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Carlo, un pastore per la Sua Chiesa

Autore: Roda, Anna  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
sabato 31 luglio 2010

Quando Carlo Borromeo (Immagine 1) giunse a Milano in qualità di arcivescovo nel 1565 aveva solo 27 anni, eppure era già cardinale da sei anni e a Roma, presso lo zio materno Pio IV, aveva ricoperto il ruolo di Segretario di Stato, funzione con cui indisse l’ultima e decisiva sessione del Concilio di Trento.
Arrivato a Milano si prodigò per diffondere i canoni di riforma del Concilio non solo con le parole, ma con la su stessa vita, in un’azione attenta, capillare, scrupolosa eppure carica di umanità e paternità per un popolo abbandonato e spesso sfruttato e manipolato dai suoi governatori. Culmine di tale carità paterna e amorevole fu la missione di Carlo in occasione della terribile peste del 1576-1577, nella quale fece fattivamente sentire la sua vicinanza ai milanesi martoriati dall’epidemia.
Sfibrato dalle fatiche pastorali si spense in preghiera nel 1584 e già nel 1610 veniva innalzato agli onori degli altari.
Proprio quest’anno cade il IV centenario della canonizzazione del Borromeo, infatti dal prossimo autunno e per tutto il 2011 la diocesi milanese organizzerà eventi e incontri per ricordare questa fondamentale figura della spiritualità ambrosiana. (Immagine 2)

San Carlo e il Duomo
Vogliamo portare un contributo presentando un itinerario in luoghi borromaici di Milano e fuori porta.
Non possiamo non partire dal Duomo, non solo perché in esso è sepolto Carlo, nel cosiddetto scurolo (Immagine 3), realizzato dal Richini nel 1606 per ospitare l’urna del santo (Immagine 4), in cristallo di rocca e argento, sempre seicentesca su disegno di Cerano, ma soprattutto perché la Cattedrale fu il primo luogo in cui il Borromeo mise a punto quelle riforme architettoniche che erano frutto delle novità espresse dal Concilio tridentino.
La zona più trasformata fu la zona absidale. Carlo, grazie all’aiuto dell’architetto Pellegrino Pellegrini detto il Tibaldi, con la creazione di una cappella sotterranea, provocò l’innalzamento dell’area (Immagine 5/6) del presbiterio, al centro del quale pose l’elegante tabernacolo bronzeo (Immagine 7), dono dello zio Papa. Poiché tale tabernacolo, pur essendo monumentale si perdeva nell’immensità del Duomo gotico, Carlo fece predisporre un ciborio e fece soprelevare la custodia eucaristica con quattro angeli di bronzo. Tabernacolo e ciborio sono fittamente decorati con scene dell’Antico Testamento prefiguranti il sacrificio eucaristico, con scene della vita di Gesù e con simboli eucaristici. Il presbiterio venne separato dal resto della chiesa e attorniato da un muro continuo decorato con altorilievi sulla vita di Maria (Immagine 8). Ai lati della cittadella eucaristica (centralità derivata proprio dalle polemiche eucaristiche dei protestanti) si innalzano come torri i due pulpiti (sottolineatura dell’importanza della Chiesa e dei pastori quali mediatori tra la Parola e i fedeli ed educatori alla vita cristiana): dedicati all’Antico e al Nuovo Testamento con decorazioni che richiamo sempre il Pane e la Parola di Dio. (Immagine 9/10/11)
I capicroce furono chiusi e in essi posti due altari: uno dedicato alla Madonna dell’Albero (Immagine 12), l’altro dedicato al vescovo milanese Giovanni Bono (Immagine 13), entrambi portati a compimento dopo la morte di Carlo; così furono realizzati anche numerosi altari laterali per facilitare la quotidiana celebrazione eucaristica dei canonici della cattedrale. (Immagine 14)
Ultimo realizzazione fu il Battistero, ora purtroppo non più nell’originaria posizione, cioè al centro della navata centrale. (Immagine 15/16/17)

San Carlo e la peste
Già abbiamo detto della peste e dell’opera svolta da Carlo in essa, tanto da essere chiamata “la peste di san Carlo”(Immagine 18). Alla fine della pestilenza il popolo milanese si rivolse a Carlo per chiedere come ringraziare Dio per la cessazione del morbo. Carlo suggerì quale ex-voto l’erezione di un chiesa da dedicare a san Sebastiano (Immagine 19). Il posto individuato era poco distante dal Duomo ed era sul luogo di una chiesetta dedicata a San Tranquillino nella quale c’era un altare dedicato a San Sebastiano, a cui il popolo accorreva in caso di epidemie. Iniziato nel 1577 a pianta centrale su disegno del Tibaldi, fu completato con alcune modifiche attorno al 1630, in occasione di un’altra peste, quella cosiddetta manzoniana. (Immagine 20/21)
Sempre legata alla peste è la chiesetta di San Carlo al lazzaretto, erede dell’altare coperto posto al centro del vasto quadrilatero quattrocentesco del Lazzaretto (Immagine 22), dove veniva celebrata la messa per i degenti; la posizione era stata scelta in modo da permettere ai malati, ospitati sotto i portici o in piccole stanzette, di assistere alla messa senza spostarsi dai loro ricoveri. Il tempio “aperto” (e chiuso con murature solo tra Sette-Ottocento) fu iniziato nel 1585 e concluso solo nel 1591. (Immagine 23)
Durante la pestilenza, per chi non era ricoverato al lazzaretto, ma doveva rimanere in casa per precauzione o convalescenza e anche per evitare assembramenti pericolosi nelle chiese, Carlo ideò degli altari mobili ai crocicchi delle strade, chiamati “crocette”(Immagine 24/25). Alla fine del contagio egli chiese che al loro posto venissero issate delle colonne a memoria perenne di quanti i milanesi avevano sofferto. (Immagine 26/27)

