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Campi nel mondo, i Laogai
Autore: Nasi, Mariacristina Curatore: Buggio, Nerella
domenica 27 novembre 2005 Non so voi, ma la testimonianza raccolta da Filippo Facci sui laogai in Cina, mi ha davvero lasciata sbigottita. Cinquantacinque anni di soprusi, di schiavismo, di torture e io nella mia ignoranza non ne sapevo nulla, così mi sto documentando e vi propongo queste altre informazioni, perché davanti all’orrore non è possibile cedere all’umana tentazione di far finta di niente, di credere che la Cina sia troppo lontana. «Per l’Occidente l’ignoranza del fenomeno concentrazionario nella Cina popolare è ancora maggiore di quella di cui ha dato e continua a dare prova riguardo al gulag». Essa dipende da vari fattori: lontananza geografica e culturale, scarsissimo numero di testimoni, debolezza delle proteste degli intellettuali asiatici, che non condividono la «tradizione occidentale della critica e della denuncia dei poteri». Nonostante oggi si moltiplichino testimonianze, riflessioni e studi, gli esperti evidenziano la difficoltà a reperire documenti «inconfutabili sui campi della Cina comunista».
Il sistema concentrazionario cinese comprende: laogai, lavoro correzionale penitenziario; laojiao, educazione mediante il lavoro; jiuye, destinazione professionale obbligatoria. Teoricamente, nel laojiao i detenuti mantengono i diritti civili durante la permanenza al campo, ma svolgono lo stesso lavoro e ricevono le stesse razioni alimentari di quelli del laogai. Il laojiao è stato attivato solo dopo l’assunzione del controllo dello stato da parte dei comunisti cinesi; il laogai era presente nelle zone controllate dai comunisti prima della loro ascesa al potere. Il laojiao è dunque «un’aggiunta al sistema del laogai», che può altresì disporre del jiuye: un lavoratore del jiuye non sceglie né impiego né trasferta né luogo di residenza; né conosce la durata della pena, modificata in modo del tutto arbitrario. I campi sono organizzati militarmente; ospitano l’87% dei criminali (le prigioni il restante 13%); sono sotto il controllo della Sicurezza pubblica. I primi campi allestiti dai comunisti compaiono nelle zone da loro controllate; inizialmente, la situazione è piuttosto caotica: i detenuti subiscono vessazioni e torture da parte dei direttori degli istituti; regnano violenza e morte, soprattutto per fucilazione. Il laogai «si organizza in modo più uniforme nel 1952-1953, nel momento del passaggio dichiarato alla “costruzione del socialismo”». Contrariamente al gulag sovietico, il sistema concentrazionario cinese giunge rapidamente al suo apice: nel giugno 1952 una prima riunione nazionale sul lavoro del laogai «ricorda che occorre combinare la riforma politica e la riforma mediante il lavoro, la punizione e l’educazione». Se, dal 1954 al 1957, si assiste ad una fase di relativa distensione, «l’irrigidimento politico provocato dalla campagna contro la destra del 1958» acuisce il lavoro forzato; la carestia del 1961-1962 aumenta la mortalità. Dal 1966 al 1971 «scompaiono i tribunali normali e molti campi chiudono»; nel maggio 1981 una riunione della commissione politico-legale del Comitato centrale del PC cinese stabilisce la necessità di «educare di più e reprimere di meno, mediante la produzione e il miglioramento delle condizioni di detenzione». Nel 1983 Deng Xiaoping «trasforma ogni campo in un’entità economica autonoma», ma la ricerca di maggiore produttività non corrisponde al miglioramento delle condizioni degli internati; nel triennio 1985-1988 si vara una politica di reinserimento sociale; all’inizio degli anni Novanta i campi sono ancora centrali nell’apparato di controllo del partito. Dal 29 dicembre 1994 il termine “laogai” è sostituito con “prigione”; il cambiamento è «imposto dai legami con la comunità internazionale», anche se funzione e caratteristiche restano immutate: «sovraffollamento, attrezzature desuete, uniforme obbligatoria con tanto di numero di matricola, produzione mineraria, tessile e meccanica». Se il sistema sovietico ha rappresentato un modello per i cinesi, esso ha costituito più un riferimento che un’imitazione: a lungo, infatti, il campo di concentramento cinese è stato concepito come un sistema che doveva «permettere di cambiare l’uomo». Anche i dirigenti sovietici, all’inizio della rivoluzione, volevano creare, in opposizione alle prigioni, dei «campi di lavoro per la rigenerazione degli elementi asociali»; ma, nella realtà, campi di lavoro e campi di concentramento per nemici del regime si confondono e le pretese rieducative restano teoriche. In Cina, invece, come in Vietnam, Laos e Corea del Nord, la “riforma del pensiero” resta una preoccupazione costante, anche quando emerge la necessità di produrre. In tal senso, il laogai ha una sua specificità: voler cambiare l’uomo mediante una serie di mezzi, tra cui il lavoro. Contrariamente ai russi, gli stalinisti cinesi vogliono «ottenere dal colpevole un autentico riconoscimento