2017 07 19 La persecuzione contro i cristiani non sembra diminuire affatto

MESSICO - Sacerdote brutalmente ucciso CONGO - devastata una parrocchia, rapiti due sacerdoti VENEZUELA - Card. Urosa assediato in parrocchia EGITTO - Ferito copto EGITTO - Il figlio di un copto ucciso dai jihadisti dona a una moschea e a una chiesa la somma riservata alle famiglie delle vittime PAKISTAN - un altro cristiano arrestato per “blasfemia” SIRIA - Il parroco di Aleppo: c’è gente che torna perché la Chiesa aiuta IRAQ MOSUL - cristiani prudenti dopo la liberazione della città EUROPA - Vescovi di Bosnia ed Erzegovina: i cattolici stanno scomparendo CANADA - Vescovi: legge sul gender minaccia libertà di parola BOLIVIA - cattolici ed evangelici contro la legge gender
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MESSICO - Un altro sacerdote brutalmente ucciso nella sua parrocchia
“Con profondo dolore e sgomento informiamo della morte del nostro fratello sacerdote diocesano Luis Lopez Villa, 71 anni, che il 5 luglio è stato ucciso da criminali che sono riusciti a fare irruzione nella Parrocchia San Isidro Labrador, nel comune de Los Reyes” afferma il comunicato della diocesi messicana di Nezahualcóyotl, comunicando la morte violenta del terzo sacerdote in Messico in questo anno 2017.
“Il presbitero Luis Lopez Villa, è nato il 20 gennaio 1946 a Santiaguillo (Michoacan). E’ stato ordinato sacerdote il 18 luglio 1985 ad Amecameca, stato di Messico. Tutti, sacerdoti e fedeli laici della diocesi di Nezahualcoyotl, sono molto scioccati e addolorati da questa triste notizia” continua il comunicato pervenuto a Fides. “Preghiamo per le nostre autorità e abbiamo fiducia in loro, perché riescano a chiarire questo crimine, preghiamo anche per la pace e la giustizia nelle nostre comunità” conclude il testo.
Il Vescovo della diocesi di Netzahualcóyotl, Sua Ecc. Mons. Héctor Luis Morales Sánchez, ha commentato che padre Lopez Villa è stato brutalmente assassinato mentre era nella sua stanza, la notte di mercoledì 5 luglio. Un primo rapporto della polizia informa che il sacerdote era stato legato e immobilizzato, mani e piedi, con nastro adesivo, e presentava due ferite profonde, una al collo e una sul lato sinistro del torace, causate da un’arma da taglio. (Agenzia Fides, 07/07/2017)

CONGO RD - Nord Kivu: devastata una parrocchia, rapiti due sacerdoti
Ancora notizie di violenze dall’Est della Repubblica democratica del Congo, esattamente dal Nord del Kivu.

Si tratta del parroco e del suo vice, di Bunyuka, una delle dodici parrocchie di Butembo, nel Nord Kivu al confine con Uganda e Ruanda. Domenica sera sono stati presi in ostaggio dopo aver assistito alla devastazione e alla depredazione delle loro strutture parrocchiali. Don Charlee Borromee Kipasa e don Jean-Pierre Akilimali probabilmente sono ora nelle mani dei miliziani, numerosi in questo territorio provenienti soprattutto dal Ruanda e dall’Uganda. I due sacerdoti sono stati rapiti da una decina di uomini armati in tenuta mimetica che hanno assalito la parrocchia. Gli assalitori hanno picchiato alcuni seminaristi che prestavano servizio nella parrocchia ed hanno rubato due autoveicoli e due moto utilizzati dai sacerdoti. I due fuoristrada sono stati successivamente ritrovati nei pressi del parco nazionale di Virunga.
Radio Vaticana17/07/2017

