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Dal mondo pagano a quello cristiano

Autore: Roda, Anna  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 1 dicembre 2009

La basilica di Santa Maria in Cosmedin
Le origini pagane
Nel sito in cui sorge oggi la chiesa, prossimo al Tevere, al Foro Boario e al Circo Massimo, sorgeva in epoca imperiale la Statio Annonae, il servizio che gestiva l’approvvigionamento e la distribuzione di cibo al popolo romano. Ancor prima, però, esso era stato sede dell’Ara Massima di Ercole, santuario “internazionale” deputato a garantire i commerci e i mercanti che in quella zona trafficavano e vivevano. Ancora nel I secolo a.C., Vitruvio cita un tempio a pianta rettangolare posto all’ingresso del Circo Massimo e dedicato ad Ercole Invitto o Pompeiano. Proprio per la storia del luogo, l’annona e gli edifici vicini divennero sede fin dal VI secolo di una diaconia, struttura ecclesiale destinata a garantire assistenza al popolo cristiano.

La prima chiesetta paleocristiana
La prima piccola chiesa fu fatta costruire da papa Gregorio I, la cui famiglia aveva grandi possedimenti nella zona, attorno all’inizio del VII secolo. Papa Adriano I la fece ricostruire alla fine dell’VIII secolo dentro la struttura dell’antica sede dell’Annona, di cui la chiesa incorporò la struttura e il colonnato, dividendola in tre navate e abbellendola di splendide decorazioni. La chiesa e i suoi annessi furono affidati ad una colonia di monaci greci che si erano rifugiati a Roma per sottrarsi alle persecuzioni degli iconoclasti e si erano stabiliti su questa riva del Tevere, dove era già insediata la comunità greca ed era per ciò nota come Ripa Greca. Da questi la chiesa prese il nome di Santa Maria in Schola Greca, e divenne poi nota come Santa Maria in Cosmedin, dalla parola greca kosmidion (ornamento). (Immagine 1). Diversamente dalla gran parte delle chiese romane del periodo, questa non era sorta sulla tomba di un martire. Tuttavia ebbe anch’essa la sua cripta, scavata nel podio della stessa Ara Massima. Durante il pontificato di papa Niccolò I (858-867), alla chiesa furono aggiunti una sagrestia, l’oratorio e una residenza diaconale. Papa Gelasio II nel 1118 fece riparare i danni subiti dalla struttura quasi cento anni prima (1082) a seguito dell’invasione dei Normanni guidati da Roberto il Guiscardo, mentre papa Callisto II, intorno al 1200, fece costruire il portico. (Immagine 2) La chiesa fu nuovamente restaurata nel 1718 su disegni di Giuseppe Sardi che ne trasformò lo stile da romanico a rococò e nel 1899 da G.B. Giovenale che eliminò questi elementi per riportare la chiesa al suo originale aspetto romanico che ancora oggi conserva. In questa chiesa furono eletti al soglio pontificio papa Gelasio II, papa Celestino III e anche l’antipapa Benedetto XIII.

