2017 11 15 «Uccisi suor Vattalil. Poi il perdono mi ha trasformato»

Insistere nella preghiera per i cristiani perseguitati per il miracolo della conversione dei carnefici. «Uccisi suor Vattalil. Poi il perdono mi ha trasformato»
ERITREA - “Preghiamo per la Chiesa perseguitata in Eritrea”: appello dei Vescovi dell’Africa Orientale EGITTO - Nuove minacce jihadiste ai copti: vanno eliminati perché costruiscono chiese, evangelizzano, non rispettano la Sharia PAKISTAN - Manifestanti radicali islamici in strada: “Giustiziate Asia Bibi”
Fonte:
CulturaCattolica.it
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L'assassino. «Uccisi suor Vattalil. Poi il perdono mi ha trasformato»

Domenica 5 novembre il Pontefice ha definito la religiosa uccisa nel 1995 «la suora del sorriso». Il suo killer, pentitosi in carcere è stato perdonato e accolto dalla famiglia della religiosa

Mentre oltre 15mila persone festeggiavano sabato 4 novembre la beatificazione della clarissa francescana Rani Maria Vattalil a Indore, durante una celebrazione presieduta dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, un uomo era in lacrime. Si trattava di Samunder Singh, cioè l’uomo che aveva pugnalato 54 volte suor Rani Maria, il 25 febbraio 1995, mentre viaggiava su un bus che trasportava circa cinquanta passeggeri, su un sentiero remoto della giungla. La religiosa, 41 anni, di cui è stato riconosciuto il martirio, stava andando a prendere un treno per raggiungere il piccolo villaggio di Pulluvazhu, suo luogo natale, vicino alla città di Kochi, nella regione meridionale di Kerala. Sabato scorso all’inizio della liturgia Stephen Vattalil, il fratello maggiore di suor Maria, ha abbracciato forte l’omicida della sorella, che in carcere ha cambiato vita, ricevendo, grazie alla testimonianza di un sacerdote, il dono della fede. «Volevo esserci e così sono venuto, ha raccontato ad Avvenire Samunder Singh mentre la funzione di beatificazione finiva.

Per partecipare al rito ha dovuto camminare oltre 10 chilometri, a piedi, dal suo villaggio di Semlia per prendere un bus e così raggiungere Indore. «Quello che è successo è molto brutto. Me ne sono pentito ma adesso sono felice perché il mondo intero festeggia la nuova beata» ha aggiunto Samunder, che aveva 22 anni quando commise l’omicidio, commissionato da alcuni usurai che si erano sentiti danneggiati dall’opera della suora che aiutava le donne del villaggio. Suor Vattalil infatti aveva avviato gruppi di aiuto fai da te per donne e altri abitanti del villaggio e li aveva liberati dalla morsa feroce degli usurai, che tenevano in condizione di schiavitù i più poveri, aiutandoli a trovare linee di credito e agevolazioni fiscali per la coltivazione dei terreni. L’alta corte ha cambiato l’iniziale sentenza di condanna a morte in ergastolo, poi è venuta la richiesta, accolta, della grazia, da parte della famiglia stessa della religiosa. Benché naturalmente si senta in colpa Samunder Singh è felice per la religiosa che considerava una benedizione per il mondo. Da quel giorno del 1995 la sua vita è radicalmente cambiata anche sotto il profilo affettivo. La moglie infatti lo ha lasciato portando con sé il figlio e oggi conduce un’esistenza solitaria di contadino. Tuttavia è felice: «ho cambiato atteggiamento nei confronti della vita. Sono un uomo nuovo e aiuto gli altri».

Soprattutto a cambiarlo è stato il perdono. «Lei mi ha dato una nuova vita con il suo atto di perdono. Sono un uomo trasformato» ha aggiunto Singh, spiegando come la sorella minore di suor Rani Maria, suor Selmy, anche lei clarissa, l’abbia accettato formalmente come fratello mentre stava ancora scontando la condanna in prigione e come questo gesto abbia facilitato la sua scarcerazione. Ma decisivo nel cammino di riconciliazione e per l’incontro con la famiglia della suora assassinata anche l’impegno di padre Swami Sadanand, carmelitano di Maria Immacolata, morto nel marzo 2016. Il sacerdote aveva visitato Singh più volte in prigione, dal 2002, e aveva portato suor Selmy a incontrarlo. La suora aveva legato un rakhi, un braccialetto rosso, sulla sua mano, un rito che indicava che accettava Singh come suo fratello. Dopo qualche tempo il sacerdote ha chiesto che Singh venisse liberato dalla prigione. Ufficiali del tribunale hanno acconsentito, nel 2006, a liberarlo dopo che dichiarazioni obbligatorie erano state firmate da suor Selmy, dai suoi genitori e da ufficiali ecclesiastici.

