2017 05 24 In particolare: Venezuela

INDIA - devastata cappella di Fatima GUATEMALA - I vescovi del Guatemala dal Papa: potenti lobby contro la Chiesa Venezuela – I Vescovi: popolo scenda in piazza per evitare dittatura MALI - Suor Gloria, rapita da cento giorni, ancora nessuna notizia
Vai a "Cristiani perseguitati. Memoria e preghiera"

INDIA - devastata cappella di Fatima.
In India amarezza, ma soprattutto preoccupazione, per l’attacco da parte di una folla di un centinaio di persone, alla cappella di Nostra Signora di Fatima, inaugurata pochi giorni fa a Godamakunta, nel villaggio di Keesara, in Andhra Pradesh. Francesca Sabatinelli:

E’ stata quasi interamente devastata la cappella di Nostra Signora di Fatima, inaugurata il 13 maggio scorso nel centenario delle Apparizione della Madonna di Fatima. A una settimana di distanza un gruppo di fanatici indù l’ha assaltata, distruggendo statue di Gesù e dalla Madonna, ornamenti, oggetti, quadri e seggiole. Un segnale preoccupante, che testimonia l’ostilità nei confronti dei cristiani e che, soprattutto, arriva da una municipalità, quella di Hyderabad, normalmente estranea a fatti di questo genere. Dolore è stato espresso dall’arcivescovo di Hyderabad, mons. Thumma Bala, per il quale “questo atto di dissacrazione, di vandalismo e la distruzione delle statue ferisce in modo profondo i sentimenti religiosi della chiesa cattolica”. Il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay:

“E’ stata una brutta esperienza, sono in contatto con l’arcivescovo di Hyderabad, ho parlato con lui: era una cappella e non era in corso alcuna preghiera. E’ arrivato un gruppo di persone e ha distrutto una statua, il Crocifisso, ha disturbato le persone che erano lì. Queste cose non fanno bene alla nazione. Si tratta di un piccolo gruppo, eppure questi eventi rappresentano una vergogna per tutti noi. Ogni tanto si verificano questi incidenti, ma sono contento che questa volta il governo abbia reagito subito: circa 15 persone sono finite in carcere. Il governo ha promesso appoggio per le attività della Chiesa. La ricchezza dell’India sta proprio nel fatto che abbiamo tante religioni, tante culture, tante lingue, l’intolleranza fa male alla nazione, è una vergogna per tutti. Io condanno fortemente questo incidente, speriamo che rimanga un gesto isolato”.
(Radio Vaticana 23 05 2017)

GUATEMALA - I vescovi del Guatemala dal Papa: potenti lobby contro la Chiesa
Papa Francesco ha ricevuto questa mattina i vescovi del Guatemala in visita “ad Limina”. Al centro del colloquio le sfide della Chiesa guatemalteca nella società attuale. Ascoltiamo in proposito il presidente di questa Conferenza episcopale, mons. Gonzalo De Villa y Vásquez, vescovo di Sololá-Chimaltenango. L’intervista è di Alina Tufani:

R. – Siamo una Chiesa che ha un passato recente di martiri. Trenta-trentacinque anni fa c’è stata una grande persecuzione avvenuta nel contesto di un conflitto armato interno e il 23 settembre di quest’anno sarà beatificato il primo martire del Guatemala di quell’epoca. Prima avevamo vissuto le persecuzioni dei regimi liberali che, all’inizio del XX secolo, avevano cacciato il clero e i religiosi. In questo periodo la religiosità popolare era stata mantenuta viva dai laici e dalle comunità indigene. A metà del XX secolo, la Chiesa guatemalteca ha iniziato a ricevere missionari che nell’arco di poco più di una generazione hanno dato molto: grazie a loro è aumentata la presenza del clero, in particolare in quelle regioni del Paese dove i sacerdoti erano assenti in pianta stabile da oltre 50 anni. Verso la fine degli anni 70 è iniziato questo nuovo periodo di persecuzione con tanti martiri. Negli ultimi anni la Chiesa in Guatemala ha invece avuto diverse benedizioni: è cresciuto il numero delle vocazioni, abbiamo più seminaristi e ordinazioni sacerdotali di quanti ne abbiamo mai avuti nella nostra storia. Per altro verso, è anche vero che abbiamo visto molti fratelli allontanarsi dalla Chiesa cattolica soprattutto per entrare in gruppi pentecostali e questo è uno dei problemi della Chiesa guatemalteca oggi.

