2017 06 21 CAMERUN – Mons. Bala non si è suicidato ma è stato brutalmente assassinato...

2017 06 21 CAMERUN – Mons. Bala non si è suicidato ma è stato brutalmente assassinato CONGO RD – La Nunziatura: nel Grande Kasai 3.383 vittime per gli scontri con i miliziani
MESSICO – In aumento le violenze contro i sacerdoti SIRIA e IRAQ – Perseguitati: Oltre il 50% dei cristiani di Siria e Iraq sono fuggiti
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CAMERUN – “Mons. Bala non si è suicidato ma è stato brutalmente assassinato; sia fatta giustizia” chiedono i Vescovi
“Mons. Jean Marie Benoît Bala non si è suicidato; è stato brutalmente assassinato” afferma il comunicato della Conferenza Episcopale del Camerun sulla morte di Sua Ecc. Mons. Jean Marie Benoît Bala, Vescovo di Bafia, il cui corpo è stato ritrovato nelle acque del fiume Sanaga, il 2 giugno.
Il Vescovo era stato dato per scomparso la mattina del 31 marzo, quando la sua automobile era stata ritrovata sul Pont de l’Enfance. Nella vettura era stato trovato “uno strano messaggio (…) accanto alla sua carta d’identità ed altri affetti personali” ricorda il messaggio, inviato all’Agenzia Fides.
In un primo momento qualcuno aveva ipotizzato che il Vescovo si fosse suicidato e le autorità avevano inviato dei sommozzatori per scandagliare il fiume alla ricerca del corpo. Il 2 giugno un pescatore aveva ritrovato le spoglie mortali di Mons. Bala a pochi chilometri dal Pont de l’Enfance.
“Attualmente il corpo è a disposizione delle autorità giudiziarie per la ricerca delle circostanze, delle cause esatte e degli autori di questo crimine odioso e inaccettabile. (…) Noi Vescovi del Camerun affermiamo che Mons. Jean Marie Benoît non si è suicidato; è stato brutalmente assassinato. Ecco un omicidio in più, e uno di troppo” afferma il comunicato.
I Vescovi rimarcano “il triste ricordo di diversi prelati, membri del clero e persone consacrate che sono state assassinate in circostanze non chiarite fino ad oggi. In particolare ricordiamo Mons. Yves Plumey, Arcivescovo Emerito di Garoua (assassinato a Ngaoundéré – 1991), don Joseph Mbassi (Yaoundé – 1988), p. Antony Fontegh (Kumbo-1990), le Suore di Djoum (1992), P. Engelbert Mveng (Yaoundé – 1995), solo per citarne alcuni”.
“Abbiamo l’impressione che il clero del Camerun sia particolarmente perseguitato da forze oscure e diaboliche” denuncia l’Episcopato camerunese.
I Vescovi chiedono quindi che “sia fatta completa luce sulle circostanze e i moventi dell’omicidio di Mons. Bala, e che i colpevoli siano identificati e consegnati alla giustizia per essere giudicati secondo la legge”.
Chiedono inoltre allo Stato di “assumersi il nobile compito di proteggere la vita umana”; ai media e a quanti utilizzano i social media di non diffondere menzogne e di rispettare la dignità degli esseri umani. Infine i Vescovi rivolgono un appello agli assassini di Mons. Bala “perché intraprendano un percorso di conversione urgente e radicale”. (L.M.) (Agenzia Fides 14/6/2017)

CONGO RD – La Nunziatura: nel Grande Kasai 3.383 vittime per gli scontri con i miliziani
Sono 3.383 le vittime delle violenze nelle Circoscrizioni Ecclesiastiche del Grande Kasai nella Repubblica Democratica del Congo, registrate dall’ottobre 2016 ad oggi. Lo afferma una nota inviata all’Agenzia Fides dalla Nunziatura Apostolica a Kinshasa. Il Grande Kasai è sconvolto dagli scontri tra l’esercito congolese (FARDC) e i miliziani di Kamuina Nsapu, un capo tradizionale locale ucciso in uno scontro con la polizia nell’agosto 2016.
Secondo la nota. le fosse comuni finora scoperte sono 30, i villaggi completamente distrutti sono 20, dei quali 10 da parte delle FARDC, 4 dai miliziani e 6 da gruppi non identificati; le abitazioni distrutte sono 3.698.
La Chiesa ha pagato un prezzo altissimo a cause delle violenze. essendo 4 le Circoscrizioni Ecclesiastiche colpite: Kananga, Mbuji-Mayi, Luiza e Luebo. Le diocesi marginalmente coinvolte sono quelle di Mweka e Kolwezi. Due Vescovi sono stati costretti all’esilio. Si tratta di Sua Ecc. Mons. Félicien Mwanama Galumbulula, Vescovo di Luiza, e di Sua Ecc. Mons. Pierre-Célestin Tshitoko Mamba, Vescovo di Luebo, il cui episcopio è stato distrutto. Le parrocchie chiuse o danneggiate sono 60; le case religiose chiuse o danneggiate sono 34; le strutture sanitarie cattoliche colpite sono 31 e le scuole cattoliche chiuse o danneggiate 141. I Seminari costretti alla chiusura sono 5, dei quali 2 sono Seminari Maggiori.
Il dossier è stato inviato alle autorità congolesi e alle rappresentanze diplomatiche presenti a Kinshasa. (L.M.) (Agenzia Fides 20/6/2017)

