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L’estremo atto dʼamore quando Eros ti abbandona

Autore: Mangiarotti, Don Gabriele  Curatore: Saro, Luisella
Fonte: CulturaCattolica.it
sabato 11 agosto 2012

«Quid animo satis?»
Se è vero che non ci si perde mai ad ascoltare le ragioni degli altri, è pur vero che questo vale se l’altro porta “ragioni”. Altrimenti è solo il tempo che si perde, e risulta difficile imparare qualche cosa di utile. E’ quello che mi è capitato leggendo l’articolo di Scalfari su Repubblica del 10 agosto.
Ecco una prima impressione, raccontata attraverso due immagini: i fuochi artificiali e il cappello del prestigiatore.
Come con i fuochi artificiali, letta la Summa philosophiae scalfariana, rimane l’“oh!” del momento, un breve commento, e poi il solito buio.
O come di fronte al cappello del prestigiatore, la sensazione è che di sicuro c’è il trucco, anche se l’abilità del protagonista lo maschera continuamente. Anzi, è proprio la velocità della esecuzione che impedisce di capire come vadano realmente le cose.
Così, dal cappello di Scalfari, escono a raffica nomi, posizioni, affermazioni date per ovvie, senza che lui abbia tempo – capacità, forse? – per spiegare e comunicare le ragioni di ciò che dogmaticamente afferma.
Dopo una sintesi (assolutamente discutibile) del pensiero filosofico dalla Grecia alla modernità, condensata in poche righe e in pochi autori (quelli in linea con il pensiero unico), Scalfari dà per assodate risposte a domande che ancora e per fortuna interrogano e provocano la ragione di tutti (tranne, evidentemente, la sua). Un esempio. Frega niente, al Nostro, del dibattito creazionisti-evoluzionisti. Ha deciso lui che siamo “scimmie pensanti” e così ha tagliato la testa al toro (no, non l’ha tagliata. Repubblica è ecologista e animalista e non usa espressioni politicamente scorrette neanche se sono solo metaforiche).
I guai per l’uomo iniziano, a dir suo, «quando il nostro lontano antenato si eresse sulle zampe posteriori e poté sollevare la testa verso il cielo stellato», perché «a questo punto sul nostro schermo mentale apparve la figura della morte e la tremenda necessità che la nostra esistenza avesse un senso». E’, per lui, una “tremenda necessità” ciò che più differenzia l’uomo dalla bestia, e cioè il pungolo delle domande che interrogano intelletto e cuore.
E così, quello che colpisce, oltre ad un continuo citare che diventa l’ovvio (basta che un autore abbia detto qualsiasi cosa che sia secondo il pensiero del “grande giornalista” perché abbia subito la patente della verità – ancorché per lui non esista affatto la verità), quello che colpisce, dicevo, è la sua “grande dimenticanza”, che è poi il dramma dell’ epoca in cui viviamo.
Quando insegnavo nelle scuole medie avevo una collega che, tutte le volte che si trovava in disaccordo con qualcuno (e spesso era con me), quando ti incontrava, non ti salutava nemmeno, facendo finta che tu non ci fossi. Davanti a lei l’avversario (che per lei era comunque considerato “il nemico”) scompariva; diventava, come persona, invisibile. Per lei la realtà era solo ciò che aveva in testa, e ciò che confermava la sua ideologia.
Così è per Scalfari. Che strana sensazione di vuoto leggere l’elenco dei “soliti” nomi, e non ritrovare coloro che, credenti e non credenti, a volte partendo da analoghe posizioni, hanno poi fatto un percorso diverso, approdando a una verità e a una cultura degna dell’uomo; capaci di vedere oltre quella animalità complessa a cui si ferma il ragionare del Nostro!
Scalfari è come quei critici denunciati da Giosuè Carducci (sì, avete letto bene, Giosuè Carducci) che, di fronte alla realtà diversa dalle loro convinzioni… facevano un rigo blu sulla realtà stessa!

«Ma la storia è quello che è; volerla rifare noi, a nostro senso voler vedere noi come un tema scolastico il gran tema dei secoli e iscrivervi sopra, con cipiglio di maestri, le correzioni e, peggio, cancellar d’un frego di penna le pagine che non ci gustano e, peggio ancora, castigare con la ferula della dialettica nostra e della nostra declamazione un popolo come uno scolaro, o anche tagliargli il capo di netto, quando è tutto vivo, perché non ha fatto come noi intendevamo che fosse il meglio o come noi avremmo voluto che facesse: tutto ciò è arbitrio o ginnastica d’ingegno, ma non è il vero, anzi è il contrario. La storia è quello che è.» [Giosuè Carducci, citato da Rocco Montano, Il superamento di Machiavelli]


