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I Testimoni di Geova e l'anima umana

Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: Mimep-Docete ©
I Testimoni di Geova negano l'esistenza di un'anima spirituale e immortale nell'uomo, che è tutto e solo materia e, con la morte, cessa totalmente di esistere ("L'anima umana, lo spirito, è semplicemente la forza vitale che permette a una persona di essere in vita. Lo spirito non ha nessuna personalità... non può pensare, parlare, udire... può paragonarsi alla corrente elettrica... all'energia che permette agli apparecchi di funzionare" [La verità, ecc. op. cit. pag. 39]).

Perciò non c'è neppure un premio (il Paradiso) o un castigo (il Purgatorio temporaneo o l'Inferno eterno) oltre questa vita. Solo alcuni Testimoni di Geova saranno risuscitati (o meglio: "ricreati") per la vita eterna (144.000 Testimoni di Geova godranno una felicità spirituale in cielo; gli altri solo una felicità materiale sulla terra).

Tutto questo è affermato nel libro "La verità che conduce alla vita eterna" alle pagine 34-45, e con ciò i Testimoni di Geova mostrano ancora una volta di non comprendere la Bibbia e di tener conto solo di una parte di essa, cioè di quella che può essere usata per dar credito ai loro insegnamenti.

Vediamo perciò quello che la Bibbia veramente ci dice a questo riguardo:

L'UOMO HA UN'ANIMA IMMORTALE.

a) L'Antico Testamento non afferma direttamente l'immortalità dell'anima, ma afferma che l'uomo continua ad esistere anche dopo la morte del corpo.

Nell'Antico Testamento il "principio vitale" degli esseri viventi (il néfesh, l'anima) è identificato nel respiro che esce dalla gola: se uno respira vuol dire che è vivo (come esempio tra i tanti ricordiamo il fatto descritto dal 2° libro di Samuele [2 Sam. 1,9] ove Saul ferito a morte chiede all'amalecita di finirlo: "...uccidimi: io sento le vertigini, ma la vita [néfesh] è ancora tutta in me"), ma quando uno non respira più significa che è morto (come esempio ricordiamo il passo di Geremia [Ger. 15,9]: "È abbattuta la madre di sette figli, esala il suo ultimo respiro [néfesh]).

Perciò quei passi della Bibbia che usano l'espressione "non esserci più" significano solo che quella persona "non respira più", cioè è morta, ma non negano affatto una esistenza dopo la morte (come esempio ricordiamo le parole dei fratelli di Giuseppe [Gen. 42,13]: "Dodici sono i tuoi servi..., il più giovane [Beniamino] è ora presso nostro padre e uno [Giuseppe] non c'è più"5).

b) Anzi, gli ebrei ritennero sempre che dopo la morte l'uomo (a differenza degli animali) scende nello Sheol (il regno dei morti) ove i morti non possono più fare ciò che facevano sulla terra: non vedono più la luce (Salmo 49, 20), non possono più agire (Eccle. 9,12), riposano (Giobbe 3,17-19).

Inoltre, per gli israeliti, "morire" ha sempre significato "essere riuniti coi propri padri", e non solo perché seppelliti nella stessa tomba, ma perché vivi con loro nello "Sheol", come è chiaramente detto in Gen. 47,30 (In questo passo Giacobbe morente dice al figlio Giuseppe: "Quando io mi sarò coricato con i miei padri, portami via dall'Egitto e seppelliscimi nel loro sepolcro". È qui chiara la distinzione tra l'essere seppellito nella tomba e l'andare con i padri, nell'al di là).

Tutto ciò prova la fede in una vita che segue quella terrena, e quindi nella immortalità di una parte dell'uomo (il passo dell'Ecclesiaste [Qoelet] 3,19-20, citato dai Testimoni di Geova [La verità, ecc., op. cit., pag. 39-40], ove è detto che "la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli... tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere", è espressione di sconforto per la fragilità della vita presente, ma non nega la continuazione della esistenza umana nel "regno dei morti", come lo stesso autore dice nel capitolo 9 versetto 10, e specialmente alla fine del libro ove afferma che quando l'uomo muore "la polvere torna alla terra, com'era prima, e lo spirito torna a Dio che lo ha creato" [Eccle. 12,7], dal quale riceverà la giusta retribuzione per il bene e per il male commesso [Eccle. 12,14]).

c) Come già detto, i Testimoni di Geova non riconoscono come ispirati 7 libri dell'Antico Testamento che - guarda caso - sono proprio quelli che testimoniano una più precisa presa di coscienza nella verità di una vita oltre la tomba.

