2018 01 24

2018 01 24 CONGO RD Violenta repressione delle manifestazioni almeno 6 morti una decina di preti sequestrati KENYA - Assalita la protocattedrale di Marsabit AFRICA/MALAWI - Morto un sacerdote per le ferite riportate in un assalto di banditi di strada PAKISTAN - Ennesima vittima cristiana tra i lavoratori delle fogne PAKISTAN - Deceduta Razia Joseph, attivista cattolica dei diritti umani
Fonte:
CulturaCattolica.it
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CONGO RD - Violenta repressione delle manifestazioni: almeno 6 morti, una decina di preti sequestrati

Almeno 10 preti e due suore sono stati sequestrati dalla forze dell’ordine negli scontri avvenuti ieri, domenica 21 gennaio, in diverse località della Repubblica Democratica del Congo, per la violenta repressione di una nuova iniziativa di protesta promossa dai laici cattolici, dopo quella del 31 dicembre 2017, anche questa repressa nel sangue.
“Siamo a conoscenza di dieci preti arrestati, tra cui don Dieudonné Mukinayi, della parrocchia di Saint Christophe de Binza Ozone. È stato sequestrato in una residenza di un membro del governo, insieme ad otto parrocchiani” ha denunciato Georges Kapiamba, Presidente dell’Association Congolaise pour l’Accès à la Justice (ACAJ), secondo il quale anche due religiose sono scomparse.
“I preti arrestati potrebbero essere addirittura 12 oltre alle due suore” dicono all’Agenzia Fides fonti della Chiesa congolese. “A differenza del 31 dicembre, questa volta le proteste hanno interessato numerose città in tutta la RDC” dicono le nostre fonti.
“Nella capitale, Kinshasa, da dove è stato lanciato, l’appello a manifestare è stato accolto in tutti i comuni. A Goma (capoluogo del Nord Kivu), dove il 31 dicembre l’appello a manifestare non era stato rilanciato a livello locale, questa volta invece si è svolta una manifestazione dopo la messa nella cattedrale, che è stata repressa dalla polizia. Nel capoluogo del Sud Kivu, Bukavu, la polizia ha soffocato sul nascere la protesta impedendo alla gente di radunarsi. A Mbuji-Mayi, capoluogo del Kasai Orientale, fin dalla prima mattina le chiese erano circondate dai militari. Una situazione talmente tesa che il Vescovo locale ha dovuto pubblicare un comunicato per chiedere ai sacerdoti di avere coraggio e di svolgere le funzioni religiose. Ma proprio nella cattedrale di Mbuji-Mayi i militari hanno interrotto la messa, impedendo la consacrazione dell’Eucaristia” affermano le fonti di Fides.
“I morti accertati che si conoscono sono almeno 5, ma potrebbero essere di più, forse 6 o 7. Tra questi vi è la figlia di un dirigente della polizia, che è morta proteggendo alcune bambine quando i militari hanno iniziato a sparare nella parrocchia di Saint Kizito a Kinshasa”.
Il bilancio provvisorio della repressione presentato dalla MONUSCO (Missione ONU nella RDC) è di 6 morti, 57 feriti e più di 100 persone arrestate.
Anche la manifestazione di ieri è stata indetta dal laicato cattolico per esercitare pressioni sul presidente Joseph Kabila perché rispetti gli Accordi di San Silvestro del 31 dicembre 2016 e soprattutto per ottenere da lui il solenne impegno a non ricandidarsi alle elezioni del 23 dicembre 2018.
Ieri Papa Francesco ha lanciato un appello “chiedendo alle autorità, ai responsabili e a tutti in questo amato Paese, che mettano il massimo impegno e il massimo sforzo per evitare ogni forma di violenza e cercare soluzioni a favore del bene comune. Tutti insieme, in silenzio, preghiamo per questa intenzione, per i nostri fratelli nella Repubblica Democratica del Congo” ha detto il Santo Padre dopo l’Angelus. (L.M.) (Agenzia Fides 22/1/2018)


