2018 01 17 AFRICA noi cristiani doccidente dobbiamo svegliarci per non perdere la fede

Osservando la drammatica situazione in tanti paesi africani e la presenza dei missionari cristiani e delle chiese locali, è immediato rendersi conto che il problema dell’immigrazione potrebbe essere seriamente affrontato se le chiese più ricche (penso all’Europa) sostenessero massicciamente le chiese e i missionari.
Non i governi.
Spesso i cristiani in occidente sostengono ong perché vedono pubblicità in televisione senza sapere realmente come vengono usati i soldi, commettendo un errore gravissimo.
Oltretutto la carità promossa dalla chiesa è strada per l’incontro con Cristo, capace di rinnovare la vita dell’uomo e della società.
Lasciar scappare i giovani (che sono la ricchezza di questi paesi) per correre dietro al miraggio dello stile di vita ricco e senza senso della vecchia Europa, oltre ad essere drammatico (per tutto ciò che questi esseri umani devono sopportare in questo tentativo) è l’opposto del bene vero dell’uomo che da sempre la fede ci insegna a riconoscere.
Sarebbe importante che chi ha la responsabilità di guidare la chiesa ci “costringesse” a sostenere con vocazioni, preghiera e molti soldi la reale possibilità di vivere di tanti nostri fratelli senza motivarli a fuggire in cerca di idoli che uccidono.
Questo risveglierebbe la nostra fede: sarebbe bene per noi e meglio per loro.
Fonte:
CulturaCattolica.it
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CONGO RD - 5 morti, 134 chiese accerchiate, 6 sacerdoti arrestati; è il bilancio provvisorio della repressione del 31 dicembre

La Nunziatura Apostolica nella Repubblica Democratica del Congo ha pubblicato un primo bilancio, ancora provvisorio, delle violenze subite dalla Chiesa a seguito della brutale repressione della marcia del 31 dicembre 2017, promossa dal Comité Laic de Coordination (CLC, organizzazione del laicato cattolico) per chiedere al Presidente Josesph Kabila una dichiarazione con il quale si impegna a non si candidarsi alla propria successione in conformità alla Costituzione e il rispetto degli accordi di San Silvestro del 31 dicembre 2016.
Secondo la nota tecnica inviata all’Agenzia Fides sono 134 le parrocchie accerchiate e isolate dalla polizia; due sono le parrocchie dove è stato impedito l’accesso ai fedeli e la celebrazione della messa domenicale; cinque le parrocchie dove la Messa è stata interrotta dalle forze di sicurezza; 18 quelle che hanno visto il loro recinto interno invaso da militari e poliziotti; altre 10 parrocchie sono state colpite dal lancio di gas lacrimogeni nel loro cortile interno.
Le persone uccise dai proiettili finora accertate sono cinque
di cui una nella chiesa di Saint Dominique, due nella parrocchia della Sainte Famille e altri due in quella di Saint Alponse. Tra le persone arrestate vi sono sei preti più un seminarista.
La nota specifica che i dati provengono da fonti ecclesiastiche sicure aggiornati al 3 gennaio e sono ancora provvisori. (L.M.) (Agenzia Fides 5/1/2018)

CONGO RD - Spari fuori dalla cattedrale di Kinshasa dopo la Messa del cardinale Monsengwo

Colpi di arma da fuoco sono stati esplosi oggi nei pressi della cattedrale di Kinshasa, capitale
della Repubblica democratica del Congo, al termine della Messa celebrata dall’arcivescovo metropolita di Kinshasa, cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, in prima linea nel denunciare la violenza del governo contro le manifestazioni del 31 dicembre scorso.
Il cardinale Monsengwo ha definito “barbarie” la violenta repressione della marcia della pace organizzata da un “comitato laico” vicino alla chiesa cattolica per chiedere l’applicazione dell’accordo firmato il 31 dicembre 2016, con la mediazione della Conferenza episcopale, per tenere le elezioni entro la fine del 2017. Il mandato del presidente Joseph Kabila è scaduto alla fine del 2016. “Il cardinale Laurent Monsengwo ha fatto commenti offensivi nei confronti dei leader del Paese e della polizia”, aveva risposto il governo. Almeno sei erano state le vittime della repressione da parte delle forze dell’ordine nella capitale e decine i fermi: tra loro anche alcuni sacerdoti.
Secondo testimoni, ieri la polizia congolese ha esploso colpi di avvertimento per disperdere la folla davanti alla cattedrale dove l’arcivescovo Monsengwo ha celebrato la Messa, alla presenza di ambasciatori occidentali. Stando a quanto riferito da un giornalista della France presse presente sul posto, agenti armati sono arrivati in pick-up davanti ai cancelli della cattedrale mentre centinaia di fedeli stavano uscendo, al termine della Messa di suffragio alle vittime della marcia del 31 dicembre scorso.

