2017 03 28 Papa Francesco siamo uniti ai cristiani perseguitati a causa della fede MESSICO Un altro sacerdote ucciso dalla criminalità Penisola arabica denunciati abusi su donne cristiane CONGO RD I massacri nel Nord Kivu opera di veri jihadisti Venezuela

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Papa Francesco: siamo uniti ai cristiani perseguitati a causa della fede

“Ricordiamo tanti fratelli e sorelle cristiani che soffrono persecuzioni a causa della loro fede. Siamo uniti a loro”. Con questo tweet, Papa Francesco ha voluto ricordare la Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri (24 marzo), che viene celebrata nell’anniversario dell’uccisione del Beato Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador.

Ancora oggi tanti sono i missionari che vengono uccisi per la loro fede, come è successo nel 1996 a sette monaci trappisti del Monastero di Notre-Dame de l’Atlas a Tibhirine, in Algeria, massacrati da estremisti islamici. Domenica 26 marzo ricorre il 21.mo anniversario della strage. Toccante la testimonianza del priore di Tibhirine, padre Christian De Chergé, che prima di essere ucciso aveva scritto una lettera in cui perdonava i suoi assassini. Ascoltiamo il padre trappista Jacques Brière, abate delle Tre Fontane a Roma, intervistato da Marina Tomarro:
R. – Ricordiamo un esempio di vita monastica vissuto fino in fondo e fino alla testimonianza del sangue. Questi fratelli sono venuti da diversi monasteri della Francia. Il miracolo in una certa maniera è il fatto che malgrado la diversità di origine poco a poco padre Christian è riuscito a creare una comunità molto unita e molto desiderosa di testimoniare Cristo nel mondo musulmano. Questo si è realizzato con il dono della loro vita al Signore, sicuramente, ma anche all’Algeria perché padre Christian, il priore, era un uomo di dialogo con l’islam, conosceva molte bene il Corano e lui è stato all’origine di un gruppo di dialogo fra cristiani e musulmani.
D. - Lei ha avuto occasione di conoscere e incontrare qualcuno di loro prima della tragedia?
R. - Sì, ho incontrato padre Christian. L’ho incontrato più volte, in occasione delle riunioni dei superiori e poi ci siamo incontrati in due occasioni, sul posto, nel 1985 e 1992. Christian era una personalità eccezionale, diceva di lui che aveva imparato il Vangelo sulle ginocchia di sua madre e che sua madre era stata la sua prima Chiesa. Un’esistenza in cui come scelta fin dall’inizio della sua vita è stato in dialogo con Dio, si può dire, e quando ci si trovava con Christian si vedeva che era un uomo di Dio. Mi ricordo che ho fatto con lui un lungo viaggio dal Marocco a Tibhirine e durante questo viaggio ci siamo fermati per fare il picnic. Era vicino al Mediterraneo, si vedeva il mare, il paesaggio era bellissimo e prima di mangiare padre Christian ci ha proposto di celebrare l’ora media insieme. Durante tutta la mattinata abbiamo scambiato molto sulla vita monastica, l’avvenire della comunità in Algeria e si era creata una bella comunione fra noi. Quando abbiamo pregato questa ora media la comunione si è estesa alla comunione con Dio e alla comunione con tutto il cosmo, vista la bellezza del paesaggio. Christian viveva in presenza di Dio e portava con lui questo messaggio della presenza di Dio.
D. – Cosa è rimasto secondo lei di questo sacrificio? Qual è il messaggio che oggi ci arriva di questi sette monaci? Il monastero oggi è diventato una meta di pellegrinaggio: cosa potrà nascere da tutto ciò?
R. – Penso che è un esempio di fede. Dio ci ha creato e ci ha creato in vista di una felicità in modo da sentire questa felicità eterna alla quale Dio ci chiama e penso che la loro vita è una vita di fede: hanno veramente rimesso la loro vita nelle mani di Dio.
(Radio Vaticana 24 03 2017)



