logorroico e inutile". (D.M.) (L.M.) (Agenzia Fides 29/1/2018)

VENEZUELA - Il Celam sostiene i Vescovi accusati del "delitto di odio" dal presidente Maduro

Solidarietà al popolo venezuelano e ai suoi Pastori, due dei quali minacciati dal presidente della Repubblica Nicolás Maduro in seguito alle loro accorate omelie di denuncia. E' quanto esprime, dalla sua sede, in Colombia, la presidenza del Consiglio Episcopale Latinoamericano (Celam) in un comunicato inviato all'Agenzia Fides.
In particolare, il 14 gennaio Mons. Víctor Hugo Basabe, titolare della diocesi venezuelana di San Felipe, aveva denunciato la penosa situazione della popolazione dicendo: "Non scegliamo la strada della maledizione nella quale si sono incamminati coloro che negano che in Venezuela si soffre la fame e la denutrizione". E aveva sferzato il malgoverno e la corruzione, aggiungendo: "Il nostro destino come nazione non è nella mani di un uomo, di un governo o di un impero, ma nelle mani di Dio", riferendosi poi ai compatrioti che si vedono forzati ad emigrare. Secondo il Presule, "se qualcuno deve andarsene, questi è il responsabile della corruzione che condanna i malati a morire per mancanza di assistenza, di medici e medicine" e "coloro che sono impegnati nel calpestare la dignità dei venezuelani".
Il Vescovo potrebbe essere passibile di un reato, il cosiddetto "delitto di odio", recentemente codificato da una legge varata dall'Assemblea Costituente e promossa dal Presidente Maduro. Di fronte a tale accusa, la Conferenza episcopale venezuelana aveva risposto che "il Presidente ha distorto totalmente il messaggio dei Vescovi, specialmente di Mons. Basabe, con l'obiettivo di accusare i Vescovi di delitti", notando che quanto illustrato dai Vescovi corrisponde "alla verità di ciò che succede nel paese". "Le parole di accusa del Presidente - rileva l'episcopato venezuelano - costituiscono una nuova prova del fatto che la legge (che istituisce il "delitto di odio", ndr), è stata concepita per criminalizzare tutti coloro che provocano malessere al governo". Anche lo stesso Vescovo Barsabe, accusato dal capo di Stato, aveva risposto dicendo che nella sua omelia "non c'è stato incitamento all'odio o alla ribellione", e che "il governo reagisce perché abbiamo toccato le coscienze".
Da parte sua il Celam, massimo organismo rappresentativo dell'Episcopato latinoamericano, ha ricordato l'affermazione di Gesù Cristo: "Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia" (Mt 5,11). "Invitiamo a rispettare la libertà religiosa e la libertà di espressione come diritti consacrati dalla Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela" e a "garantire l'integrità fisica e il pieno benessere di mons. Antonio López Castillo, di monseñor Víctor Hugo Basabe e di tutto il popolo venezuelano", conclude il comunicato del Celam. (SM) (Agenzia Fides 25/01/2018)

Scarica la mappa