Venita e la malattia che cancella i ricordi
giovedì 26 luglio 2012
Da sempre alla domanda: “come va?” mia zia Venita, all’anagrafe Noemi, ma l'abbiamo sempre chiamata così, (noi veneti per complicarci la vita siamo fatti apposta), rispondeva: “tiremo vanti da vecioti”, era un modo per sentirsi replicare che in fondo non era poi così vecchia, per dare modo al suo interlocutore di sottolineare che la trovava in forma, ma, era anche il modo per esorcizzare il tempo che passa. La vita in fondo è stata con lei generosa, un marito, tre figli, sei nipoti, quattro pronipoti. Le fatiche di tutti, ma anche le soddisfazioni di vederli crescere, belli, sani, capaci di fare, sognare, essere nel mondo. L’ho rivista qualche giorno fa, avevo voglia di riabbracciarla perché è parte della mia storia, del puzzle della mia vita.
Così ho preso l’auto e son partita solcando l'A4, in uno di quei sempre troppo rari viaggi, che sono per me il riappropriarsi degli affetti, mi ricaricano gli sguardi, gli abbracci, quelle porte sempre aperte che trovo ad attendermi in un luogo che non mi ha nemmeno messo al mondo, sono nata a Monza, figlia d’immigranti veneti giunti a Milano in cerca di fortuna, ma che in qualche modo mi ha plasmato e mi ha dato radici.
La faccia di mia zia è sempre quella, una bella faccia veneta, dai tratti marcati, il tempo vi aveva ricamato segni decisi e la malattia o altro, chissà, sembra averli distesi, addolciti. La trovo seduta in cucina, lo sguardo sembra perduto in altri luoghi. Penso alle foto di famiglia, rimandano l’immagine di una donna sorridente, robusta e fiera, con quegli abiti di forgia sempre simile, le scarpe con poco tacco, un’eleganza che non cedeva certo alla frivolezza. La memoria mi rimanda scene di vita, tavolate allegre e caciarone, vendemmie e trebbiature che oltre al lavoro e al sudore, sapevano di festa, la vedo tornare in bicicletta lungo il sentiero disegnato dal passaggio dei carretti prima e delle auto poi, la spesa fatta in cooperativa, i soldi versati alla cassa peota dopo l’uscita di Messa. Sacro e profano, pugno chiuso e segno della croce, si son sempre alternati nella vita di molta gente del Veneto. La rivedo seduta sull’aia intenta a cucire reggiseni di cotone, che stesi ad asciugare al sole parevano nidi d’uccello dal colore tenue, mentre porta al riparo della sera le caponàre con i pulcini.
Ora il suo sguardo che sembra perduto in un labirinto sconosciuto, la memoria sembra diventare un lenzuolo bucato impossibile da rammendare, guardarla perduta nella sua quotidianità, strazia il cuore di chi le vuole bene, di chi asseconda quel guazzabuglio di memoria che come un gomitolo, annodato e infeltrito pare non srotolarsi più. L’ho abbracciata, e mi è parso che per un attimo lei tornasse bambina, incerta e fragile tra le braccia di una vecchia che in quel caso ero io.
Ci sono stati attimi in cui pareva riconoscermi e altri in cui mi identificava con altre persone presenti nella stanza. In quella cucina erano riunite quattro generazioni di donne: lei, sua figlia, sua nipote e la sua bisnipote. Le ho guardate una ad una, alle prese con il tempo che cancella i ricordi e se non avessi temuto d’essere indiscreta avrei fermato quell’attimo con una someja (fotografia)
La più piccola, aiutata dalle altre sta ricostruendo l’albero genealogico di famiglia, perché quella malattia che cancella la memoria come una spugna bagnata sulla lavagna, ha reso chiaro a tutti che ci sono cose che non si potranno sapere mai più e mi ha fatto una grande tenerezza questo sforzo corale di voler scrivere nero su bianco, chi siamo, da dove veniamo, chi prima di noi ha calpestato questa terra, ha lavorato e vissuto con fatica per permettere a noi di proseguire il cammino. Tutti noi vorremmo morire senza recar disturbo, senza obbligare chi ci vuol bene a fare i conti con la nostra fragilità, eppure, guardando quelle donne mi è sembrato chiaro, che mai nulla avviene per caso, che c’è chi scrive diritto anche sulle vie storte e che spesso la fatica rende più chiaro il senso dell’esistere, anche quando viviamo e soffriamo senza avere consapevolezza che anche quel dolore è dono.