2017 11 21

CONGO RD - Il Cardinale Pasinya accusato di fare “messe nere”: quando la politica strumentalizza la religione CENTRAFRICA - un missionario: “Siamo lo stato più povero al mondo” AFRICA - Grave emergenza umanitaria in Sud Sudan. MEDIO ORIENTE - Card. Zenari: Siria al collasso, oltre metà degli ospedali fuori uso PAKISTAN - In memoria dei coniugi cristiani bruciati vivi: istruzione ai loro figli
Fonte:
CulturaCattolica.it
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CONGO RD - Il Cardinale Pasinya accusato di fare “messe nere”: quando la politica strumentalizza la religione

Si fa sempre più teso il clima sociale e politico nella Repubblica Democratica del Congo per lo slittamento delle elezioni presidenziali al 23 dicembre 2018. E lo scontro politico cerca di coinvolgere e strumentalizzare anche i leader religiosi. Persone vicine al potere hanno accusato il Cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, Arcivescovo metropolita di Kinshasa, di incitare gli artisti all’insurrezione solo perché il Porporato, lo scorso 10 novembre, aveva incontrato gli artisti congolesi nella Cattedrale di Nostra Signora del Congo. L’incontro è stato perfino definito una “messa nera”. “E’ molto spiacevole”, ha risposto l’arcidiocesi di Kinshasa in una nota inviata all’Agenzia Fides. “Il Cardinale non ha detto nulla di male e non ha attaccato in alcun modo il governo. Si trattava di un incontro organizzato dalla cappellania responsabile del settore ‘Cultura e Arte’ per sensibilizzare gli artisti sulla loro missione nella Chiesa e nella società”.
La situazione è diventata particolarmente complessa nel paese da quando, il 20 dicembre 2016, è scaduto il secondo (e ultimo, secondo la Costituzione) mandato del presidente Joseph Kabila senza che fossero indette nuove elezioni. Un accordo per organizzare le presidenziali entro il 2017, il cosiddetto ‘Accordo di San Silvestro’, era stato raggiunto il 31 dicembre con la mediazione dei Vescovi congolesi. Dopo il fallimento dell’accordo, l’ambasciatrice Usa all’Onu, Nikky Haley, in una visita a Kinshasa, aveva imposto elezioni entro il 2018, chiarendo che altrimenti gli Stati Uniti avrebbero ritirato gli aiuti economici alla Repubblica democratica del Congo.
Il 5 novembre la Commissione nazionale elettorale indipendente (Ceni) ha fissato la data per le presidenziali al 23 dicembre 2018. L’opposizione ha subito rifiutato il nuovo calendario elettorale, accusando il governo in carica di voler prolungare l’instabilità e la povertà del popolo e diverse sono state le manifestazioni di protesta organizzate in tutto il paese. Intanto gli appelli alla disobbedienza civile aumentano e anche i movimenti cittadini, tra cui Lucha (Lotta per il cambiamento), si sono attivati nei giorni scorsi indicendo per il 15 novembre una mobilitazione per ottenere il ritiro del presidente Kabila prima del 31 dicembre 2017.
Sebbene il governo, il 14 novembre, avesse interdetto ogni manifestazione, la mobilitazione di mercoledì scorso, che ha invece incassato il sostegno e la partecipazione del Raggruppamento delle opposizioni, ha quasi paralizzato le città di Beni, Butembo, Goma e Lubumbashi, ma ha interessato solo marginalmente la capitale Kinshasa. Non sono mancati gli incidenti: sulle strade di Lubumbashi, dove sono state erette barricate e un veicolo è stato incendiato, mentre a Kinshasa c’è stato un ferito per l’attacco a due autobus del trasporto pubblico. L’intervento della polizia, peraltro anticipato alla vigilia delle manifestazioni, ha portato all’arresto di 25 persone. Le manifestazioni di mercoledì scorso sembrano essere state solo l’inizio di una serie di marce, di manifestazioni di “disobbedienza civile” in programma per i prossimi giorni, per costringere il presidente a dimettersi. La Chiesa, intanto, sensibilizza i cattolici e tutte le persone di buona volontà al fine di far uscire il paese dalla povertà e avviarlo verso la pace e la non violenza. (MP-ER)
(Agenzia Fides 17/11/2017)