MESSICO - Un altro sacerdote ucciso dalla criminalità
Padre Felipe Carrillo Altamirano è stato ucciso domenica 26 marzo nella località di El Nayar, Prelatura di Jesús María del Nayar, stato del Nayarit, apparentemente vittima di un’aggressione per furto. La Conferenza Episcopale Messicana ha diffuso la notizia attraverso una dichiarazione, pervenuta a Fides, in cui sottolinea che ancora una volta un sacerdote cattolico è stato colpito dalla criminalità. Allo stesso tempo esprime condoglianze alla famiglia del sacerdote e al Vescovo della Prelatura territoriale del Nayar, Sua Ecc. Mons. José de Jesús González Hernández, O.F.M.
Padre Felipe è il secondo sacerdote ucciso dall’inizio dell’anno: il primo è stato padre Joaquin Hernandez Sifuentes, nella diocesi di Saltillo, a gennaio (vedi Fides 13/01/2017).
Il comunicato dei Vescovi commenta così la triste notizia: “Gesù Cristo ci dia la forza di lottare per la costruzione di un mondo riconciliato e pacifico, giusto e fraterno. La morte non è la fine del messaggio di amore che ci ha portato il nostro Salvatore, ma la pienezza della vita. Con il suo sacerdozio, padre Felipe ha incarnato queste certezze che ci dà la fede”.
La Prelatura territoriale El Nayar si trova nello stato messicano di Nayarit, ed è uno dei 20 comuni di questo stato. Secondo i dati forniti dalla Prelatura vi lavorano 11 sacerdoti (2 indigeni) diocesani, 14 sacerdoti religiosi e 10 religiosi non sacerdoti francescani e 30 religiose.
(CE) (Agenzia Fides, 28/03/2017)


Penisola arabica - denunciati abusi su donne cristiane
Provengono per la maggior parte da India, Filippine e Nepal, e sono alla ricerca di un impiego sicuro, come baby-sitter o domestiche. Una volta assunte, molti datori di lavoro garantiscono il giorno libero settimanale e permettono loro di andare in chiesa e di far visita agli amici, ma molti altri si comportano da padroni e le trattano come vere e proprie schiave. Per le donne cristiane asiatiche in cerca di un futuro migliore nei Paesi della penisola arabica, spesso la realtà è fatta di abusi e soprusi. A denunciarlo è World Watch Monitor (Wwm) — sito impegnato a raccontare le ingiustizie patite dai cristiani nel mondo a causa della loro fede che, in un recente rapporto ripreso da Riforma.it e dall’Osservatore Romano, descrive in maniera particolareggiata alcune delle sofferenze sopportate da queste donne, assunte presso ricche famiglie arabe che prediligono le baby-sitter e le domestiche di fede cristiana per la loro integrità e affidabilità.

I datori di lavoro si ritengono “proprietari” delle ragazze
Virat (il nome è di fantasia), di origine asiatica, pastore di riferimento di alcune di queste lavoratrici cristiane, spiega a Wwm le ingiustizie inflitte a molte di coloro che lasciano i propri paesi di origine per lavorare e provvedere al sostentamento delle proprie famiglie e che si ritrovano invece vittime di una moderna schiavitù. Spesso denutrite, sono costrette a lavorare «come macchine» con orari disumani, a volte senza neanche percepire lo stipendio. In alcuni casi subiscono torture, violenze fisiche e abusi sessuali. I datori di lavoro, ritenendosi “proprietari” delle ragazze, le trattano come “schiave”, confiscano i passaporti quando iniziano a lavorare presso le loro abitazioni, impedendo in questo modo qualsiasi tentativo di fuga. «Una tata che seguivo — racconta Virat — ha subito per decenni ogni genere di sopruso prima che potesse fuggire e mettersi in salvo». Alcune giovani fortunatamente riescono a scappare e a trovare rifugio in case sicure gestite dalle ambasciate asiatiche, dove attendono i documenti di viaggio per poter fare ritorno in patria.