CONGO RD - Condanna dei Vescovi per il rapimento dei sacerdoti: “Far loro del male è danneggiare la comunità che servono”
Sequestrati due sacerdoti cattolici congolesi nella notte tra domenica 16 e lunedì 17 luglio. Don Pierre Akilimali e don Charles Kipasa sono stati prelevati da sconosciuti nella parrocchia di Notre-Dame des Anges di Bunyuka, nella diocesi Beni-Butembo, nella provincia del Nord-Kivu, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo.
Il rapimento dei due preti è stato condannato dalla Conferenza Episcopale nazionale del Congo (CENCO) che in un comunicato ha denunciato il clima d’insicurezza nell’area ed ha ricordato alle autorità congolesi il loro compito di “garantire la sicurezza delle persone e dei loro beni”.
Il comunicato ricorda inoltre che dall’ottobre 2012 non si sa nulla della sorte dei tre padri assunzionisti, Jean-Pierre Ndulani, Anselme Wasikundi ed Edmond Bamutute, rapiti nella loro parrocchia di Notre-Dame des Pauvres di Mbau, a 22 km da Beni (vedi Fides 22/10/2012).
“I preti sono degli uomini di Dio che consacrano la loro vita per il bene della popolazione, senza avere un’agenda politica. Far loro del male, significa danneggiare tutta la comunità nella quale servono” sottolinea il comunicato firmato da Sua Ecc. Mons. Marcel Utembi, Arcivescovo di Kisangani e Presidente della CENCO.
(Agenzia Fides 18/7/2017)

VENEZUELA - Il Card. Urosa Savino dopo l’assedio in parrocchia: “basta violenza contro il popolo”

L’Arcivescovo di Caracas, il Card. Jorge Urosa Savino, “ripudia totalmente l’attacco di gruppi armati contro i cittadini che stavano pacificamente partecipando alla consultazione popolare sull’Assemblea Costituente, e il successivo assedio alle persone che erano in parrocchia. Il Cardinale Arcivescovo di Caracas esige dal governo che fornisca la protezione della polizia a sacerdoti, diaconi e laici che lavorano con dedizione e generosità al servizio della popolazione di Catia. E cessi assolutamente la violenza contro il popolo”. Così è scritto in un comunicato diffuso dall’Arcidiocesi di Caracas, pervenuto a Fides, in cui si ricostruiscono gli eventi accaduti domenica scorsa, 16 luglio, nella località di Catia, a nord ovest della capitale. Domenica circa 7 milioni di venezuelani hanno partecipato al referendum “simbolico”, indetto dall’opposizione, sull’Assemblea Costituente voluta dal Presidente Nicolas Maduro, in un cli ma di tensione e di atti intimidatori. Il 98,4% dei venezuelani ha votato contro il progetto di riscrivere la Costituzione.
Secondo la nota dell’Arcidiocesi, domenica 16 luglio, festa della Vergine del Carmen, il Card. Urosa Savino si è recato verso mezzogiorno nella parrocchia di Nuestra Señora del Carmen a Catia, per celebrare la festa patronale, come ogni anno. Dopo la Messa solenne, il Cardinale ha salutato alcuni fedeli ed è entrato nella casa parrocchiale per incontrare i sacerdoti e i diaconi. Successivamente sono stati informati che un gruppo di uomini motorizzati aveva aggredito i cittadini che partecipavano alla consultazione in una postazione allestita vicino alla chiesa, ma non nei locali parrocchiali. Le persone assalite si sono rifugiate in chiesa, e pochi istanti dopo si sono udite due esplosioni di quattro colpi ciascuna. Si è poi saputo che una persona era morta e altre erano state ferite.
Il gruppo violento ha continuato ad infastidire coloro che si erano rifugiati in chiesa, e per proteggerli si sono dovute chiudere le porte. Gli aggressori hanno impedito che le persone potessero uscire. Data la gravità della situazione, il Cardinale ha chiesto l’intervento delle autorità, mentre il parroco chiedeva agli aggressori di mettere fine all’assedio, ribadendo che le strutture parrocchiali non erano state concesse per il referendum, ma senza successo. Verso le 14,40 sono arrivate le autorità di polizia che hanno consentito di far uscire le persone rifugiate in chiesa su veicoli forniti dalla polizia.
“L’ultimo a lasciare la chiesa, dopo quasi tre ore di assedio illegale – conclude la nota - , è stato il Cardinale Urosa, che prima di ritirarsi ha ringraziato la polizia per la collaborazione e ha chiesto loro di garantire la sicurezza dei sacerdoti, dei diaconi e del personale della parrocchia del Carmen. Cosa che hanno promesso di fare”. (SL) (Agenzia Fides 18/07/2017)