San Carlo e la missione
Rendendosi conto della grande quantità di lavoro da svolgere tra il popolo e della inadeguata preparazione del clero ambrosiano, Carlo chiamò in suo aiuto alcuni dei nuovi ordini religiosi, nati proprio nel clima di riforma di quegli anni. In particolare a Milano arrivarono i Gesuiti i Barnabiti, che diedero un grande supporto all’azione riformatrice del Borromeo, il quale provvide ad ognuno una adeguata sistemazione.
Chiamati nel 1563 per occuparsi del nascente seminario, dopo una precaria sistemazione, furono trasferiti nell’area di Santa Maria in Solariolo, poi abbattuta per fare posto all’odierna San Fedele. Progettista fu Pellegrino Tibaldi, sotto la cui direzione fu innalzata la grande aula unica, meglio adatta alla predicazione e il primo ordine caratterizzato da gigantesche colonne. La costruzione venne ultimata da Richino e da altri dopo di lui nel 1658. (Immagine 28/29)
Nel 1545 la parrocchia di San Barnaba fu affidata ai Chierici Regolari di San Paolo, poi detti Barnabiti proprio dal nome della loro chiesa. Carlo al suo arrivo li aiutò e li seguì con paterna attenzione, tanto da essere considerato il secondo fondatore della congregazione. La nuova chiesa venne affidata in un primo tempo a padre Morigia, poi fu chiamato l’Alessi che la completò attorno al 1576.(Immagine 30) L’interno della chiesa è semplice, ad aula unica, con preziosi altari cinque-seicenteschi, tra cui spicca quello delle Reliquie, dopo del Borromeo. (Immagine 31)
Da ultimo presentiamo la chiesa di San Paolo Converso, ora sala d’aste, costruita per volere di Paola Ludovica Torelli, amica e seguace di sant’Antonio Maria Zaccaria, fondatore dei Barnabiti. La Torelli nel 1536 aveva fondato l’ordine delle Angeliche e per la nascente comunità aveva voluto una chiesa e un monastero, appunto San Paolo Converso, realizzato tra il 1549 e il 1551. Alla splendida facciata (Immagine 32/33), che ricorda la facciata sia di Sant’Angelo che di San Barnaba, si accompagna un interno a navata unica divisa in due ambienti con chiesa claustrale e aula pubblica decorate con ricche decorazioni dei fratelli Campi. (Immagine 34)