La struttura della chiesa

Gli esterni
La facciata è preceduta da un portico (con protiro) ad arcate, sopra le quali si impostano monofore chiuse da transenne. (Immagine 3) Il portico è sovrastato dalla parte alta della facciata della navata centrale (in cui si aprono tre finestre) e dal campanile romanico a sette piani. (Immagine 4) Nel muro sotto il portico, oltre alla famosa Bocca della Verità (in realtà un chiusino di età romana, posto qui nel 1632), sono murate alcune iscrizioni con atti di donazione: 1) un’epigrafe del X secolo con l’elenco dei doni fatti da un certo Teubaldo (case, orti, vigne, oggetti liturgici) alla chiesa di S. Valentino sulla Via Flaminia; 2) un’iscrizione dell’VIII secolo da cui risulta la donazione da parte di un certo Eustazio e di suo fratello (Giorgio o Gregorio) di alcuni vigneti …qui sunt in Testacio (si tratta della prima attestazione di questo toponimo per la collina artificiale presso il Tevere); 3) una scultura con un’epigrafe mutila letta completamente nel XV secolo: Honoris Dei et Sancte Dei Genitricis Marie, pontificatus Domini Adriani pape, ego Gregorius notarius. E infine la tomba di Alfano, corredata da un’iscrizione: Vir probus Alfanus cernens quia cuncta perirent / hoc sibi sarcofagum statuit ne totus obiret / fabrica delectat pollet quia penitus extra / sed monet interius quia post haec tristia restant. La tomba è sovrastata da una copertura a tetto di sapore fortemente antichizzante e doveva essere completata da una lunetta affrescata, ora praticamente distrutta, raffigurante la Vergine con il Bambino tra Gelasio II e Callisto II. Sul muro del portico sono visibili anche tracce di un affresco con l’Annunciazione e la Natività. Il portale d’ingresso alla chiesa ha un’incorniciatura scolpita con una serie di figurazioni: racemi con uccellini, fogliette, piccoli ovoli, una mano benedicente, due agnelli, due croci, i simboli degli Evangelisti, due pissidi, due uccelli; al di sopra corre la scritta Ioannes de Venetia me fecit.

Gli interni
L’interno, radicalmente restaurato nel 1893, è a tre navate con quattro pilastri e diciotto colonne di recupero; cinque capitelli sono dell’epoca di Gelasio. (Immagine 5) Un po’ ovunque sono visibili, inglobate nei muri, le antiche colonne superstiti dell’edificio antico identificato come Statio Annonae. (Immagine 6) Il pavimento cosmatesco è composto da un motivo centrale con una rota di grandissime dimensioni, affiancata da quattro rotae più piccole e da altri motivi rettangolari. (Immagine 7/8/9) Il Giovenale ci ha lasciato un ampio resoconto dei lacerti affrescati allora esistenti. Il ciclo della navata è oggi purtroppo quasi completamente perduto. La parete è divisa in riquadri sormontati da un fregio nel quale si affacciano clipei con maschere classiche; i riquadri stessi sono coronati da lunette dove appaiono cornucopie e sono affiancati da un fregio a candelabro. Sotto, dopo un altro fregio a motivi vegetali, altri riquadri rettangolari recano una grande cornice con un motivo di drappeggi in cui si affacciano amorini. Da notare che il Giovenale identificò frammenti d’affresco, purtroppo ridottissimi, anche negli strombi delle finestre absidali. Il registro inferiore raffigurava scene dal Nuovo Testamento; quello superiore destro, scene dall’Antico, e precisamente dal Libro di Daniele, con Storie di Nabucodonosor. Il registro alto della parete sinistra (doveva invece raffigurare storie tratte dal Libro di Ezechiele, relative alle vicende degli Ebrei che si ribellano a Dio e alla conseguente distruzione di Gerusalemme: negli exempla biblici scelti (il superbo e idolatra Nabucodonosor, gli Ebrei ribelli) si è voluto intravvedere un monito rivolto a chi volesse ribellarsi alla potestà pontificia. Gran parte della navata centrale è occupata dalla schola cantorum con due pulpiti. Il cero pasquale con piccolo leone marmoreo alla base e con stemma Caetani è firmato da Pasquale, un frate domenicano della fine del XIII secolo. I plutei del restauro di Alfano portano sul retro, in due casi, decorazioni dell’VIII secolo. Su un marmo collocato attualmente nell’iconostasi (ma originariamente inserito nel pavimento) è scritto: Alfanus fieri tibi fecit Virgo Maria / et Genetrix Regis Summi Patris alma Sophya. Al centro del presbiterio sorge l’altare (Immagine 10), un antico pezzo lavorato di granito rosso, contenente le reliquie dei ss. Cirilla, Ilario e Coronato, forse del tempo di Adriano I; esso è coperto dalla mensa marmorea dell’età di Callisto II con l’epigrafe della consacrazione: +Anno MCXXIII, indictione I, est dedicatum hoc altare per manus Domini Calixti PP. II, V sui pontificatus anno, mense maio, die VI, Alfano Camerario eius dona plurima largienti. L’altare è sormontato dal piccolo ciborio, opera di Deodato, terzo figlio di Cosma il Giovane (1294) (Immagine 11). Sulla sedia episcopale si legge, attorno al disco, l’iscrizione dedicatoria di Alfano: Alfanus fieri tibi fecit Virgo Maria. Nella navata destra, una porta conduce nella sagrestia, costruita nel 1647 e rinnovata nel 1767. Qui si trova il mosaico di Giovanni VII (706-707) raffigurante l’Epifania e proveniente dall’oratorio di quel papa in S. Pietro, trasferito qui nel 1639. Accanto è la cappella del coro eretta nel 1686; qui nel 1900 fu posta la Madonna Theotokos, opera trecentesca di scuola romana ridipinta più volte nel corso dei secoli.
Da una scala sotto la schola cantorum si scende nella cripta, ricavata nei resti dell’Ara Maxima Herculis Victoris e riaperta nel 1717. (Immagine 12) E’ un ambiente a tre navate, spartito da sei colonne romane di recupero. Costruita da Adriano I, è l’unica cripta altomedioevale di Roma non seminanulare. In fondo all’absidiola della cripta è un altare del VI secolo. Dal portico si accede al piano superiore ove è allestito un Antiquarium. Qui insieme ad altri frammenti di opere recuperate durante i restauri di fine Ottocento, si conservano frammenti dell’arredo del tempo di Adriano I e una croce di consacrazione del 1123 in mosaico cosmatesco. Da questi ambienti si può esaminare da vicino una cortina in tufelli, appartenente forse alla chiesa altomedioevale.