KENYA - Assalita la protocattedrale di Marsabit

Saccheggiata la protocattedrale di Our Lady of Consolata di Marsabit, chiesa cattolica nel Nord del Kenya, al confine con l’Etiopia, nel corso di violente manifestazioni per l’arresto di un predicatore musulmano. Il saccheggio risale a sabato 13 gennaio, quando la squadra speciale della polizia ha arrestato Sheikh Guyo Gorsa, accusandolo di avere legami con gli Shabaab somali, ma solo ora ne è giunta notizia all’Agenzia Fides.
Appena saputo dell’arresto del predicatore, almeno 400 giovani sono scesi per le strade della città, cercando di impedire al convoglio della polizia dove era stata caricato lo Sheikh di allontanarsi. Ne sono nati scontri con le forze dell’ordine mentre i giovani hanno assalito la stazione di polizia dove credevano fosse stato recluso Sheikh Guyo Gorsa.
I giovani hanno bloccato le strade e creato barricate con copertoni dati alle fiamme, sfogando poi la loro rabbia sulla vicina banca commerciale del Kenya che è stata vandalizzata.
“Quando la polizia li ha dispersi da lì, si sono diretti verso la chiesa cattolica, e dopo aver picchiato il guardiano e distrutto completamente il cancello, sono entrati all’interno del complesso, rompendo le finestre a sassate. Fortunatamente, non sono riuscita a entrate nella cattedrale” ha detto p. Ibrahim Racho, Vicario Generale della diocesi di Marsabit. Anche tre automobili appartenenti alla diocesi parcheggiate all’interno del complesso della chiesa sono state distrutte.
P. Racho riporta che la polizia è arrivata in tempo e ha disperso i rivoltosi ma questo non ha impedito che saccheggi e atti vandalici abbiano causato enormi perdite e gravi danni alla proprietà, in particolare a negozi, alberghi e ristoranti.
Negli scontri sono state uccise tre persone e diverse altre ferite. Tuttavia, nel complesso della protocattedrale nessuno è rimasto ferito tranne il guardiano che ha subito lesioni non letali.
P. Racho ha spiegato che non c’era alcuna tensione religiosa tra cristiani e musulmani in Marsabit. “Prima di questo episodio si coesisteva pacificamente. Spero che quanto accaduto non derivi un’animosità religiosa, ma solo dalla rabbia dei giovani musulmani per l’arresto dello Sheikh”.
La magistratura ha sentenziato che questi rimarrà in custodia cautelare per 30 giorni in attesa del completamento delle indagini sul suo conto. (L.M.) (Agenzia Fides 22/1/2018)


AFRICA/MALAWI - Morto un sacerdote per le ferite riportate in un assalto di banditi di strada

Ucciso un sacerdote cattolico in Malawi. Si tratta di p. Tony Mukomba dell’Arcidiocesi di Blantyre, morto la sera del 17 gennaio all’ospedale privato di Mwaiwathu dopo essere stato ferito gravemente da un gruppo di banditi.
La settimana scorsa, la vettura di p. Mukomba è stata bloccata da alcuni uomini armati a Nguludi mentre si recava a Blantyre.
Il sacerdote è stato bendato e trascinato via dai banditi che lo hanno colpito selvaggiamente per estorcergli del denaro.
I funerali di p. Mukomba si terranno domani, sabato 20 gennaio, nella cattedrale di Limbe. La cerimonia funebre verrà presieduta da Sua Ecc. Mons. Thomas Luke Msusa, Arcivescovo di Blantyre. (L.M.) (Agenzia Fides 19/1/2018)


PAKISTAN - Ennesima vittima cristiana tra i lavoratori delle fogne

Shehzad Mansha Masih era un ragazzo cristiano residente del quartiere di Korangi a Karachi. Come tanti cristiani pakistani, era addetto alla pulizia della rete fognaria. Mentre era impiegato per la ripulitura della linea fognaria principale, senza alcuna attrezzatura specifica o altra misura di sicurezza, durante la pulizia di un pozzetto, una fuoriuscita di gas tossico ha riempito la rete. Shehzad ha inalato gas velenoso, ha perso i sensi ed è morto. Data la presenza di tali gas, nessuno ha potuto soccorrere Shehzad immediatamente e solo dopo diversi minuti si è potuto recuperare il ragazzo e portarlo in ospedale, dove se ne è constatato il decesso.
Gli addetti alla pulizia delle reti fognarie pubbliche come Shehzad sono spesso esposti a gas mefitici. Shehzad non è la prima vittima: incidenti di questo genere avvengono spesso, ma i dipartimenti competenti non si preoccupano di fornire misure precauzionali per salvare le vite degli operai, quasi tutti cristiani. A giugno del 2017 ha fatto scalpore il caso del trentenne cristiano Irfan Masih, anch’egli lavoratore pubblico, tramortito per aver inalato gas tossici nella città di Umerkot nel Sindh, morto in ospedale perchè un dottore musulmano aveva rifiutato di curarlo. A luglio del 2017 altri tre operai cristiani sono deceduti a Lahore per aver respirato fumi tossici mentre stavano ripulendo un canale ostruito, in un sobborgo della città. Anch’essi erano privi di attrezzature adeguate e le operazioni non rispettavano alcuno standard di sicurezza.
Gli operai sono spesso mal equipaggiati e rimangono esposti a condizioni potenzialmente letali. Il 90% dei lavoratori impegnati nella pulizia dei luoghi pubblici, incluse la fognature, in Pakistan sono cristiani. Sono lavori che i musulmani rifiutano. Si tratta di un “doppio standard”, afferma la Commissione “Giustizia e Pace” dei Vescovi pakistani e di “un trattamento discriminatorio riservato alle minoranze religiose”.
“Per i non musulmani, la vita in Pakistan è un doppio smacco. Non sono solo cittadini di seconda classe per il semplice fatto che non sono musulmani - anche se il fondatore della nazione Ali Jinnah non avrebbe mai condiviso questo approccio - ma anche perché un gran parte di loro appartiene alle caste più basse, in una società dove è tuttora presente la discriminazione castale”, spiega all’Agenzia Fides Yaqoob Khan Bangash, docente musulmano all’Università di Lahore.
La Commissione “Giustizia e Pace” della Conferenza dei Superiori Maggiori del Pakistan, a Multan, fornisce assistenza legale gratuita a centinaia di operai cristiani impegnati nel servizio di pulizia e ha contribuito a fondare delle associazioni per tutelare i loro diritti. Le società di gestione dei rifiuti o di pulizia dei luoghi pubblici (municipali o provinciali) spesso li assumono con salari giornalieri, negando loro i diritti di un lavoratore a tempo indeterminato. Le paghe sono solitamente ritardate. La legge sulla sicurezza sociale garantirebbe un risarcimento per quanti muoiono “per cause di servizio”, ma spesso questa legge viene aggirata e non rispettata in casi di vittime cristiane.
La pratica di riservare tali posti di lavoro ai non musulmani viene pubblicamente promossa anche negli annunci di lavoro delle pubbliche amministrazioni (vedi Fides 6/10/2017). Due Ong, la “Commissione per i diritti umani del Pakistan” (Human Rights Commission of Pakistan, HRCP) e la “Organizzazione per i diritti umani dei bambini e dei lavoratori” (“Child and Labor rights welfare organization”, CLWO) stanno conducendo una specifica ricerca sulla discriminazione delle minoranze religiose sui luoghi di lavoro pubblici in Pakistan (vedi Fides 18/10/2017).
(PA) (Agenzia Fides 22/1/2018)