“Sequestri di persona” e violenze
Certe testimonianze parlano di veri e propri “sequestri di persona” da parte dei datori di lavoro, responsabili di abusi e torture. Sarebbero centinaia le donne che vivono una simile condizione di sfruttamento e schiavitù. Fra l’altro, una volta noto che queste donne hanno subito violenza, è assai difficile per loro trovare una nuova occupazione o che qualcuno accetti di sposarle. Vengono considerate dei “fallimenti” dalle loro stesse nazioni, oltre che dalle proprie famiglie, e a volte il trauma è così forte da spingerle al suicidio. Virat racconta di aver sentito perfino storie di bambinaie uccise e fatte sparire. Altre sono state sistematicamente picchiate, private del cibo, costrette a dormire non più di tre ore a notte, limitate negli spostamenti esterni e nelle frequentazioni.

Vittime di una moderna schiavitù
«Il sogno di lavorare sodo per guadagnare i soldi sufficienti per mantenere la loro famiglia viene brutalmente infranto dalla dura realtà di una moderna schiavitù. Un comportamento, quello di agire come padroni o proprietari, insito in molte famiglie ricche e tramandato da generazioni. E i governi di queste povere vittime — è ancora il pastore protestante a parlare — spesso chiudono un occhio davanti a tali ingiustizie». Nel 2013, per la prima volta nella storia del paese, l’Arabia Saudita ha approvato il divieto di ogni forma di violenza fisica e sessuale compiuta a casa e sul posto di lavoro, reato punibile con la detenzione fino a un anno e con il pagamento di una multa. Ma la misura non ha portato a significativi risultati. In un recente rapporto, Amnesty International ha affermato che donne e ragazze subiscono gravi discriminazioni e non sono adeguatamente protette da abusi e violenze in alcune nazioni della penisola arabica. Anche Human Rights Watch ha ripetutamente denunciato la situazione, affermando che milioni di lavoratori migranti subiscono abusi e sfruttamento «pari alle condizioni del lavoro forzato». (Radio Vaticana 22 03 2017)


CONGO RD - I massacri nel Nord Kivu opera di veri jihadisti?
Dall’inizio di ottobre 2014, la popolazione del territorio di Beni (Nord Kivu - Repubblica Democratica del Congo) è vittima di una serie di sequestri di persone e di massacri, in cui più di mille persone hanno perso la vita.
Il governo congolese attribuisce tali violenze a un gruppo di ribelli ugandesi di ispirazione islamica, le Forze Democratiche Alleate (ADF), qualificandoli come gruppo terrorista jihadista. Sempre secondo il governo, le ADF sarebbero in contatto con altri gruppi jihadisti come Al Shabaab della Somalia e Boko Haram della Nigeria. Tale tesi sarebbe comprovata dalla presenza, nelle file delle ADF, di ugandesi, somali, kenyani, ciadiani e sudanesi. “Ma la tesi jihadista del governo non è affatto convincente. Potrebbe essere un semplice espediente per accattivarsi la simpatia della Comunità internazionale, anch’essa “vittima” di una certa forma di terrorismo internazionale” afferma una nota inviata all’Agenzia Fides dalla Rete Pace per il Congo.
I massacri infatti non sono mai rivendicati come invece quelli commessi da gruppi jihadisti in altre parti dell’Africa, ad esempio Boko Haram in Nigeria o gli Shabaab in Somalia. Gli ADF non fanno comunicati né sono attivi sui siti Internet jihadisti. Essi non seguono una logica di reclutamento di nuovi credenti in vista dell’espansione di un califfato nella regione dei Grandi Laghi d’Africa, ma una logica di insediamento territoriale. In loro, si può osservare una strategia di insediamento in certe zone del territorio di Beni cui la popolazione locale non può più accedere. Per quanto riguarda i presunti membri stranieri, risulta difficile pensare che si tratti di “Foreign Fighters” (combattenti stranieri) arrivati in Congo per arruolarsi in una ipotetica jihad. Si tratta piuttosto di stranieri già presenti sul suolo congolese da diversi anni, se non da decenni, per motivi politici, economici o professionali.
“Secondo un’altra tesi, i veri responsabili di questi crimini sarebbero lo stesso governo e delle popolazioni di origine ruandese il cui obiettivo sarebbe quello di balcanizzare la regione” afferma la nota. “Questo era il punto di vista anche di P. Vincent Machozi, religioso assunzionista assassinato nella notte del 20 marzo 2016 (vedi Fides 22/3/2016 e 21/3/2017). Poco prima di essere ucciso, sul suo sito web Beni-Lubero, egli aveva accusato il Presidente congolese Joseph Kabila e il Presidente rwandese Paul Kagame di essere i veri mandanti dei massacri. Secondo lui, i due Presidenti favorirebbero un clima di terrore, al fine di costringere la popolazione locale ad abbandonare le sue terre, ricche di legname e minerali, per insediarvi una nuova popolazione proveniente dal Rwanda. Nel suo ultimo messaggio prima di essere assassinato, Padre Machozi aveva scritto: «le tuniche musulmane contribuiscono a creare la confusione per nascondere il volto ruandese dell’occupa zione, già troppo visibile agli occhi di tutti»”. (Agenzia Fides 23/3/2017)