Quando suor Selmy è tornata a casa, nello stato meridionale del Kerala, nel gennaio 2007, per visitare Paul Vattalil, il padre malato di 82 anni, Singh ha accompagnato la religiosa e si è scusato con i suoi genitori. Da allora l’uomo è stato in contatto regolare con suor Selmy che è stata mandata nello stesso convento di Udainagar, a 40 chilometri da Indore, dove la sorella Rani Maria è stata sepolta. Tomba nei pressi della quale, dopo la beatificazione l’arcivescovo Giambattista Diquattro, nunzio apostolico in India, ha celebrato la Messa di ringraziamento, alla presenza di numerosi vescovi e oltre 3.000 fedeli, compresi 200 parenti dei parrocchiani di suorVattalil provenienti da Kerala. Sempre domenica scorsa infine l’omaggio a suor Rani Maria da parte del Papa, che all’Angelus ha auspicato che «il suo sacrificio sia seme di fede e di pace, specialmente in terra indiana. Era tanto buona – ha concluso il Pontefice –. La chiamavano “la suora del sorriso”».
( Traduzione di Silvia Guzzetti)
(martedì 7 novembre 2017 Avvenire)

Le notizie della settimana

ERITREA - “Preghiamo per la Chiesa perseguitata in Eritrea”: appello dei Vescovi dell’Africa Orientale
“Dobbiamo seguitare a pregare per la Chiesa in Eritrea, che continua a essere perseguitata, con il governo che confisca proprietà ecclesiastiche, non permette la costruzione di chiese e minaccia l’esistenza stessa della Chiesa” afferma p. Ferdinand Lugonzo, Segretario Generale della Association of Member Episcopal Conferences in Eastern Africa (AMECEA), in un colloquio con l’Agenzia Fides nel quale spiega il messaggio di solidarietà inviato ai cristiani eritrei da una delegazione dell’AMECEA: “Attualmente cinque seminaristi sono in prigione - dice p. Lugonzo - sembra per questioni relative al servizio militare obbligatorio”.
La visita di solidarietà in Eritrea da parte della delegazione dell’AMECEA è iniziata il 30 ottobre e si è conclusa domenica 5 novembre. La visita era tra i punti inseriti nella risoluzione finale della 18esima Assemblea Plenaria dell’AMECEA, che si è tenuta nella capitale del Malawi, Lilongwe, nel 2014.
Nel loro messaggio di solidarietà, i membri della delegazione spiegano che hanno incontrato non solo i responsabili e i laici della Chiesa cattolica, ma “abbiamo avuto l’occasione di incontrare alcuni leader civili a diversi livelli del governo”, come “i responsabili di altre comunità religiose”. Nel loro messaggio, i membri della delegazione incoraggiano “tutte le comunità religiose in Eritrea a cercare di lavorare in armonia per promuovere il bene comune” e rendono omaggio “alla testimonianza di fede e ai sacrifici dei primi missionari che hanno piantato i semi della fede nel Paese”.
La delegazione ha notato con soddisfazione che le autorità locali apprezzano gli sforzi effettuati dalla Chiesa cattolica, insieme ad altre comunità di fede, per il benessere degli Eritrei, ma, allo stesso tempo, ha osservato “con molta preoccupazione il fatto che la Chiesa opera in un ambiente molto difficile”.
La delegazione ha esortato esplicitamente il governo eritreo ad assicurare un ambiente favorevole “affinché la Chiesa ricopra il suo giusto ruolo nello sviluppo della popolazione”. In particolare, la delegazione AMECEA ha espresso preoccupazione per gli impedimenti alla costruzione non solo delle chiese, ma anche delle residenze per il clero e i religiosi a causa di quelli che sono descritti come “fattori esterni”.
La rappresentanza dell’AMECEA ha riconosciuto la forte testimonianza di fede dei membri del clero, dei religiosi e dei laici, lodandone la forza nel resistere in un ambiente difficile.
Infine la delegazione ha chiesto al governo di Asmara, “pur conoscendo il conflitto sui confini tra Eritrea ed Etiopia”, il permesso ai Vescovi dell’Eritrea di partecipare alla 19esima Assemblea Plenaria dell’AMECEA che si terrà ad Addis Abeba nel luglio 2018,
La delegazione era guidata da Sua Ecc. Mons. Thomas Msusa, Arcivescovo di Blantyre (Malawi) e Vice Presidente del Comitato Esecutivo dell’AMECEA. Ne facevano parte Sua Eminenza il Cardinale John Njue, Arcivescovo di Nairobi (Kenya); Sua Ecc. Mons Michael Didi, Arcivescovo di Khartoum (Sudan); Sua Ecc. Mons. Joseph Anthony Zziwa, Vescovo di Kiyinda-Mityana (Uganda); Sua Ecc. Mons. John Baptist Odama, Arcivescvo di Gulu (Uganda); p. Ferdinand Lugonzo, Segretario Generale della AMECEA.
Fanno parte dell’AMECEA i Vescovi di Eritrea, Etiopia, Kenya, Malawi, Sud Sudan, Sudan, Tanzania, Uganda, e Zambia, con Gibuti e Somalia come membri associati. (DBO-LM) (Agenzia Fides 11/11/2017)