VENEZUELA - Lettera dei Vescovi riuniti in Assemblea al Presidente Maduro
Per risolvere la grave crisi di generi alimentari e di medicine, e l’insicurezza che sta provocando innumerevoli vittime in tutto il paese, è urgente: “Riconoscere l’autonomia di tutti i poteri pubblici e lavorare insieme a loro, in particolare con l’Assemblea nazionale e la Procura generale della Repubblica; ritirare la convocazione di una Assemblea nazionale costituente; prendere in considerazione e sostenere gli accordi fatti nella prima tornata di dialoghi con l’opposizione”. Queste le tre richieste della Conferenza Episcopale Venezuelana contenute nella lettera rivolta al Presidente Nicolas Maduro durante i lavori della 108.ma Assemblea Plenaria dell’Episcopato, che si tiene a Caracas dal 7 al 12 luglio.
Nell’agenda di lavoro dell’Assemblea, è scritto nella lettera, “occupa un posto rilevante lo studio della grave situazione che scuote le fondamenta del paese. Ci anima il proposito di portare luce e indicare vie di soluzione, come Pastori che camminano con la gente alla quale appartengono, accompagnando e consolando in particolare i più poveri e afflitti”.
Dopo aver citato alcune espressioni di solidarietà rivolte da Papa Francesco, che segue con attenzione e preoccupazione la grave situazione che attraversa il popolo venezuelano, i Vescovi concludono manifestando nuovamente al Presidente Maduro “la loro disponibilità a mettersi a servizio dell’incontro e della riconciliazione tra tutti i venezuelani”. (SL) (Agenzia Fides 11/07/2017)

VENEZUELA - Messaggio urgente dei Vescovi ai cattolici e alle persone di buona volontà
A conclusione dei lavori della 108.ma Assemblea Plenaria dell’Episcopato del Venezuela, che si è svolta a Caracas dal 7 al 12 luglio (vedi Fides 07/07/2017; 11/07/2017), i Vescovi hanno pubblicato un “Messaggio urgente ai cattolici e alle persone di buona volontà in Venezuela”.
“Nel nostro paese si percepisce molto chiaramente che la violenza ha acquisito un carattere strutturale. Ecco varie espressioni: dalla repressione irrazionale, con il suo pesante conto di morti e feriti, danni alle abitazioni e alle strutture residenziali; alle persecuzioni, e perfino a trascurare i bisogni fondamentali della popolazione. La repressione ufficiale genera risposte a volte violente, contribuendo a creare un clima di tensione e di anarchia, con delle conseguenze pericolose. C’è un disprezzo per la dignità umana che si esprime nella continua negazione e violazione dei diritti umani da parte delle autorità” si legge nella prima parte del messaggio pervenuto a Fides.
“E’ il momento per un cambiamento nell’orientamento politico del governo” continua il testo, “l’iniziativa del governo di convocare un’Assemblea Nazionale Costituente, respinta dalla maggioranza del popolo venezuelano, ha ignorato completamente che è il popolo, nell’esercizio della propria sovranità, quello che la può e la deve convocare”. “Tutto fa pensare che ciò che si cerca è di stabilire uno stato socialista, marxista e militare, con la scomparsa dell’autonomia dei poteri, in particolare il potere legislativo”.
“Come Pastori della Chiesa in Venezuela, alziamo la voce per chiedere: al governo nazionale, di ritirare la proposta dell’Assemblea Costituente; alle forze armate, di servire il popolo e non il regime o il partito di governo; a tutti i politici, di impegnarsi con la popolazione per superare la crisi.
Noi, come Pastori, ci impegniamo a sostenere il nostro popolo e chiediamo a tutti membri della Chiesa e alle persone di buona volontà di essere solidali con i più vulnerabili”. Il messaggio si conclude con l’invito a partecipare alla Giornata di Preghiera e digiuno indetta per il 21 luglio.
(CE) (Agenzia Fides, 13/07/2017)

