"Giobbe" 13 - Il problema del male e della sofferenza

In questa pagina drammatica è come se Roth desse voce al dolore presente nella sua vita, nel mondo, nella storia, dai tempi di Giobbe fino al ’900: perché proprio lui e non altri è stato colpito e punito? perché l’uomo deve soffrire? Perché il Signore non allontana il male dal suo servo devoto, privo di ogni colpa e lo punisce, mentre il colpevole sfugge al castigo divino?
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In questa pagina drammatica è come se Roth desse voce al dolore presente nella sua vita, nel mondo, nella storia, dai tempi di Giobbe fino al ’900: perché proprio lui e non altri è stato colpito e punito? perché l’uomo deve soffrire? Perché il Signore non allontana il male dal suo servo devoto, privo di ogni colpa e lo punisce, mentre il colpevole sfugge al castigo divino? Perché esiste la follia? E perché la malattia di Menuchim?
I vicini accorrono vedendo del fumo grigio uscire dalle fessure della porta:”Che ti succede? Cosa vuoi bruciare?”
L’ebreo risponde: “Dio voglio bruciare”.
Come gli amici di Giobbe, anch’essi cercano di placarlo, lo rimproverano per quel che dice, cercano di dimostrargli che forse è punito da Javhe perché ha peccato contro di Lui, abbandonando Menuchim, cessando di amare Deborah. Che deve pensare alla nuora e al nipote che nascerà.
La mia presenza porta sventura e il mio amore attira la maledizione come un albero solitario nella pianura il fulmine …. No, amici miei! Io sono solo e voglio esser solo. Per anni ho amato Dio e lui mi ha odiato. Per anni l’ho temuto, ora non può farmi più nulla. Tutte le frecce della sua faretra mi hanno già colpito. Ormai può solo uccidermi. Ma per questo è troppo crudele. Vivrò, vivrò, vivrò». «Ma la sua potenza» obiettò Groschel «è in questo mondo e nell’altro. Guai a te, Mendel, quando sarai morto!». Allora Mendel rise di cuore e disse: «Non ho paura dell’inferno, la mia pelle è già bruciata, le mie membra sono già fiaccate e gli spiriti maligni sono miei amici. Tutte le pene dell’inferno le ho già sofferte. È più benigno di Dio, il diavolo. Siccome non è così potente, non può essere così crudele. Io non ho paura, amici miei!». Allora gli amici ammutolirono. Ma non vollero lasciare Mendel solo e così restarono seduti in silenzio.
Un inganno era stato il suo amore per Dio e vana la speranza di essere ricambiato.
“Io non prego si diceva Mendel”. Ma non pregare gli faceva male (pagg.147,148,149,153, 157), leggiamo, e non brucia il sacchetto rosso delle preghiere, perché le sue mani glielo impediscono.


Roth dunque non dà una risposta al problema del male e della sofferenza nel mondo, perché non ce l’ha. Ci mostra però un comportamento che rende grande il suo personaggio ai suoi e nostri occhi: pur ribellandosi e inveendo contro Dio, il rapporto con Lui non si spezza e il sacchetto rosso simbolo della sua vita di fede e di fedeltà non viene bruciato.
Una famiglia di ebrei pietosamente lo accoglie. Vivrà nel retrobottega dell’amico venditore di dischi. Viene venduta la sua casa e tutto il contenuto, e tutti nel quartiere lo compiangono e allo stesso tempo lo ammirano. Troppo duramente Geova l’aveva trattato.

Ma i disegni di Dio non sono i nostri e l’imprevedibilità irrompe nella vita del protagonista, come, sembra volerci suggerire Roth, in quella di ogni uomo.
E per questa imprevedibilità e speranza Roth ha scritto il suo romanzo.
Quando gli altri si trovavano a pregare lui non recitava i salmi e tutto gli era indifferente.
I giorni passano: il vecchio caffetano è sempre più largo sulle spalle e la veste sdrucita arriva ora fino ai piedi.