CENTRAFRICA - L’80% del paese in mano ai ribelli; un missionario: “Siamo lo stato più povero al mondo”
“La guerra sembrava finita, ma purtroppo non è così o, almeno, non è dappertutto così”, scrive all’Agenzia Fides p. Federico Trinchero, carmelitano scalzo del monastero Nostra Signora del Carmelo a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana. “La situazione relativamente tranquilla di Bangui – dove comunque non sono mancati, anche recentemente, episodi di violenza (vedi Fides 13/11/2017) – rischia di ingannare”, sottolinea il missionario. “Nelle zone interne del paese il quadro è ben diverso. Dal mese di maggio gruppi di ribelli – non sempre ben identificabili quanto ad origine e obiettivi – hanno provocato centinaia di morti, case bruciate e migliaia di profughi in diverse città e villaggi. Tale stato di cose si trascina ormai da troppo tempo. C’è come il rischio di abituarsi alla guerra, quasi fosse inevitabile”.
“Due dati inequivocabili esprimono, più di ogni altra analisi, la situazione drammatica in cui si trova il Centrafrica” afferma p. Federico. “L’80% del territorio è, di fatto, ancora occupato, o comunque controllato, da gruppi di ribelli che dettano legge al posto dello Stato che fatica – e purtroppo quasi rinuncia – a far sentire la sua presenza”. “L’assenza dello Stato nelle zone lontane dalla capitale fu uno dei motivi che scatenarono la guerra nel 2013” ricorda il missionario. “Trascurarlo potrebbe non essere una buona strategia. L’elezione di un nuovo Presidente, la presenza massiccia dell’ONU, l’interesse e gli aiuti copiosi da parte della comunità internazionale, sembravano l’occasione propizia per voltare pagina, afferrare finalmente il treno dello sviluppo e provare ad essere uno Stato per davvero. Ma, almeno per ora, così non è stato. I risultati hanno deluso le attese. Non siamo riusciti a fare passi in avanti. Anzi, forse ne abbiamo fatti addirittura indietro” afferma p. Federico.
“Il secondo dato è relativo alla povertà. Secondo l’ultimo rapporto dell’ONU il Centrafrica si colloca ormai al 188° posto su 188 paesi nell’Indice dello Sviluppo Umano”. “Siamo quindi il Paese più povero del mondo” rimarca p. Federico. “Il Centrafrica si trovava già in fondo alla classifica. Questi ultimi anni di guerra hanno consumato le poche risorse di cui disponeva. E anche se le classifiche sono sempre un po’ antipatiche – e piacciono soltanto quando si occupano i primi posti –, questo dato resta un indicatore più che eloquente della reale situazione del Paese”.
“Davanti ad un quadro così desolante non mancano le ragioni per essere pessimisti, scoraggiarsi e arrendersi” dice il missionario. Ma da un punto così basso non si può che risalire. Ed è inutile continuare ad accusare un nemico, mai ben definito, o aspettare che qualcuno – quasi per magia – cambi la situazione perché ci siano le condizioni per iniziare a fare qualcosa”. “Forse è arrivato il momento di iniziare a fare qualcosa perché la situazione cambi. E la magia, o meglio, il miracolo, sarebbe che questo qualcosa lo facessero i Centrafricani stessi, in un grande, collettivo e attesissimo sussulto di amore per la propria patria” conclude p. Federico. (F.T.) (L.M.)
(Agenzia Fides 20/11/2017)

AFRICA - Grave emergenza umanitaria in Sud Sudan. Civili in fuga da scontri

Giovedì pomeriggio in San Pietro la preghiera per la pace in Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo, due Paesi ancora in preda a drammatici conflitti locali. In particolare, per il Sud Sudan si aggrava l’emergenza umanitaria. In seguito agli intensi combattimenti del fine settimana, coda della guerra civile dei mesi precedenti nel centro del Paese, nella regione centrale vicino alla capitale Juba oltre 17 mila persone sono state costrette a fuggire nel vicino Uganda. Lo riferisce l’ufficio dell’Onu per gli affari umanitari, secondo cui la maggioranza degli sfollati si è rifugiata nel vicino Uganda. (20/11/2017 Radio Vaticana)

MEDIO ORIENTE - Card. Zenari: Siria al collasso, oltre metà degli ospedali fuori uso