TESTIMONIANZA

PAKISTAN - Deceduta Razia Joseph, attivista cattolica dei diritti umani

Si tengono (oggi) 19 gennaio a Faisalabad, alle 15 ora locale, i funerali di Razia Joseph, donna cattolica e attivista per i diritti umani, stroncata da un infarto il 17 gennaio. La donna era fondatrice e direttrice della “Woman shelter organization”, un rifugio per donne abbandonate, vittime di maltrattamenti e abusi, forzate al matrimonio o sfregiate con l’acido. “Il suo esempio è prezioso. Nella sua vita ha fatto tanto per tutelare le donne pakistane vittime di violenza fisica e morale: e c’è tanto bisogno di questo impegno in Pakistan. Ringraziamo Dio per avercela donata”, dichiara all’Agenzia Fides p. Emmanuel Parvez, sacerdote cattolico di Faisalabad, che ha collaborato con la donna.
Come appreso da Fides, a partire dal 1997, nella struttura creata da Razia joseph hanno trovato accolgienza centinaia di donne, cristiane, musulmane e indù, scampate alla violenza, ricevendo sostegno materiale, psicologico, spirituale, legale.
Razia Joseph, 60 anni di cui oltre 38 spesi a favore dei più poveri, in particolare le donne e i bambini, era piena di energia nel denunciare i crimini contro gli indifesi e nell’attivarsi per superare le discriminazioni. Nonostante numerose minacce ricevute negli anni e i malanni fisici che ormai da tempo la accompagnavano, non ha mai fatto un passo indietro, pur di dare dignità alle sue assistite in Pakistan e all’estero.
A dicembre del 2017, era riuscita a perorare la sua causa a Bruxelles di fronte a un centinaio di parlamentari europei. L’impegno politico del resto non le era estraneo, tanto che era stata eletta nel Parlamento pakistano, dove tuttavia era rimasta appena per un anno, il 2011, perché – spiegava – “non c’erano le condizioni per cambiare le cose. Mi sono battuta per i diritti delle donne, ma senza successo”. Allora era tornata a farlo in strada, sviluppando nuovi progetti con la sua organizzazione nella quale lavora un bel team di educatori, formatori e volontari che continueranno ora la sua meritevole opera.
La “Woman shelter organization” fondata da Razia Joseph spazia molto quanto a interventi sociali. Per i bambini l’associazione ha fondato una piccola scuola primaria che accoglie gli scolari più poveri della zona. Significativi anche i corsi di scolarizzazione per i bambini lavoratori, in particolare i cosiddetti “brick makers”, i produttori di mattoni di argilla. L’iniziativa in quattro anni ne ha coinvolto un migliaio.
Per le donne, la novità più recente sono i programmi per la formazione di ostetriche, che dal 2000 ad oggi hanno fornito competenze base di ostetricia a circa 500 giovani donne. I progetti a favore della scolarizzazione delle donne riguardano anche altri comparti professionali: corsi di ricamo e cucito, di estetista e parrucchiera (come si usa in Pakistan), e di informatica. Circa 4.500 donne ne hanno beneficiato.
Numerosi gli estimatori del suo impegno pastorale e sociale che in pakistan ma anche in paesi europei la ammiravano e sostenevano. (AF) (Agenzia Fides 19/1/2018)