VENUEZELA - Mons. Padrón: c’è una dittatura, serve il dialogo
La Chiesa venezuelana ribadisce che il governo del presidente Nicolas Maduro è una dittatura. Un regime che sarà consolidato con l’elezione, il prossimo 30 luglio, dell’Assemblea Costituente. Aprendo la 108.ma Assemblea della Conferenza episcopale venezuelana, il presidente mons. Diego Padrón ha avvertito che la riforma della Costituzione consentirà la “permanenza illimitata dell’attuale governo al potere e l’annullamento dei poteri pubblici”, come quello del Parlamento. A proposito dell’attacco, lo scorso 5 luglio, alla sede parlamentare, il presule ha affermato che si è trattato di “un atto criminale e demenziale”. Una dimostrazione del fatto “che il governo non vuole abbandonare la violenza”.
L’Assemblea costituente - ha detto inoltre mons. Padrón - “sarà imposta con la forza e i suoi risultati saranno la costituzionalizzazione di una dittatura militare, socialista, marxista e comunista”. Il presidente dell’episcopato ha anche ricordato il recente incontro a Roma della presidenza dell’episcopato con Papa Francesco. In quell’occasione i vescovi hanno ribadito che nel caso della crisi venezuelana “non si tratta propriamente di un conflitto ideologico tra destra e sinistra”. E’ invece “una lotta tra un governo diventato dittatura e un popolo” che chiede libertà.
(A cura di Alina Tufani) Radio Vaticana 08 07 2017

EGITTO - Ferito copto di fronte a una chiesa
Nel Paese, l’allerta è massima, come la tensione. Meno di 24 ore dopo il raid a Hurghada, una guardia copta è stata accoltellata fuori da una chiesa di Alessandria. La comunità cristiana è uno dei bersagli abituali degli estremisti. Per tale ragione, fuori dai luoghi di culto, ci sono dei check point di agenti e volontari. Uno di questi ultimi ha chiesto a un giovane, che si avvicinava all’entrata, di mostrargli il contenuto dello zaino. Per tutta risposta, quest’ultimo ha tirato fuori un pugnale e l’ha colpito al volto. Gli altri vigilanti sono accorsi in aiuto del collega e hanno bloccato l’aggressore. Anche in questo caso, non si conosce il movente. Le autorità, tuttavia, hanno avvisato la comunità di un aumento di rischio di attentati: da luglio, le Chiese hanno sospeso i pellegrinaggi e le conferenze, tranne le Messe. Lucia Capuzzi sabato 15 luglio 2017 Avvenire

EGITTO - Il figlio di un copto ucciso dai jihadisti dona a una moschea e a una chiesa la somma riservata alle famiglie delle vittime
Il giovane copto Michael Atef Munir, figlio di una delle vittime della strage dei pellegrini copti uccisi lo scorso 26 maggio in un agguato jihadista, ha annunciato di voler devolvere in beneficenza a una moschea e a una chiesa della provincia di Minya la cifra in denaro che il governo egiziano riserva ai parenti delle vittime del terrorismo. La somma, pari a 100mila sterline egiziane (equivalenti a circa 5mila euro) verrà donata per metà alla chiesa di San Michele, nel villaggio di al Fikriya, e per l’altra metà alla moschea del villaggio di Saft al-Labban. Il figlio di Atef Munir, trucidato dai jihadisti insieme ad altri 27 copti, ha dato l’annuncio ai primi di luglio, nel corso di una messa di suffragio per le vittime celebrata nel monastero di San Samuele dal Vescovo copto ortodosso Basilios, Abate del monastero. Alla fine della messa – riferisce Watani.net – il governatore di Minya, Essam al Bedeiwi, ha consegnato alle famiglie delle vittime presenti alla liturgia, le somme messe a loro disposizione dal ministero della solidarietà sociale. In quella cornice, Michel ha annunciato l’intenzione della famiglia di voler donare la somma alla chiesa e alla moschea. Tale gesto – ha spiegato Michel – mira a rendere evidente che il tentativo jihadista di scatenare lotte e divisioni tra copti e musulmani egiziani ha sortito un effetto contrario rispetto a quello cercato dai terroristi.
La comitiva di copti massacrati lo scorso 26 maggio era diretta in pullman verso il monastero di San Samuele, quando ha subito nell’ultimo tratto di strada sterrata l’assalto di uomini mascherati sopraggiunti su degli autoveicoli. I terroristi hanno ucciso almeno 28 persone, compresi dieci bambini.
Intanto, da giovedì 12 luglio, le Chiese e le comunità cristiane presenti in Egitto hanno sospeso pellegrinaggi, conferenze e vacanze collettive per motivi di sicurezza, su indicazione delle autorità militari e politiche del Paese. La sospensione si protrarrà almeno fino alla fine di agosto. Secondo i media egiziani, la decisione è stata presa sulla base dei suggerimenti venuti dalle forze di polizia, che hanno alzato l’allerta intorno a possibili ulteriori attacchi jihadisti e hanno anche garantito un aumento delle misure di sicurezza per consentire lo svolgimento di alcuni importanti tradizionali raduni estivi ospitati da monasteri e santuari egiziani. (GV) (Agenzia Fides 14/7/2017).