Basti ricordare quanto dice il libro della Sapienza (Sap. 2,23): "Sì, Dio ha creato l'uomo per l'immortalità" E ancora (Sap. 3,14): "Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio... agli occhi degli stolti parve che morissero... ma essi sono nella pace... e la loro speranza è piena di immortalità".

Ricordiamo anche le parole dette dal minore dei Maccabei al re Antioco Epifane prima di essere da lui ucciso come gli altri fratelli (2 Mac. 7,36): "Già ora i nostri fratelli... hanno conseguito da Dio l'eredità della vita eterna. Tu invece subirai per giudizio di Dio il giusto castigo".

d) Chiarissimo a questo riguardo è poi l'insegnamento di Gesù.

Contro i Sadducei, che negavano la risurrezione, Gesù dice: Mosè chiama il Signore: "Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi, perché tutti vivono per Lui" (Lc. 20,37-38).
E al buon ladrone pentito Gesù disse dalla croce: "Oggi sarai con me in Paradiso!" (Lc. 23,43).
Tutto questo significa che, nel pensiero di Gesù una parte dell'uomo, l'anima, sopravvive al corpo, e cioè che l'anima è immortale.

DOPO LA MORTE L'ANIMA DELL'UOMO RICEVE DA DIO IL PREMIO O IL CASTIGO PER QUANTO HA FATTO IN VITA.

I Testimoni di Geova negano questa verità insegnata (come vedremo) da Gesù, dicendo che la Bibbia non parla di premio o di castigo, ma di "Sheol", cioè di un luogo (o situazione) in cui le anime sono inconsce (La verità, ecc., op. cit., pagg. 41-42. Ma qui i Testimoni contraddicono se stessi: prima infatti affermano che le anime muoiono insieme al corpo [pagg. 35-40], ed ora dicono che vanno nel "regno dell'inconscio", nello "Sheol" [pagg. 41-42]).

- Per mostrare il loro errore basterà leggere la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc. 16, 19-31) ove Gesù insegna chiaramente l'esistenza del Paradiso (il "seno di Abramo") e dell'Inferno (ove si soffrono "tormenti"), destinati rispettivamente ai buoni e ai cattivi subito dopo la loro morte.

La parabola insegna pure (versetti 26-27) che tale stato delle anime non può essere modificato ed è eterno (È bene ricordare che le "parabole" sono racconti fatti per similitudini, inventate appositamente da Gesù per insegnare la sua dottrina. Non è quindi lecito fare come fanno i Testimoni di Geova nelle pagine 42 e 43 del libro citato, dove interpretano la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro a loro piacimento, stravolgendone in modo ridicolo il significato).

- Ma Gesù ha fatto anche una dichiarazione esplicita della esistenza del Paradiso e dell'Inferno quando ci parlò del Giudizio universale. (Mt. 25, 31-46): "...allora il Re dirà a quelli che stanno alla sua destra: 'Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi...'. Poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: 'Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno...'. E se ne andranno questi al supplizio eterno (invece di "supplizio eterno" i Testimoni di Geova [nella loro Bibbia dal titolo: Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture, Brooklyn, 1967, pag. 1019] traducono "stroncamento (?!) eterno"), e i giusti alla vita eterna".

- L'esistenza del Purgatorio, cioè di uno stato di purificazione per le anime giuste che però hanno ancora qualche pena da scontare (negata dai Testimoni nelle pagine 43-45 del summenzionato libretto), ci è rivelata indirettamente da Dio nella Bibbia.

Le pene che purificano queste anime possono essere diminuite da chi è ancora in vita con i suffragi, cioè con preghiere ed opere buone.

Così fece Giuda Maccabeo quando raccolse offerte perché si celebrasse in Gerusalemme un sacrificio per i suoi soldati morti in battaglia (2 Mac. 12,38-45).

E così insegna San Paolo che paragona il Purgatorio ad una purificazione "attraverso il fuoco" (1 Cor. 3,12-15) che ci renda degni di giungere al cospetto di Dio, cioè alla salvezza.



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