CONGO RD - Colera a Kinshasa: l’impegno delle istituzioni sanitarie e della Caritas per combattere l’epidemia

Sono oltre 50.000 i casi di colera registrati durante il 2017 nella Repubblica Democratica del Congo. Solo tra il 25 novembre e il 28 dicembre 2017 la capitale Kinshasa ha contato 133 nuovi contagi, con la morte di 12 malati.
Con le inondazioni dell’inizio dell’anno a Kinshasa, il ministro della salute, Oly Ilunga, teme il peggio: “il colera è una malattia legata all’acqua. Quindi in una situazione di inondazioni come quella che conosciamo, il rischio di diffusione è elevato”. Dei 35 centri sanitari di Kinshasa, 14 hanno già registrato casi di contagio. Sono state erette due unità di trattamento per la cura dei pazienti affetti, tra cui quella di Camp Luka nel comune di Ngaliema, aperta l’8 gennaio.
François Mbutshitshi, Responsabile del Programma di emergenza e protezione sociale della Caritas, parla del coinvolgimento della Chiesa cattolica di Kinshasa in questi termini: “Partecipiamo alle riflessioni con altri partner, per sapere come fornire una risposta. Questa richiede di disinfettare l’acqua con il cloro, è necessario disinfettare l’ambiente colpito dall’epidemia; le persone colpite devono essere identificate e il servizio medico deve prendersi cura dei pazienti già colpiti. Questo è il lavoro svolto dai volontari di Caritas Kinshasa. Il coordinatore PNECHOL -MD è ottimista sul fatto che si potrà sradicare l’epidemia perché - conclude-”sappiamo esattamente cosa bisogna fare”. (P.M.B.) (L.M.) (Agenzia Fides 16/1/2018)

ERITREA - Cliniche e scuole chiuse: il regime vieta le attività sociali cristiane

“In Eritrea, il regime ha iniziato a perseguitare le confessioni religiose e, in particolare, la Chiesa cattolica. L’obiettivo è chiaro: cercare di impedirne l’influenza sulla società: non vietando il culto, ma le attività sociali“. A lanciare l’allarme in un colloquio con l’Agenzia Fides è abba Mussie Zerai, sacerdote dell’eparchia di Asmara, da anni cappellano degli eritrei in Europa e attivo nel salvare i migranti in pericolo nel Mediterraneo. «Dal 1995 - spiega il religioso a Fides – nel paese è in vigore una legge in base alla quale lo Stato avoca a sé tutte le attività sociali. Queste ultime, quindi, non possono essere svolte da istituzioni private e neppure da quelle religiose. Finora la norma è stata applicata in modo blando e non ha intaccato seriamente la rete di servizi offerti da cristiani e musulmani. Negli ultimi mesi c’è però stata un’accelerazione».
I funzionari pubblici hanno decretato la chiusura di cinque cliniche cattoliche presenti in varie città. Ad Asmara è stato chiuso il seminario minore (che serviva sia la diocesi sia le congregazioni religiose). Hanno dovuto serrare i battenti anche diverse scuole della Chiesa ortodossa e di organizzazioni musulmane. Proprio la chiusura di un istituto islamico, alla fine dell’ottobre scorso, ha scatenato le dure proteste degli studenti, represse poi nel sangue.
“Al di là del danno economico alle singole confessioni religiose - continua abba Mussie -, chi ci perde maggiormente è la popolazione che non ha più strutture serie ed efficienti alle quali rivolgersi. A Xorona, per esempio, hanno chiuso l’unico dispensario in funzione che era gestito da cattolici. A Dekemhare e a Mendefera, le autorità hanno proibito l’attività dei presidi medici cattolici affermando che erano un doppione di quelli statali. In realtà, le strutture pubbliche non funzionano: non hanno medicine, non possono operare perché non hanno attrezzature adatte e, spesso, neppure l’energia elettrica”.
Ma qual è la reazione della popolazione? “Ribellarsi non è facile” spiega il sacerdote. “La rivolta dei musulmani è stata fermata con le armi. E sono stati molti i morti e i feriti. Il mese scorso settemila giovani di leva si sono uniti e, insieme, hanno chiesto un incontro con il presidente Isayas Afeworki per denunciare le vessazioni dei loro ufficiali. Il presidente li ha ricevuti e li ha ascoltati. Al termine dei colloqui i ragazzi sono stati portati in un campo di concentramento vicino a Nakfa e, per punizione, lasciati all’aperto, sotto il sole cocente, con pochissimo cibo e acqua. Molti sono deperiti e si sono ammalati. Dopo le proteste dei genitori, il regime ha detto che li spedirà nelle caserme a finire la naja. Ma in quali condizioni?”. (EC) (Agenzia Fides 12/01/2018)