PAKISTAN - un altro cristiano arrestato per “blasfemia”
In Pakistan la legge sulla blasfemia colpisce ancora: un altro cristiano è stato arrestato con l’accusa di avere offeso Maometto. E’ successo nello Stato del Punjab. Lo ha reso noto la polizia a Lahore. Gli agenti hanno aperto un’inchiesta sulla denuncia di un residente dell’area di Kharian secondo cui il cristiano, che lavora come addetto alle pulizia in un ospedale privato, “ha pronunciato osservazioni provocatorie ostili” a Maometto. L’accusato è stato arrestato e trasferito in un luogo sicuro, mentre la polizia ha registrato una denuncia per blasfemia nei suoi confronti.
Il Pakistan per quanto riguarda la blasfemia ha una delle leggi più dure di tutto il mondo islamico. Chiunque può infatti presentarsi in un commissariato per accusare, anche senza prove evidenti, una persona di avere offeso il Corano o Maometto, facendogli così rischiare una condanna al carcere o a morte.
Tante le vittime di questa legge: tra queste c’è Asia Bibi, una donna cattolica, madre di 5 figli, in carcere dal 2009 e condannata a morte con l’accusa di aver offeso Maometto.

SIRIA -Il parroco di Aleppo: c’è gente che torna perché la Chiesa aiuta

In Siria si continua a combattere. L’esercito turco ha attaccato le postazioni dei curdi siriani del Pyd-Ypg nel nord del Paese, dopo che questi ultimi avevano aperto il fuoco contro dei mezzi da ricognizione di Ankara. Continuano i bombardamenti anche ad Aleppo. Ascoltiamo la testimonianza del parroco della città, il padre francescano Ibrahim Alsabagh, al microfono di Luca Collodi:
R. – Quello che vediamo noi sul terreno è un po’ diverso rispetto a quello che si può immaginare. Ieri e l’altro ieri ci sono stati tantissimi bombardamenti nella parte della città nuova di Aleppo e tanti civili sono rimasti uccisi dai missili lanciati dai gruppi armati che sono fuori della città, e continuano bombardamenti forti, atroci, durante la notte. L’acqua va e viene, l’elettricità continua a non esistere … Ieri per tutta la giornata non abbiamo avuto collegamenti internet e neanche i cellulari funzionavano. La vita è molto pesante per la gente: il carovita aumenta sempre e la gente si guarda attorno e dice: “Ma, abbiamo finito o non abbiamo finito? Ci sarà un’altra possibilità per una vita nuova?”.
D. – Questi gruppi armati sono riconducibili all’Is?
R. – Veramente non sappiamo niente. Noi sentiamo i rumori e vediamo gli effetti ma non si capisce. Tante volte dicono che è l’Is, tante volte dicono che ci sono ancora altri gruppi. Da parte nostra, si cerca sempre di operare per la riconciliazione e il dialogo … si cerca con tutte le forze di tendere la mano, per arrivare a una situazione locale pacifica con una parte e con l’altra.
D. – Ci sono siriani che stanno ritornando ad Aleppo…
R. – Questo è un segno che ci dà tanta speranza: dall’inizio di quest’anno a oggi, sono 18 le famiglie che sono tornate. E ci sono notizie che alcune altre famiglie pensano di tornare. Quando domandiamo il perché, ci rispondono: “Abbiamo sentito che la Chiesa assiste, aiuta, incoraggia e quindi è pronta anche a intervenire nella ricostruzione di una casa danneggiata, a dare una mano a un padre di famiglia a trovare un lavoro e per pagare qualcosa, a donare un pacco alimentare di prima necessità …”. Questo ci fa molto piacere e ci incoraggia anche ad alzare il livello dell’accoglienza. Nonostante questo segno di speranza, c’è anche un altro segno: ci sono anche quelli che oggi pensano di andarsene. Sembra una contraddizione, però ci sono adesso le famiglie divise – una parte qui, una parte in Europa; da qui chiamano i loro genitori, i loro figli, vogliono partire perché non vedono più speranze per la città e per il Paese. Per questo, alcuni continuano a pensare di lasciare.
D. – Qual è la situazione più in generale in Siria?