D. - La Chiesa guatemalteca è sempre stata molto impegnata nella difesa dei diritti umani nel Paese, le cui violazioni durante il conflitto sono spesso rimaste impunite …

R. - Il tema dei diritti umani è stato importante per la Chiesa in anni in cui parlare di diritti umani era molto complicato nel Paese e in questo senso la sua voce è stata quella che si è sentita di più. Ovviamente parliamo dei diritti umani fondamentali, a cominciare da quello alla vita, ma anche della libertà di espressione, del diritto di non essere perseguitati per le proprie opinioni politiche, e dei diritti sociali, come quelli all’educazione e alla salute. La risposta dello Stato ai bisogni della popolazione nel campo della salute, dell’educazione e del lavoro continua però ad essere debole e insufficiente e questo genera tanti problemi. È anche vero che negli ultimi anni la Chiesa si sta confrontando con i fautori di diritti apertamente in contrasto con la dottrina cattolica. Mi riferisco all’ideologia di genere, all’aborto, al matrimoni omosessuali. Non sono stati legalizzati in Guatemala, ma la pressione in questo senso è alta. La lotta della Chiesa per i diritti umani, evidentemente, si svolge su un piano diverso da quello di queste organizzazioni.

D. - Qual è l’azione pastorale della Chiesa guatemalteca per contrastare queste lobby?
R. - La verità è che facciamo quello che possiamo, ma siamo come Davide contro Golia.
Queste organizzazioni hanno un grande potere economico, una grande capacità di penetrazione nei media e godono dell’appoggio delle agenzie delle Nazioni Unite per un imporre a un Paese piccolo con un governo debole un’agenda politica orientata all’approvazione di tali leggi. Tutto questo impone un enorme sforzo alla Chiesa, ma continuiamo a lottare per la vita. È chiaro che quando parliamo della difesa della vita, non ci riferiamo solo all’aborto - come pensano molti cattolici - ma anche alla dignità della vita delle persone che quando nascono hanno diritto di non soffrire di denutrizione infantile e di vivere in modo decente.

D. - Uno dei fronti sui quali è impegnata la Chiesa è anche la difesa dei popoli indigeni - che sono la grande maggioranza della popolazione guatemalteca - la difesa dei loro territori e della loro cultura dalle multinazionali straniere. Com’è la situazione oggi?
R. – Di fatto il Guatemala è un Paese prevalentemente indigeno. Io sono vescovo di una diocesi in cui il 93% della popolazione è indigeno e la stragrande maggioranza del clero e dei seminaristi è indigena, quindi vivo questa situazione quotidianamente. In effetti, la questione delle industrie estrattive ha generato polarizzazioni, resistenze e conflittualità e la Chiesa è intervenuta su questo tema. Ma bisogna guardare anche all’altra faccia della medaglia: negli ambienti popolari si è diffusa una sorta di avversione contro qualsiasi investimento straniero e neanche questo aiuta. Ad esempio, sul tema delle centrali idroelettriche la Chiesa non è contraria. Noi vescovi abbiamo detto che è energia pulita, più economica, anche se è vero che occorre considerare e rispettare i diritti delle popolazioni locali. Non possiamo però neanche opporci a tutto quello che porta sviluppo, come nel caso dell’energia idroelettrica. Eppure ci sono voci contrarie e spesso dietro a chi invoca i legittimi diritti delle popolazioni locali, ci sono altri gruppi di pressione con interessi più loschi, come ad esempio i narcotrafficanti. La questione è complessa. Non è solo una questione di diritti degli indigeni, perché credo che la cosa più importante sia difendere i diritti di tutta la popolazione di svilupparsi, educare i figli e migliorare il loro tenore di vita.

D. - C’è poi la questione dell’emigrazione
R. - Sì, l’emigrazione è una realtà importante: ci sono oltre 3 milioni di guatemaltechi negli USA, di cui, mi sembra, il 75% sono senza documenti. Ma grazie alle rimesse degli emigrati, nel nostro Paese entrano milioni di dollari: solo l’anno scorso sono entrati 7mila milioni, pari a più di sette volte i proventi delle esportazioni di caffè. Si tratta di denaro che va a tutto il Paese e non si concentra come per le esportazioni. Quindi “esportiamo” persone e questo ha anche conseguenze drammatiche sulle famiglie, perché se è vero che avere un familiare negli Stati Uniti migliora il tenore di vita, capita che uomini sposati emigrino e mettano su un’altra famiglia. Alcuni magari continuano ad inviare soldi alla famiglia di origine in Guatemala, altri nulla. A questo punto la famiglia è distrutta. Abbiamo bambini e adolescenti che crescono senza la presenza del padre, che soffrono ed è più facile che prendano una cattiva strada. Il tema dell’emigrazione ci preoccupa molto e non dobbiamo trascurarlo: in questo devo riconoscere il grande ruolo svolto da mons. Ramazzini, che conosce molto bene il tema della mobilità umana. Ma sì, è un dramma.
(Radio Vaticana 22 05 2017)

Avevamo riportato i vari attacchi subiti dalla chiesa in Venezuela. Le prese di posizione della Chiesa contro la dittatura continuano ad essere molto chiare. La Chiesa è dalla parte del popolo ed è per questo che è presa di mira.