ETIOPIA - Piccoli orfani cristiani convertiti all’islam da Ong austriaca

Circa 30 bambini cristiani (ortodossi) sono stati già convertiti con la forza all’islam. E il pericolo incombe su circa 120 bambini, adolescenti e giovani cristiani che si sta verificando in 12 case di accoglienza per orfani esistenti a Gode, regione somala dell’Etiopia, grazie al progetto e alla Ong “SOS Children’s Villages International”. La notizia è giunta a Fides da una fonte locale che chiede l’anonimato e che conferma l’allarme lanciato da due preti ortodossi che operano in loco, p. Freu e p. Efrem.
Secondo la denuncia giunta Fides, circa 30 bambini cristiani ortodossi sono stati già convertiti all’islam nella moschea costruita da una Ong di origine austriaca che funziona come una madrasa (scuola coranica). I piccoli accolti nelle case per minori devono pregare nella moschea 5 volte al giorno. La medesima situazione tocca circa 120 bambini cristiani affidati a una donna, di solito una vedova e senza figli, e una zia, tutte donne musulmane di origine somala. “Tutti i bambini, senza eccezioni - riporta la fonte locale di Fides - sono obbligati ad andare al tempio e ripetere i versetti del Corano”.
Già nel 2014 p. Freu aveva avvisato i suoi superiori ortodossi del fenomeno dell’islamizzazione. Da allora sono passati più di tre anni e padre Freu racconta cosa sta succedendo sotto i tetti dei SOS Children’s Villages a Gode. “Sono responsabile davanti a Dio per la loro fede. Sono pronto a dare la mia vita difendere i miei piccoli fedeli. Non mi lasciano entrare nel villaggio per parlare con i bambini cristiani”. Padre Freu rileva a Fides: “So che i benefattori dei villaggi di SOS Children’s Villages International sono per la maggior parte cristiani. Ma forse non sanno che il loro denaro viene usato per indottrinare i bambini all’islam”.
A Gode gestisce i centri di accoglienza Mustafà Hadji, 60enne musulmano che ha fatto costruire la moschea e che ha sostituito il cristiano Ato Kelele (ora deceduto). SOS Children’s Villages International ha dato grande riconoscimento al lavoro di Hadji e lo ha promosso a direttore della Programmazione. SOS Children’s Villages International è un organizzazione non governativa non confessionale, che nel suo statuto dice di “rispettare tutte le religioni e le culture”, collaborando “con partner di fiducia in luoghi in cui possiamo contribuire allo sviluppo sociale”, promuovendo i diritti dell’infanzia. (AP) (4/1/2018 Agenzia Fides)