R. – E’ un Paese frantumato, un Paese distrutto; non ci sono servizi, come acqua ed elettricità; il lavoro è rarissimo, durante il mese del Ramadan ci si aspettava che il commercio si sarebbe avviato un po’: non ci sono state vendite … L’unico commercio che c’è e che funziona è quello dei generi alimentari, anche perché noi come Chiesa compriamo e distribuiamo tutto alla gente per quanto riusciamo. E’ un Paese ferito, un Paese distrutto, un Paese paralizzato economicamente che incomincia a essere un mercato completamente dipendente dai mercati esteri; c’è anche una riduzione considerevole del valore della lira siriana e la gente si guarda intorno, cerca di vedere un futuro che però, dal punto di vista umano, non si vede … (Radio Vaticana 14 07 2017)

IRAQ MOSUL - cristiani prudenti dopo la liberazione della città

Prudenza e preoccupazione: sono questi i sentimenti prevalenti fra i cristiani iracheni sfollati, dal 2014 rifugiati ad Erbil nel Kurdistan-iracheno, dopo l’annuncio della liberazione di Mosul dalle truppe dell’Is fatto dal premier iracheno al-Abadi. Per il momento, come ha confermato mons. Petros Mouche, arcivescovo siro-cattolico di Mosul, il rientro in città della popolazione è difficile, ma resta anche la questione della tutela della minoranza cristiana. Lo spiega da Erbil, padre Benham Benoka, sacerdote siro-cattolico della diocesi di Mosul, al microfono di Fabio Colagrande:
R. – Di sicuro è un grande successo dell’Iraq, di tutti i militari iracheni, di tutte le coalizioni, di tutte le appartenenze. Però, adesso, dopo la fine dell’Is che cosa ci aspetta? L’Iraq è spezzato e quindi la prima cosa da fare è quella di unificare l’Iraq e vedere come si può applicare la pace all’interno di questa divisione.
D. – Qual è attualmente la vita dei cristiani iracheni nel Kurdistan iracheno?
R. – Alcuni sono partiti fin dal 2014, dopo l’invasione da parte dell’Is, del sedicente Stato Islamico; qui a Erbil ci sono ancora decine di migliaia di cristiani rimasti: alcuni di loro sono tornati nei loro villaggi e città cristiani, soprattutto nella parte Nord della Piana di Ninive. Invece, quelli della Piana di Ninive del Sud non sono tornati nelle loro città, visto che la condizione di sicurezza in in questi villaggi non è ancora risolta.
D. – I cristiani iracheni che vivono a Erbil, come vedono la liberazione di Mosul?
R. – I cristiani da questo punto di vista sono molto prudenti, cioè i cristiani lasciati soli dalle stesse forze militari irachene, lì, nella Piana di Ninive, con l’Isis, nessuno li ha protetti: per questo sono venuti verso il Nord dell’Iraq, nel Kurdistan iracheno. Vedono che il problema della permanenza del cristianesimo nell’Iraq non è venuto solo con l’Is, ma già prima dell’Is avevamo questo problema: parliamo del lunghissimo cambiamento demografico che i diversi governi iracheni hanno applicato nelle città cristiane. Quindi la preoccupazione nostra non è la fine o la non fine dell’Isis: forse l’Isis ha dato il colpo di grazia dopo quello che i cristiani avevano già sofferto prima di questo.
D. – Tra l’altro, alcuni cittadini cristiani sono stati traditi proprio da altri cittadini musulmani con i quali prima c’erano rapporti di amicizia; anche adesso i reportage ci raccontano di cittadini musulmani che hanno aiutato i jihadisti dell’Is: anche questo crea molta preoccupazione …
R. – Sì. Davvero, nel 2014, proprio dopo l’invasione dell’Is, i nostri “amici” musulmani che venivano spesso nei nostri villaggi cristiani, mangiavano, prendevano medicine, dopo l’invasione dell’Is entravano nelle nostre case vuote e ci chiamavano dicendo: “Caro amico, io sono nella tua casa però purtroppo adesso non è più tua, è casa mia”. Stiamo parlando di esperienze molto dure nei confronti di persone con cui abbiamo convissuto per lungo tempo. Noi li abbiamo accettati, ma loro ci hanno rifiutati. Il caso non è solo dei nostri amici musulmani, ma anche della Costituzione irachena e delle leggi che proprio vanno contro la libertà religiosa cristiana e non cristiana del Paese. (Radio Vaticana 11 07 2017)