I Borromeo a Milano e sul lago Maggiore
Il nostro itinerario non può non ricordare alcuni luoghi laici legati al Borromeo e alla sua famiglia.
A Milano esiste ancora Piazza Borromeo (Immagine 35/36), centro del quartiere occupato dalla potente famiglia, con la chiesetta di Santa Maria Podone davanti alla quale si trova la statua di San Carlo del Bussola (XVII sec) (Immagine 37/38). L’antico Palazzo Borromeo (Immagine 39) fu gravemente danneggiato dai bombardamenti dell’ultimo conflitto e infatti la sua antica facciata in cotto fu completamente rifatta dal Reggiori; integro è invece è un corpo di fabbrica del secondo cortile (Immagine 40), che riporta ancora decorazioni quattrocentesche, mentre in un interno al primo piano troviamo gli splendidi affreschi detti appunto “Giochi Borromeo” (prima metà XV sec.) (Immagine 41)
Eccoci allora ad Arona (Immagine 42). San Carlo Borromeo, nacque nella Rocca di Arona nel 1538. La Rocca Borromea di Arona è una costruzione a scopo difensivo affacciata sul Lago Maggiore. Assieme alla gemella Rocca Borromea di Angera era uno dei principali punti di controllo strategici del Lago Maggiore in epoca antica. La fortezza costruita in territorio piemontese, nel comune di Arona, venne fondata in un periodo di poco precedente all’anno mille sotto il controllo dei Longobardi. Adibita unicamente a scopo difensivo, nei secoli successivi passò tra proprietà vescovili fino a ricoprire il ruolo di semplice rifugio attorno al XI e XII secolo. Dopo aver subito una completa distruzione a mano della casata dei Della Torre ritornò possedimento dei Visconti nel 1227. Due secoli dopo, precisamente nel 1439, la costruzione cambiò di nuovo proprietario insieme all’intero Comune e il Castello di Arona, quando Filippo Maria Visconti la cedette come feudo a Vitaliano Borromeo. Per ben quattro secoli la Rocca rimase in mano alla Famiglia Borromeo, dando addirittura i natali a Carlo Borromeo nel 1538. La storia della Rocca di Arona si chiude nel 1800 quando l’esercito Napoleonico ricevette l’ordine di distruggere alcune fortificazioni occupate dagli Austriaci. Da quel momento della Rocca di Arona rimangono solo alcuni resti. Da alcuni anni, però, il parco non è accessibile.
Sempre ad Arona, a coronamento del locale Sacromonte fu eretto il Colosso di San Carlo Borromeo (Immagine 43/44) (detto il Sancarlone o, nel dialetto locale el Sancarlùn), è una statua di dimensioni enormi. Su volontà del cugino Federico, arcivescovo di Milano e suo successore, iniziarono i lavori per la costruzione di un Sacro Monte che ne celebrasse la memoria. Federico Borromeo insieme a Marco Aurelio Grattarola, supervisore dei lavori del Sacro Monte, vollero anche costruire un’enorme statua visibile dal lago Maggiore. Il disegno fu di Giovanni Battista Crespi, detto il Cerano e la statua fu realizzata con lastre di rame battute a martello e riunite utilizzando chiodi e tiranti in ferro. Gli scultori che la realizzarono furono Siro Zanella di Pavia e Bernardo Falconi di Bissone. L’opera fu conclusa nel 1698 e il 19 maggio dello stesso anno il cardinale Federico Caccia, arcivescovo di Milano, diede la solenne benedizione al monumento. Il piedistallo di granito è alto 11,70 metri, mentre la statua misura 23,4 metri in altezza, quindi nel complesso il monumento misura 35,1 metri (equivalente all’altezza di un palazzo di 10 piani). Il braccio destro benedicente della statua è in realtà una complessa struttura metallica di tipo semi-elastico: venne così concepita per resistere ai forti venti che spesso nella brutta stagione battono la zona. La statua è aperta al pubblico, che può salire tramite una scala dapprima a chiocciola e poi a pioli, arrivando all’interno della testa di San Carlo. Un’altra statua di San Carlo si trova sulla riva opposta del lago ed è detta anch’essa “il Carlone”: lungo la strada che da Due Cossani, frazione di Dumenza, porta a Curiglia, celata dietro una curva e coperta dalle frasche degli alberi, la statua dà le spalle alla strada.
Altro luogo custode delle memorie di Carlo sono le Isole Borromee. Nel punto più ampio del Golfo Borromeo si leva dalle acque la più grande delle isole del Verbano: l’Isola Madre (Immagine 45). Anticamente nominata Isola di San Vittore per la presenza di una cappella dedicata al Santo, è stata probabilmente la prima ad essere abitata. I primi lavori di trasformazione in luogo di residenza privata, furono realizzati dal Conte Lancillotto Borromeo agli inizi del secolo XVI. L’Isola vive negli ultimi decenni del ‘500 un periodo di vivace attività edificatoria con Renato I Borromeo (allora ribattezzata Renata), ad opera di importanti architetti quali Pellegrino Tibaldi, il Crivelli e Filippo Cagnola. Alla fine del secolo XVIII il luogo aveva assunto l’aspetto che sostanzialmente conserva ancora oggi. L’ultima grande opera architettonica intrapresa fu la Cappella di famiglia, voluta a partire dal 1858 da Vitaliano IX ad opera dell’architetto Defendente Vannini.
Troviamo poi l’Isola Bella (Immagine 46) che fino a circa il 1630 (allora chiamata Inferiore per opposizione all’Isola Superiore, oggi detta dei Pescatori), era costituita essenzialmente da un lembo di terra e roccia abitata da pescatori. Le prime opere edilizie furono avviate da Giulio Cesare Borromeo (1593-1638), ma ad una vera e propria campagna di acquisizioni si dedicò Carlo III (1586-1652) che diede il via ai primi interventi concreti e volle chiamarla Isabella in onore della moglie Isabella D’Adda. I veri artefici della trasformazione dell’isola furono i figli, il Cardinale Giberto III (1615-1672), e in particolare Vitaliano VI (1620-1690), che migliorarono e innovarono il primitivo progetto del padre. Palazzo e giardini vennero concepiti come un’unica entità di grande impatto scenografico: l’isola prese la forma di un immaginario vascello con la villa edificata nella parte più stretta a settentrione (ponte di prua) e il giardino nella parte più ampia della zona meridionale (ponte di poppa). Nella realizzazione di questa visione si succedono, dalla metà del Seicento fino a metà Ottocento, importanti architetti come Giovanni Angelo Crivelli, Filippo Gagnola, Carlo Fontana e, più in qua nei secoli, Giulio Galliori, Cosimo Morelli, Giuseppe Zanoia, Luigi Canonica. Dopo secoli di lavoro il Principe Vitaliano X Borromeo Arese (1892-1982) terminerà il Palazzo con la costruzione del Salone Grande (1948-1952), della facciata settentrionale e del grande molo all’estremità superiore dell’isola (1948-1958).
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