Venezuela – I Vescovi: popolo scenda in piazza per evitare dittatura
“Riaffermiamo la nostra vicinanza al popolo che si esprime oggi nelle strade e in altri ambiti della società in difesa dei loro diritti violati da chi sta profanando la Costituzione”. Con queste parole, i vescovi della Conferenza episcopale venezuelana hanno denunciato la crescente violazione dei diritti umani e la violazione della Costituzione del Paese. Nell’Esortazione pastorale presentata alla fine di una Assemblea Straordinaria, ieri sera, i presuli hanno ribadito che la proposta del governo di riformare la Costituzione non solo non è necessaria ma è anche “pericolosa per la democrazia venezuelana, per lo sviluppo umano integrale e per la pace sociale”. In questo contesto, la Chiesa incoraggia il popolo a manifestare le proprie legittime richieste in forma pacifica. “Il popolo è il vero soggetto sociale della democrazia” e la forma “privilegiata” per uscire dalla crisi è il ricorso al voto. Sulla grave situazione nel Paese, Alina Tufani ha intervistato mons. Diego Padrón, presidente della Conferenza episcopale venezuelana:

R. – Abbiamo ribadito che siamo i pastori del popolo di Dio e perciò, nel nome di Dio, noi chiediamo al nostro popolo di essere consci della gravità di questo momento e allo stesso tempo di favorire tutto ciò che porta alla vita e condannare tutto ciò che porta alla morte. Lo diciamo perché vogliamo mettere in rilievo il diritto che ha il popolo a manifestare le sue opinioni. Perciò la lotta si fa anche nel confronto delle idee perché ci sono due visioni diverse della situazione: la visione restrittiva del governo che vuole soltanto considerare giusto ciò che propone e la visione del popolo che manifesta il suo diritto a pronunciarsi contro il governo.

D. - Voi ribadite il vostro rifiuto alla proposta del governo di una assemblea per la riforma della Costituzione, riforma che considerate pericolosa…

R. – Certo. Pericolosa nel senso del cambiamento della natura propria dello Stato venezuelano. Noi siamo uno Stato di giustizia, di diritto, democratico e la Costituente vuol dire tutt’altro, vuole un Paese dove il popolo abbia la capacità di eleggere i suoi rappresentanti; invece, secondo questa nuova idea della Costituente i rappresentanti del popolo saranno eletti da un organismo e cioè il voto sarà attraverso un’elezione di secondo grado. Perciò noi non possiamo ammettere questa Costituente che è interamente contro la Costituzione che definisce la natura del nostro Stato come uno Stato democratico, che vuol dire la possibilità di espressione del popolo a livello generale e individuale.

D. - Per difendere lo stato di diritto le strade sono piene di persone che manifestano e anche rischiano la vita per la forte repressione che c’è di questa protesta…

R. - Noi abbiamo l’alternativa tra la vita e la morte e l’alternativa tra lo Stato democratico e la dittatura. Dobbiamo essere consapevoli che vale la pena lottare in strada oppure avremmo una situazione di dittatura, cioè di soggezione a un sistema che abbiamo visto in altri Paesi che alla fine non funziona perché porta soltanto la povertà e la miseria ai popoli.

D. – Voi parlate anche della crisi economica, parlate di mancanza di cibo e di medicine

R. – E’ una realtà della vita ordinaria in questi due ultimi anni che viviamo tutti, anche noi vescovi proviamo la mancanza di ciò che è fondamentale per vivere. Non possiamo vivere in condizioni normali, la qualità della vita si abbassa, perciò posso ribadirlo: noi dobbiamo andare in strada, manifestare, è un diritto naturale, costituzionale. Noi non chiediamo al popolo di sacrificare la vita ma vogliamo che il popolo abbia coscienza che dobbiamo difendere la vita.

D. – Avete sottolineato la violenza repressiva da parte delle autorità ma anche dei gruppi paramilitari conosciuti come “collettivi”. La situazione è più grave ancora?