EUROPA - Vescovi di Bosnia ed Erzegovina: i cattolici stanno scomparendo
I vescovi della Bosnia ed Erzegovina hanno concluso a Banja Luka la 70.ma assemblea plenaria. Tante le sfide affrontate, in primis l’urgenza di una convivenza pacifica tra le varie etnie, la promozione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, l’operato della Caritas a sostegno dei bisognosi. Dal cardinale Vinko Puljić, presidente della Conferenza episcopale del Paese è arrivato però anche l’affondo contro quanti stanno mettendo in atto una “strategia malvagia” volta a danneggiare la Chiesa e i cattolici. ll vescovo di Banja Luka, mons. Franjo Komarica, ha affermato che senza un serio intervento internazionale è solo una questione di tempo prima che i cattolici scompaiano completamente dalla Bosnia. Radio Vaticana 16 07 2017

CANADA - Vescovi: legge sul gender minaccia libertà di parola
“Il genere non può essere separato dalla sessualità biologica o scelto”. È quanto ribadisce la Conferenza episcopale del Canada (Cecc-Cccb) che, in una nota, esprime così le sue forti perplessità su una nuova legge approvata lo scorso giugno dal Parlamento di Ottawa che aggiunge ai motivi di discriminazione sanzionabili dal Codice penale quello dell’identità di genere e dell’espressione di genere.
La Chiesa è contro le discriminazioni
L’obiettivo del provvedimento, passato sotto il nome C-16 è – secondo i suoi relatori - di tutelare legalmente dalla propaganda di odio gruppi che si distinguono per la loro identità di genere (come è il caso ad esempio del trans-sessuali). “La Chiesa – si legge nella nota – considera tutte le persone, quale che sia il modo in cui esse si identificano o lo stile di vita che scelgono, come investite di una dignità intrinseca conferita loro da Dio nostro Creatore”. Di conseguenza essa considera ingiusta “ogni forma di discriminazione e di violenza contro una persona, comunità o categoria di persone”. In questo senso l’obiettivo anti-discriminatorio della legge è di per sé condivisibile.
La teoria di genere contraria alla legge naturale e alla rivelazione cristiana
Tuttavia – sottolineano i vescovi - alcuni principi ad esso sottesi, che pure hanno un ampio consenso nella società oggi, non potrebbero essere sostenuti dai cattolici. Il più grave è quello che pretende che il genere possa essere separato dalla sessualità biologica o scelto dall’individuo: “Questo principio chiave della moderna teoria di genere è contrario alla legge naturale e alla rivelazione cristiana e per questo è esplicitamente condannato da Papa Francesco e da Benedetto XVI. Come si legge, infatti, nella Genesi (1,26-27) siamo creati “maschio e femmina”, mentre il Catechismo della Chiesa cattolica afferma che “spetta a ciascuno, uomo o donna, riconoscere ed accettare la propria identità sessuale” che comprende “la differenza e la complementarità fisiche, morali e spirituali” ed “esercita un’influenza su tutti gli aspetti della persona umana, nell’unità del suo corpo e della sua anima”.
In pericolo la libertà di parola e religiosa
A preoccupare particolarmente i vescovi canadesi sono le implicazioni della C-16 per la libertà di parola, di associazione e per quella religiosa. Di qui l’esortazione rivolta ai cattolici e a tutte le persone di buona volontà “a difendere queste libertà e la concezione della dignità umana sulle quali sono fondate” .(A cura di Lisa Zengarini) (Radio Vaticana 10 07 2017)