AFRICA/NIGERIA - Tensioni in Nigeria: colpita la cattedrale di Ilorin, nell’ovest

Dall’inizio dell’anno si stanno verificando una serie di attacchi contro i cristiani a Ilorin, capitale dello stato federato di Kwara, nell’ovest della Nigeria. Lo riferisce all’Agenzia Fides p. Patrick Tor Alumuku, Direttore dell’ufficio per le Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi di Abuja, secondo il quale negli assalti alcuni dei quali si sono verificati anche oggi, è stata attaccata pure la cattedrale di Ilorin.
“A Ilorin convivono finora pacificamente una maggioranza di musulmani e una forte componente cattolica. È la prima volta che accade una cosa del genere. La cattedrale è stata attaccata la notte di capodanno” dice p. Alumuku.
Il governatore dello Stato di Kwara, Abdulfatah Ahmed, ha condannato gli attacchi contro i luoghi di culto.
Ilorin si trova sul principale asse di comunicazione tra il nord e il sud della Nigeria, ed è un tradizionale centro di incontro tra la cultura hausa-fulani del nord e quella yoruba del sud del Paese.
I Fulani sono una popolazione di pastori nomadi, alcuni dei quali si sono resi protagonisti negli ultimi anni di violenti assalti contro le popolazione sedentarie in diverse aree del Paese.
(L.M.) (Agenzia Fides 3/1/2017)

CENTRAFRICA - Aggredito a Bangassou un sacerdote impegnato per la pace

Aggredito da sconosciuti un prete impegnato nel dialogo e nella riconciliazione nella Repubblica Centrafricana. Si tratta di don Alain Blaise Bissialo, parroco di della parrocchia di Cristo Re di Tokoyo e presidente del Comitato per la pace e la mediazione di Bangassou, nel sud-est del Paese.
Secondo notizie pervenute all’Agenzia Fides, la sera del 4 gennaio il sacerdote è stato aggredito in casa da sconosciuti che lo hanno pugnalato per poi sottrargli denaro e alcuni oggetti tra cui un computer. Viste le sue condizioni don Bissialo è stato trasferito in un ospedale della capitale Bangui per ricevere le cure del caso.
A Bangassou da maggio circa duemila musulmani sono accolti nel recinto della Cattedrale difesi dai militari della MINUSCA (Missione ONU in Centrafrica). Il Vescovo locale, Sua Ecc. Mons. Juan José Aguirre Muños, ha chiesto più volte il trasferimento di queste persone che vivono nella precarietà e nell’insicurezza.
Vaste aree del Centrafrica sono ancora preda di bande armate, nonostante l’elezione nel febbraio 2016 del Presidente Faustin Archange Touadéra. Oltre al sud-est a preoccupare è il nord-ovest del Paese, dove nella città di Paoua continuano gli scontri scoppiati il 27 dicembre tra due fazioni ribelli. Più di 5.000 persone hanno trovato rifugio nel confinante Ciad, secondo l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati. (L.M.) (Agenzia Fides 8/1/2018)

CENTRAFRICA - “Il 2017 un anno segnato dalla violenza contro il popolo e la Chiesa” dice il Cardinale Nzapalainga
“Dove stiamo andando? Che cosa diventerà il popolo del Centrafrica nel 2018” si è chiesto il Cardinale Dieudonné Nzapalainga, Arcivescovo di Bangui, nel suo discorso di apertura della riunione plenaria della Conferenza Episcopale del Centrafrica.
Facendo un bilancio dell’anno appena concluso, il Cardinale Nzapalainga ha sottolineato che il 2017 è stato un “anno sciagurato, che ha visto l’assassinio e l’aggressione di molti servi di Dio a Bangui, ma soprattutto nelle nostre province: Banguassou, Alindao, Mokoyo, ecc. Chiese vandalizzate, saccheggiate o bruciate; fedeli martirizzati. Il bilancio dell’anno scorso è allarmante. Ma abbiamo fede nella grande bontà del Signore nei nostri confronti, come Papa Francesco ci ha ricordato così tanto durante il suo soggiorno a Bangui”
Nel novembre 2015 Papa Francesco aveva visitato Bangui, dove aveva aperto la Porta Santa del Giubileo Straordinario della Misericordia (vedi Fides 30/11/2015).
La sessione ordinaria della Conferenza Episcopale Centrafricana si è aperta ieri, 8 gennaio e si concluderà domenica 14 gennaio. Al centro dei lavori vi sono questioni come la sicurezza, l’educazione e la sanità.
La situazione in diverse aree della Repubblica Centrafricana continua a deteriorarsi. Tra le aree maggiormente colpite dalla presenza di bande armate c’è quella della sotto-prefettura di Paoua, nel nord-ovest al confine con il Camerun, dove dal 27 dicembre si scontrano in violenti combattimenti i membri del RJ (Révolution Justice) e quelli del Mouvement National pour la Libération de la Centrafrique (MNLC).
Almeno 30.000 persone si sono rifugiate nelle città di Paoua, dai villaggi circostanti per le violenze indiscriminate commesse contro la popolazione civile da parte dei guerriglieri di entrambe le fazioni. (L.M.) (Agenzia Fides 9/1/2018)