R. - Certo, è più grave ancora perché questi gruppi - che sono tanti, collettivi, paramilitari … - sono armati e cercano solo la morte dei cittadini. Loro intervengono naturalmente in ogni manifestazione e perciò i nostri giovani devono o ritirarsi o affrontare la morte perché è una situazione di vera guerra militare: giovani disarmati, popolo disarmato, di fronte a gruppi che hanno armi.
(Radio Vaticana 19 05 2017)

I vescovi venezuelani promuovono una Giornata di preghiera per la pace

Giornata di preghiera per il Venezuela, oggi (21 maggio), indetta dai vescovi del Paese. La Conferenza episcopale ha chiesto alla gente di manifestare pacificamente per difendere la democrazia contro i tentativi del regime chavista di cancellare lo stato di diritto. Su questa giornata ascoltiamo il presidente dei vescovi venezuelani, mons. Diego Padrón, al microfono di Alina Tufani:

R. – Questo è soltanto un simbolo perché i giorni di preghiera sono tanti e sono tanti i gruppi che nel Venezuela pregano perché siamo convinti che la preghiera è un’arma, è una forza spirituale che può cambiare la situazione. Perciò abbiamo chiesto a tutte le nostre comunità parrocchiali, religiose, i collegi cattolici, a tutti i credenti cattolici di radunarsi intorno a una Chiesa oppure una cappella oppure in famiglia oppure per strada e pregare, e non soltanto la preghiera delle parole ma la preghiera della solidarietà e anche del digiuno perché il digiuno viene a confermare che noi tutti siamo solidali con i nostri fratelli che non hanno cibo e medicine.

D. – Qual è stata la presenza della Chiesa venezuelana in questo momento così difficile della storia del Paese?

R. – Noi abbiamo accompagnato il popolo in questo cammino di sofferenze sin dall’inizio, 18 anni fa. Siamo compagni di viaggio, perché noi vescovi sentiamo come tutti le difficoltà che ci sono per trovare il cibo e non soltanto il cibo materiale. Ma questa situazione ci toglie la fiducia, fa venire meno la speranza, è un sentimento molto difficile da tradurre ma viene di lasciare tutto e di perdere la fiducia anche nelle nostre forze spirituali. Perciò dobbiamo esercitare un’attività forte come la preghiera, come il digiuno, come la solidarietà, per arrivare a coprire questo debilitamento della persona e del popolo in generale.

D. - I vescovi sudamericani riuniti nell’assemblea del Celam sono stati solidali con la situazione del Venezuela…

R. – Io sono testimone della solidarietà delle Chiese latinoamericane, anche delle Chiese americane del Nord, Stati Uniti e Canada: solidarietà con il popolo e con la Chiesa che cammina nel Venezuela. Sono andato e ho visto e ho sentito la vicinanza dei fratelli vescovi e dei popoli che loro rappresentano. Perciò ringraziamo Dio e confermiamo la grandezza dell’unità del nostro continente. Siamo fiduciosi che la loro preghiera e la loro solidarietà saranno senz’altro un aiuto grandissimo nel superamento della nostra crisi.
21 05

MALI - Suor Gloria, rapita da cento giorni, ancora nessuna notizia

“La vita continua timidamente nella Diocesi di Sikasso; da un lato la comunità delle Suore Francescane di Maria Immacolata di Karangasso che ha dovuto fermare gli impegni di lavoro, dall’altro le ricerche di suor Gloria, finora senza esito positivo.
La diocesi di Sikasso vive da allora in sgomento. Tuttavia, Mons. Jean Baptiste Tiama, Vescovo di Sikasso, ci chiede di mantenere la speranza. Noi continuiamo a pregare e abbiamo fiducia nel Maestro della nostra vita. Non dobbiamo stancarci di pregare. Dobbiamo cercare di scoprire cosa vuole dirci Dio in questa avventura ...”
Così il comunicato della Conferenza Episcopale del Mali pervenuto a Fides, informando sul rapimento di Suor Gloria (vedi Fides 18/3/2017).
“E’ in questo senso che abbiamo organizzato di celebrare in tutte le diocesi del Mali una messa dopo 100 giorni del rapimento e ricordare Suor Gloria e tutte le persone che vengono rapiti da gruppi armati”, conclude il comunicato.
Ricordiamo che l’8 febbraio, una suora colombiana, Suor Gloria Cecilia Narváez Argoti, è stata rapita da uomini armati nel sud del Mali, proprio in una chiesa cattolica a Sikasso.
(CE) (Agenzia Fides, 20/05/2017)