BOLIVIA - cattolici ed evangelici contro la legge gender
La Chiesa cattolica di Bolivia e le Chiese Evangeliche Unite hanno presentato, questa settimana un ricorso d’incostituzionalità contro la legge d’identità di genere. Promulgata a maggio del 2016, la legge 807 prevede il riconoscimento sociale e il diritto delle persone transessuali o transgender, maggiori di 18 anni, di cambiare nome, sesso ed aspetto fisico. In altre parole, questa legge consente di scegliere un sesso diverso rispetto a quello di nascita ed ottenere così un nuovo documento d’identità.

Una norma incostituzionale
La delegazione della Conferenza episcopale boliviana guidata dal presidente hanno presentato un ricorso in difesa della vita e della famiglia con degli elementi di giudizio che permettono di “discernere sull’incostituzionalità” di questa norma. Il documento sostiene che la legge 807 sull’identità di genere non ha contemplato la “vera portata degli articoli 62, 63 e 64 della Costituzione Politica dello Stato che stabilisce che la famiglia è fondamento della società ed è costituita dal matrimonio tra una donna e un uomo, i quali avranno il dovere comune di sostenere la famiglia e i figli. Il ricorso presentato dalle Chiese cattolica ed evangelica ricorda che la Carta fondamentale prevede che la persona possa cambiare nome, ma non sesso, per formare una famiglia. Infatti, l’assistente legale dell’episcopato boliviano, Susana Inch, ha riferito il caso incostituzionale, presentato nei mesi scorsi presso il Tribunale Supremo, sulla possibilità che due persone dello stesso sesso potessero contrarre matrimonio con il solo cambio di sesso di una di esse.

I cristiani insieme nella difesa della vita e della famiglia
Il pastore Francisco Machaca ha affermato che il documento mira alla difesa della famiglia e non alla “discriminazione o all’esclusione” delle persone. “Si tratta - ha detto - di difendere il nucleo familiare e, con esso, la società nel suo insieme”. Il presidente dell’episcopato, mons. Centella, ha sottolineato che il documento è coerente con la fede religiosa, ma allo stesso tempo presenta elementi giuridici e tecnici che provano l’incostituzionalità della legge. Anche mons. Jesús Juarez, vescovo di Sucre, ha ribadito l’unità che c’è tra le Chiese cristiane nella difesa di punti comuni e irrinunciabili come la vita, la famiglia, il matrimonio e i valori dettati dal Vangelo.

Una legge contraria alla natura umana
Fin dall’approvazione della normativa, a metà dello scorso anno, sono stati molteplici i pronunciamenti dei vescovi che hanno respinto la legge sull’identità di genere perché “contraria alla natura umana”. Ad ottobre, la “Piattaforma per la vita e la famiglia” ha presentato un ricorso al Tribunale Costituzionale per dichiarare incostituzionale la legge. In più di un’occasione, l’episcopato, insieme alle altre chiese cristiane del Paese, hanno ribadito che la norma sull’identità di genere, “risponde ad un’ideologia che è contraria alla famiglia e alla natura dell’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio”.
(Radio Vaticana 23 06 2017)