Per approfondire

NEWS ANALYSIS /OMNIS TERRA - Eritrea: una “Corea del Nord africana”

«L’Eritrea è il paese con meno libertà al mondo». Ad affermarlo non è un oppositore del presidente Isayas Afeworki e neanche una dichiarazione dell’odiato governo etiope, bensì un documento ufficiale delle Nazioni Unite. Il rapporto, frutto del lavoro di una Commissione d’inchiesta sui diritti umani che ha preso in esame le testimonianze di 550 eritrei e ha visionato 160 scritti (ma alla quale è stato impedito di entrare nello Stato), accusa il governo eritreo di «sistematiche, diffuse e gravi violazioni dei diritti umani», tra le quali torture, violenze sessuali, sparizioni e lavori forzati. L’Eritrea è dipinta come una «Corea del Nord africana» nella quale non esistono istituzioni e processi democratici, la libertà di stampa è inesistente, il servizio militare è a tempo indeterminato e i rapporti con tutte le nazioni vicine sono pessimi.
Ma come si è arrivati a questa situazione? La situazione attuale affonda le radici nella storia del paese (...)

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Continua a leggere la News analysis su Omnis Terra: http://omnisterra.fides.org/articles/view/61

EGITTO - Nuove minacce jihadiste ai copti: vanno eliminati perchè costruiscono chiese, evangelizzano, non rispettano la Sharia
I copti cristiani in Egitto non accettano la condizione di sottomissione imposta ai cristiani nelle società islamiche: continuano a costruire chiese e addirittura a promuovere reti televisive per diffondere l'annuncio cristiano. Per questo vanno colpiti come “infedeli combattenti”, e le loro chiese vanno fatte saltare in aria. E' questo in sintesi il messaggio di istigazione a compiere nuove violenze contro i copti egiziani contenuto in un dossier diffuso nei giorni scorsi da Wafa Media Foundation, organo di propaganda jihadista considerato affiliato alla rete del sedicente Stato Islamico (Daesh).
Nel solo 2017 il terrorismo jihadista ha compiuto tre stragi di cristiani copti, oltre a diversi omicidi. Il 9 aprile, Domenica delle Palme, gli attentati a due chiese copte – una nella regione di Tanta e una ad Alessandria – hanno provocato 45 morti e più di 130 feriti. Il 26 maggio, un assalto terroristico a un pullman di pellegrini nel governatorato di Minya ha provocato la morte di 28 copti. (GV) (Agenzia Fides 10/11/2017).

PAKISTAN - Manifestanti radicali islamici in strada: “Giustiziate Asia Bibi”
Esecuzione capitale di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia e in attesa di giudizio davanti alla Corte Suprema; dimissioni del ministro della Giustizia Zahid Hamid; liberazione di leader religiosi islamici detenuti: sono alcune delle richieste avanzate dai gruppi islamici radicali “Tehreek-i-Labbaik Ya Rasool Allah Pakistan” e “Sunni Tehreek”, che da giorni hanno avviato una protesta pubblica contro il governo pakistano per le strade di Islamabad. Secondo quanto appreso dall’Agenzia Fides, nel sermone predicato venerdì scorso dagli imam vicini ai gruppi radicali, davanti a circa tremila manifestanti, si minacciava di compiere attacchi violenti, anche verso i familiari del ministro della Giustizia o verso quanti sono accusati di blasfemia. Anche l'anno scorso, ricorda a Fides l’avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill, anche’egli vittima di minacce, “circa 150 capi religiosi radicali, in occasione dell'udienza del caso di Asia Bibi avevano invitato il governo a giustiziarla. L’estremismo islamico si fa presente sulla scena pubblica”, rileva.
Nei giorni scorsi la polizia ha intimato agli attivisti di liberare immediatamente la “Jinnah Avenue”, arteria di Islamabad, dove i manifestanti avevano organizzato un sit-in di protesta non autorizzato.
In seguito agli attacchi terroristici registratisi negli ultimi anni, per disposizioni di legge sono vietate in Pakistan grandi assemblee pubbliche. I manifestanti si sono allora trasferiti in un 'altra area della città, un parco deputato ad accogliere proteste legittime e pacifiche. La protesta è scoppiata in seguito alla controversia nata a causa dell’approvazione della “Legge elettorale 2017”, che dispone di cambiare la formula del giuramento per i candidati alle cariche pubbliche: in una formula che cita il Profeta Maometto, l’espressione “io giuro solennemente” diventa “io credo”, per preservare la presenza e il credo di candidati non musulmani. La controversia, di carattere squisitamente politico, è stata subito assunta dai gruppi radicali come un’offesa alla religione islamica e al carattere islamico della Repubblica del Pakistan. Presentato un ricorso all’Alta Corte di Islamabad, il provvedimento di legge è stato sospeso dalla Corte. (PA)
(Agenzia Fides 14/11/2017)