CENTRAFRICA - I Camilliani: nuovi servizi di assistenza medica in un paese poverissimo

“Nuovi servizi sanitari saranno presto disponibili per i centrafricani entro il 2018. Verranno aperti i reparti di neonatologia, maternità, chirurgia e la scuola per un anno di formazione infermieristica. Grazie al progetto della nostra Ong, è stato possibile sviluppare e riqualificare l’ospedale San Giovanni Paolo II, già avviato dalle Suore Carmelitane di Torino a Bossemptélé”: lo riferisce all’Agenzia Fides padre Efisio Locci, MI, presidente della Ong Camilliana “Salute e Sviluppo” e che si occupa dei diversi progetti nella Repubblica Centrafricana dal 2012. In un paese definito “il paese più povero che io abbia mai visto tra tanti”, il Camilliano spiega: “La nostra presenza è collegata alle Suore Carmelitane di Torino che erano già a Bozum con un piccolo ospedale. L’ospedale non era ancora terminato quando, in seguito ad un incidente stradale, nel 2007, suor Maria Ilaria Meoli, medico, tra le fondatrici del centro, è deceduta. Da quel momento ci siamo presi carico del piccolo ospedale. Attualmente vi lavorano quattro padri Camilliani, mentre due consorelle di suor Ilaria collaborano nella gestione dell’ospedale e della parrocchia. Altre quattro suore sono impegnate nella scuola materna e primaria, frequentate da circa 800 bambini”.
“Obiettivo dell’ospedale – rileva il missionario – è offrire servizi di medicina di base. Qui si muore per malattie prevenibili. Tanta gente malata non va in ospedale perché non può permetterselo. Il personale dell’ospedale è composto da un medico locale, due suore infermiere professionali, alcune infermiere generiche e ausiliari oltre a un paio di ostetriche.
Bossemptélé è un grande villaggio con oltre 14mila abitanti, a circa 350 km dalla capitale Bangui. “Dopo la guerra scoppiata nel 2013 tra milizie Seleka e anti-Balaka – informa p. Locci – l’ospedale e la parrocchia sono diventati il rifugio di migliaia di musulmani che sono stati presi di mira dalle milizie anti-balaka. In questo contesto il paese ha conosciuto un ulteriore incremento della situazione di indigenza e di miseria. In tre anni di guerra sono andati distrutti più del 50% di scuole e ospedali e tutto deve essere ricostruito”.
A novembre 2014, anniversario della presenza camilliana a Bossemptélé, la comunità ha ricevuto il premio “Alison des Forges” come riconoscimento per la difesa dei diritti umani: per il coraggio avuto nel mettere a repentaglio la propria vita per proteggere l’esistenza, la dignità e i diritti di altre persone. La Chiesa cattolica nel paese conta nove diocesi: la comunità di Bossemptélé si trova in quella di Bouar. I cattolici, insieme ai cristiani protestanti, rappresentano l’80% della popolazione centrafricana. (EL/AP) (Agenzia Fides 13/1/2018)