MESSICO – In aumento le violenze contro i sacerdoti
Si sta riprendendo lentamente, pur sempre in prognosi riservata, il sacerdote Juan Antonio Zambrano García, dell’Arcidiocesi di Tijuana, che è stato aggredito e ferito venerdì scorso, 9 giugno, nella parrocchia di San Pedro e San Pablo di cui è parroco. Padre Zambiano è stato gravemente ferito prima con un coltello e poi con un cacciavite. L’Arcivescovo di Tijuana, Mons. Francisco Moreno Barron, in una nota inviata a Fides, ha espresso preoccupazione per le varie espressioni di violenza nello stato e, in particolare, perché non è la prima volta che accadono questi crimini.
Il 15 maggio un altro sacerdote diocesano, don José Miguel Machorro, era stato accoltellato sull’altare, alla fine della Messa, nella Cattedrale Metropolitana del Messico (vedi Fides 16/05/2017), con conseguenti ferite gravi che in un primo momento avevano fatto temere la morte.
Padre Omar Sotelo, Paolino, Direttore del Centro Cattolico Multimediale, che ogni anno presenta una relazione sulla violenza e sugli omicidi di sacerdoti e religiosi in Messico, ritiene che questo nuovo attacco a Tijuana sia solo l’ultimo di una lunga catena di atti criminali che da diversi anni si verificano contro la Chiesa cattolica. “La violenza contro il clero è aumentata negli ultimi anni, senza vedere azioni concrete per fermarla. La popolazione è permanentemente esposta alla criminalità, lo sappiamo bene, ma adesso soprattutto il sacerdozio è diventato un ministero pericoloso, nel corso degli ultimi nove anni, il Messico è il paese con il maggior numero di preti uccisi” ha detto p. Sotelo. Negli ultimi 5 anni sono 17 i sacerdoti assassinati nel paese, risultano inoltre 2 dispersi e 2 tentativi di rapimento.
L’Arcivescovo di Guadalajara, Card. Francisco Robles Ortega, nella Messa celebrata domenica scorsa, 11 giugno, nel Santuario de los Martires, ha denunciato l’aumento della violenza e il furto subito anche da un sacerdote: minacciato con una pistola e un coltello da due malviventi, è stato derubato della sua automobile. “Per fortuna il prete è rimasto sereno – ha detto il Cardinale –, ma tra loro si invitavano alla violenza. Questo dice ciò a cui sono esposti tutti i cittadini, in un parcheggio, in pieno giorno… non siamo sicuri della protezione che dovrebbero fornirci le autorità”.
(CE) (Agenzia Fides, 13/06/2017)


Perseguitati
Oltre il 50% dei cristiani di Siria e Iraq sono fuggiti
Open Doors presenta un nuovo rapporto all’Unione Europea. Gran parte della popolazione emigrata non si sente incentivata a rientrare.

A tre anni dal giorno in cui lo Stato Islamico ha assunto il controllo della città irachena di Mosul, un nuovo rapporto afferma che tra il 50% e 80% della popolazione cristiana dell’Iraq e della Siria è emigrata dall’inizio della guerra siriana nel 2011.
L’arrivo del Daesh ha rappresentato di fatto solo il precipitare di una tendenza già cominciata nel momento in cui i cristiani hanno sperimentato una “perdita globale di speranza per un futuro sicuro”, secondo il rapporto realizzato dalle organizzazioni cristiane Open Doors/Porte Aperte, Served e Middle East Concern. Il dossier fa notare inoltre che, per i cristiani che si sono stabiliti altrove, ci sono “pochi incentivi” a tornare nei loro Paesi di origine. Diversi intervistati affermano che “Il Medio Oriente non è più una casa per i cristiani”. (…)

In Siria, le Ong stimano che la popolazione cristiana di circa 2 milioni nel 2011 si sia quasi dimezzata.
“I fattori che hanno determinato la partenza includono la violenza dei conflitti, compresa la distruzione quasi totale di alcune città storicamente cristiane nella piana di Ninive (nord dell’Iraq), l’emigrazione di altri e la perdita di comunità, il tasso d’inflazione, la perdita di opportunità di lavoro e la mancanza di opportunità educative”, osserva il rapporto.
“Mentre la violenza diretta, come quella provocata dai movimenti del Daesh, sia in Iraq che in Siria, era il punto di forza per lo spostamento.
La decisione finale di lasciare i paesi è stata rappresentata da un insieme di fattori nel tempo”.

Generalmente si pensa che un maggior numero di cristiani abbia lasciato la Siria rispetto all’Iraq, questo perché la popolazione iniziale era più nei confini iracheni, ma il rapporto segnala come, in proporzione. un maggior numero di cristiani abbia lasciato invece proprio l’Iraq.
Tuttavia, le Ong fanno notare che “molti di coloro che rimangono” vogliono invece “svolgere la loro parte nella ricostruzione delle società frantumate dell’Iraq e della Siria. Vogliono essere considerati cittadini iracheni o siriani, godendo dei diritti della cittadinanza, come l’uguaglianza davanti alla legge e la piena tutela del loro diritto alla libertà di religione o di credo, inclusa la possibilità di ogni libera adorazione, pratica, insegnamento e possibilità di cambiare la propria religione. Non chiedono privilegi speciali come minoranza religiosa”.
(Nello Scavo mercoledì 7 giugno 2017 Avvenire)