La reliquia di san Valentino
Sulla sinistra del portico è visibile e visitatissima la famosa Bocca della Verità (Immagine 13), davanti alla quale lunghe file di turisti attendono il proprio turno per farsi fotografare con una mano dentro la fessura di quello che, con grande probabilità, non era altro che un chiusino romano. All’interno è anche un reliquiario contenente un teschio accreditato a san Valentino.(Immagine 14) Anche se l’omonimia fa pensare al patrono degli innamorati, e quindi lo fa apprezzare dai turisti, non si tratta del santo venerato il 14 febbraio, ma di un omonimo, un “corpo santo” (martiri inventi). La reliquia della testa di Adautto, santo martire di Roma, è a Santa Maria in Cosmedin. Adautto, molto probabilmente, è il martire che fu sepolto con Felice in una cripta nei pressi del cimitero di Commodilla sulla via Ostiense. Papa Siricio (384-399) costruì una piccola basilica sulla loro tomba restaurata ed abbellita in seguito da Giovanni I (523-526) e Leone III (795-816). Leone IV (847-855) donò loro reliquie ad Ermengarda, moglie di Lotario. La chiesa di Santa Maria in Cosmedin conserva altre teste di martiri inventi: Angelo fanciullo, Benedetto, Benigno, Candida, Candido, Concordia, Desirio, Desiderio, Giuliano, Ippolito, Placido, Romano e Valentino. Quest’ultima reliquia, posta in un altare del VI secolo nella cripta, viene esposta ornata di rose. L’Inventario (1870) prosegue con le reliquie del cranio dei martiri: Adriano, Amelia, Antonino, Clemenza, Generoso, Generoso, Ottavio e Patrizio. Infine riporta la menzione della gamba di Olimpia e di quella di san Giovanni Battista de Rossi. Nella sagrestia è conservato un prezioso frammento di un mosaico raffigurante l’Epifania, che originariamente si trovava nella basilica di San Pietro.
Galleria di immagini

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