Venezuela - iniziative parrocchie per fronteggiare l’emergenza
L’iniziativa si chiama “olla solidaria” o anche “olla comunitaria” (letteralmente, pentola solidale o comunitaria) e sta progressivamente prendendo piede in numerose realtà ecclesiali — parrocchie, conventi, strutture caritative — per fare fronte alla grave emergenza, anche alimentare, che sta attraversando il Venezuela. Il prossimo appuntamento – ricorda l’Osservatore Romano - è fissato per domenica 26 marzo nella città di Mérida per iniziativa della Conferenza episcopale e di Caritas Venezuela. Ma l’esperienza è partita con successo lo scorso ottobre in una parrocchia dell’arcidiocesi di Barquisimeto per mettere in pratica l’invito di Papa Francesco per il giubileo della misericordia. Si tratta di approntare giornalmente uno spazio dove si cucina per la gente che soffre la fame. «La situazione nel nostro paese è molto critica e come Chiesa siamo chiamati ad aiutare i bisognosi, come Gesù ci insegna nel suo Vangelo», spiega il parroco, padre Jesús Martínez.

Il 93% delle famiglie non riesce a comprare cibo sufficiente
Ogni giorno nella parrocchia di Barquisimeto, intitolata a san Francesco d’Assisi, si preparano cinque grandi pentole per dare da mangiare a 400 o a volte anche a 500 persone: anziani, bambini e persino intere famiglie. All’inizio erano in pochi, e c’era solo una pentola, poi il gruppo è cresciuto e a gennaio è stato attrezzato in parrocchia uno spazio e una piccola cucina con due grandi pentole. «Non è un lavoro facile, soprattutto avere il cibo e le persone che dedicano ogni giorno parte del loro tempo a questa opera di carità e di misericordia», afferma il parroco, il quale spiega che «adesso anche altre parrocchie hanno cominciato a imitare questa iniziativa, perché la situazione è critica». In effetti, sempre più persone in Venezuela sono costrette addirittura a rovistare nella spazzatura nella disperata ricerca di cibo. E non si tratta solo di mendicanti e di senzatetto, ma di centinaia di famiglie. Secondo recenti indagini il 93 per cento delle famiglie venezuelane non riesce a comprare cibo sufficiente, mentre l’8 per cento rovista tra i rifiuti. Una situazione che non può lasciare indifferente la comunità cristiana.