Una passata di bianchetto e non solo il dottissimo fa sparire tutti i pensatori “scomodi” e cioè coloro che, anche non credenti, per onestà intellettuale si sono interrogati sino all’ultimo battito di ciglia sul senso della vita, sul dolore, sulla morte. Con la stessa nonchalance cancella anche Dio, svelandoci (?) che «altro non è che un’invenzione degli uomini per dare un senso al loro transito terrestre».
Quale sarebbe, dunque, il senso del nostro andare? la ragione del nostro alzarci, la mattina? del nostro impegno quotidiano? Ecco la risposta. «Il senso è uno specchio in cui guardarti, un’anima che ti conforti e che tu conforti, un corpo che vuoi possedere ed anche l’amore per il comando, il fascino della seduzione, la malinconia dell’abbandono. E l’addio alla vita. Quello è l’estremo atto d’amore, quando Eros ti chiude gli occhi e ti abbandona insieme al tuo ultimo respiro».
Roba per scimmie, forse. Certo non per gli umani, che sono fatti non per essere “abbandonati” ma per essere “accolti”. Ed hanno un cuore che non si accontenta degli idoli, ma continua a cercare, perché è costituzionalmente capax d’Infinito.
E allora che respiro diverso leggere ciò che ha da poco scritto don Ciccio Ventorino:
«La natura sta a indicare ciò per cui un essere è nato, il suo destino. E la sua grandezza. Nonostante l’innegabile fragilità, l’uomo svetta perché la sua natura è definita dal rapporto con l’infinito; come risulta dall’esperienza struggente del desiderio umano, da quell’intima insaziabilità che lo rinvia di cosa in cosa nella speranza di una soddisfazione totale, orizzonte irraggiungibile e tuttavia incapace di tramontare. Nel Convivio, dove si misurava per la prima volta con i grandi plessi concettuali della filosofia, Dante aveva espresso così questa dialettica inarrestabile del desiderio: «Onde vedemo li parvuli desiderare massimamente un pomo; e poi, più procedendo, desiderare un augellino; e poi, più oltre, desiderare bel vestimento; e poi lo cavallo; e poi una donna; e poi ricchezza non grande, e poi grande, e poi più. E questo incontra perché in nulla di queste cose [l’anima] trova quella che va cercando, e credela trovare più oltre». Ma quell’oltre, l’«ultimo desiderabile» è solo Dio».


E ancora:
«C’è una promessa costitutiva del desiderio stesso; ma la certezza del suo compimento si acquista “fermamente” quando si riconosce la presenza nella storia di Cristo Risorto. Le esigenze del cuore dicono, infatti, che l’oggetto c’è. E che non può rimanere indisponibile. L’uomo dunque è destinato a essere felice, giusto e vero. E tuttavia, la certezza che questo accadrà non può essere sostenuta dal nostro cuore, può derivare soltanto da quella Presenza che la fede riconosce. Solo una simile Presenza può dar ragione di una certezza nel futuro. Perciò “la dinamica della speranza è un desiderio che non potrebbe resistere nel tempo, sarebbe sempre amaramente deluso, se non fosse sorretto, retto come ragione dalla fede, dalla certezza nel potere della grande Presenza”».


Resti, Scalfari, nella presunzione sciocca (e – quella sì! – consolatoria) di bastare a se stesso, guardando narcisisticamente la sua immagine allo specchio. Resti, se crede, attaccato ai suoi idoli, o nella convinzione che «l’estremo atto d’amore» sia l’addio alla vita, quando «Eros ti chiude gli occhi e ti abbandona insieme al tuo ultimo respiro» e ti aspetta il nulla.

Così, però, non si crescono gli uomini e non si educano i giovani, che – Scalfari se ne faccia una ragione – alla vita chiedono “di più”.
Forse si fanno solo soldi con i lauti stipendi di Repubblica.






«Cercare il senso della vita? E’ il modo consolatorio che tutti in certi momenti e passaggi, adottiamo per bisogno di consolazione. Ma trovare quel senso è precluso dalla conformazione stessa della mente, è domanda alla quale non c’è risposta. Il senso della vita è la vita, che non ha alternative. La natura si pone forse quella domanda? La natura vive e basta. E noi, non siamo forse natura, a meno di non compiere un atto di luciferino orgoglio che ci vorrebbe far superiori al resto della natura? Noi siamo diversi, ma non superiori. Diversi solo in alcuni aspetti, ma anche noi natura per tutti gli altri. Personalmente non credo che il ruolo della specie cui appartengo sia superiore a quello delle api o delle formiche o dei passeri. La sola differenza, dovuta allo sviluppo e all’evoluzione del mio encefalo, sta nel fatto che io so di dover morire e la formica o il passero non lo sanno né lo sa il filo d’erba che nasce nel campo. [...] Ritengo come disse Feuerbach oltre un secolo fa che Dio è un’invenzione della mente. E quindi lo è anche Cristo. [...] Trovare il senso della vita è domanda alla quale non c’è risposta. La natura si pone forse questa domanda? La natura vive e basta. E noi siamo natura».
(E. Scalfari, in «la Repubblica», 24 gennaio 1995)
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