del suo crimine»; il loro scopo non è «indurre i prigionieri a confessare crimini inesistenti», bensì «far ammettere loro che la vita quotidiana che conducevano era corrotta, colpevole e passibile di castigo in quanto non corrispondeva alla concezione comunista della vita». In quest’ottica, «lo sfruttamento e l’amplificazione del senso di colpevolezza hanno un ruolo evidente», come pure l’autoaccusa; la delazione è obbligatoria; critica e autocritica sono praticate regolarmente. I detenuti devono subire “sedute di studio” interminabili, che costituiscono «la grande invenzione dei cinesi in materia di teoria penale e la principale differenza tra i loro campi per prigionieri e quelli dei sovietici». Generalmente, si individuano tre fasi: riconoscimento dei crimini; autocritica; sottomissione all’autorità e all’insegnamento. Il prigioniero deve «dimostrare nei fatti di essere pentito, denunciare i traditori e fare atto di soggezione al governo». Si uniscono il «senso di colpa individuale con le pressioni della collettività: ciascuno deve non soltanto riformare se stesso, ma aiutare gli altri a fare la stessa cosa». La riforma del pensiero passa attraverso confessione e lavoro, che, nel sistema penitenziario cinese, è considerato un dovere, una punizione e una ricompensa: «prima di godere del privilegio di lavorare, il detenuto deve passare per la confessione, provare che intende riformare i suoi pensieri e dimostrare che si sottomette alla disciplina». Giunto al campo, partecipa a “gruppi di studio”, che prevedono autoperquisizioni e perquisizioni reciproche; fame e percosse concorrono a realizzare la riforma del pensiero. I cinesi, infatti, contrariamente ai russi, sono convinti che il lavoro forzato non sia produttivo, se ottenuto solo con costrizione o tortura: cercando di «dominare le menti e annichilire le personalità» mirano a «trasformare il lavoro forzato in un affare redditizio». Di fatto, si può avanzare qualche riserva sulla redditività, poiché, negli anni Ottanta e Novanta, per incrementare la produttività, si è abbandonata l’ideologia e si sono migliorate le condizioni detentive. Inoltre, considerando il diffondersi, nel sistema concentrazionario cinese, di corruzione e violenza, si può affermare che il progetto di formare un “uomo nuovo” resti illusorio: negli ultimi anni, cresce la diffidenza dei prigionieri, che «rifiutano di ammettere la propria colpevolezza, resistono agli sforzi per riformarli e si danno persino ad attività criminali». La riforma del pensiero tende a «generare individui ridotti a meccanismi semplificati, del tutto subordinati al potere. Anche il più prosaico obiettivo della reintegrazione è fittizio». Nei laogai la manodopera non costa quasi nulla e le fabbriche-prigioni producono svariati prodotti; tuttavia, la loro funzione economica non è fondamentale per il Paese, poiché la Cina non ha coinvolto i campi in un processo di sviluppo generale. «Il potere comunista cinese riconosce di avere inviato nei campi, a partire dal 1949, 10 milioni di persone e di tenerne prigioniere un milione e duecentomila in 685 campi» (nel 1995). Questi sono organizzati militarmente e recintati secondo la densità della popolazione dei dintorni: se è alta, la recinzione è completa; nelle zone meno popolate è semplificata; in ambiente desertico o dal clima rigido può non esservi. L’isolamento dal mondo esterno e dalle persone care è pressoché totale; i prigionieri vivono costantemente spiati; tra le punizioni: «le botte, le notti trascorse sull’attenti, l’obbligo di correre per ore o di tirare un carretto carico di pietre». Le torture (dare la scossa ai detenuti, costringerli a mangiare rifiuti) hanno avuto notevole peso negli anni Cinquanta, ma «ancor oggi si può essere picchiati, incatenati, percossi con manganelli elettrificati». La punizione più diffusa e temuta è la cella d’isolamento; le razioni di cibo sono «più scarse di quelle dei forzati francesi della prima metà dell’Ottocento, di quelle dei prigionieri inglesi del ponte sul fiume Kwai e di quelle distribuite nei campi sovietici nel quadriennio 1936-1939». Tale stato di denutrizione favorisce il diffondersi di malattie, spesso mortali. Attualmente, il numero dei detenuti è diminuito, ma i cambiamenti in atto in Cina, il dilagare di crimini e delitti, potrebbe portare a un aumento del numero di «detenuti comuni inviati nei campi, per furto, traffico di droga e reati analoghi». Oltre che nei campi, la repressione si compie nelle esecuzioni pubbliche, «organizzate mese dopo mese, provincia per provincia»: nel 1995, in Cina, «sono state registrate più di 3200 condanne a morte e 2100 esecuzioni capitali»; nello stesso anno, si sono avute 56 esecuzioni negli Stati Uniti e 192 in Arabia Saudita. Le informazioni sono tratte da Il secolo dei campi - Detenzione, concentramento e sterminio: 1900-2000, di Joël Kotek e Pierre Rigoulot, MondadoriFollow @NBuggio Articoli correlatiArchivio
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