“Ero ammalato e mi avete visitato”. Prende spunto dal Vangelo di Matteo l’intervento che il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, tiene nel pomeriggio in Aula Nuova del Sinodo, alla Conferenza internazionale “Affrontare le Disparità Globali in materia di Salute”. L’evento è organizzato dal Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale in collaborazione con la Confederazione internazionale delle Istituzioni sanitarie cattoliche.
In Siria, spiega il porporato nell’intervista di Fabio Colagrande, “la situazione sanitaria rischia il collasso: più della metà degli ospedali pubblici e dei centri di prima assistenza è fuori uso a causa del conflitto; quasi 2/3 del personale sanitario ha lasciato il Paese; si parla di circa un milione di feriti”.
Il cardinale spiega che all’appuntamento in Vaticano vuole in particolare lanciare “un appello per tre ospedali cattolici operanti in Siria da più di 100 anni, molto stimati, che rischiano - se non sostenuti finanziariamente - di chiudere qualche servizio, perché i costi di gestione sono insostenibili”.
La nunziatura, “sostenuta e incoraggiata da Papa Francesco e dai suoi più stretti collaboratori”, è dunque alla ricerca, conclude il cardinale Zenari, di mezzi per aiutare tali realtà.
(17/11/2017 Radio Vaticana)

PAKISTAN - In memoria dei coniugi cristiani bruciati vivi: istruzione ai loro figli

“Due vite innocenti sono state eliminate per il fanatismo presente nella nostra società; l’orrore di quel giorno sfortunato rimarrà nei nostri cuori e nelle nostre menti per gli anni a venire. Non solo hanno bruciato due preziose vite in quella fornace: hanno bruciato l’umanità, hanno bruciato gli insegnamenti dell’Islam e hanno bruciato il Pakistan di Ali Jinnah e nessun risarcimento monetario può espiare atti di violenza così estremi”: lo dice all’Agenzia Fides Michelle Chaudhry, laica cattolica di Lahore, presidente della “Cecil & Iris Chaudhry Foundation” (CICF), Fondazione che si occupa dell’istruzione e della cura dei tre bambini orfani di Shama e Shahzad Masih, i due coniugi (lei cattolica, lui cristiano protestante) brutalmente torturati e bruciati vivi in una fornace di mattoni a Kot Radha Kishan il 4 novembre 2014: i due furono linciati da una folla di musulmani che li accusavano di blasfemia. Quell’incidente generò un’ondata di orrore non solo in Pakistan, ma nel mondo intero.
Shama e Shahzad lasciarono tre bambini molto piccoli, terrorizzati e confusi. Il figlio maggiore, Suleiman, assistette al barbaro assassinio dei suoi genitori.
Da allora, la Fondazione si è assunta la responsabilità di educare i tre bambini, iscrivendoli e scuola e sostenendo tutte le spese di istruzione e di assistenza: tasse scolastiche, lezioni private, libri, divise, zaini scolastici, spese extracurricolari, viaggi, cibo, cure mediche. La Fondazione garantisce anche un contributo finanziario mensile al nonno (con il quale i bambini vivono) per qualsiasi necessità scolastica quotidiana.
Michelle Chaudhry rileva a Fides: “Tre anni dopo la loro morte, ci dà immensa gioia e gratificazione spirituale vedere questi bambini felici, fiduciosi e che stanno facendo così bene nella vita. Siamo felici di essere coinvolti attivamente nelle loro vite e vederli crescere a livello personale e educativo. Grazie all’amore e alla cura ricevuta, sono ora ben inseriti a scuola. Partecipano attivamente alle attività di istruzione e a quelle extracurricolari”.
Chaudhry rimarca: “È responsabilità del governo garantire la sicurezza e la protezione di tutti i cittadini, indipendentemente dalla fede, dall’etnia o dalla cultura. Chiediamo oggi al governo del Pakistan di fare proprio questo, come è sancito dalla Costituzione del Pakistan”.
La Fondazione ringrazia tutti i sostenitori e, come organizzazione di ispirazione cattolica, indipendente e senza scopo di lucro, continua a impegnarsi per sradicare l’ingiustizia dalla società pakistana, difendendo i gruppi svantaggiati, vulnerabili ed emarginati all’interno della nazione. (PA) (Agenzia Fides 20/11/2017)