Mostre Ottobre 2017

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Il Filatoio di Caraglio (CN), il più antico setificio in Europa ancora esistente, l’unico ad essere stato recuperato come museo e spazio espositivo, ospita una mostra che, attraverso oltre 100 kimono originali, propone un viaggio nel mondo, nella cultura e nell’estetica del Sol Levante, ancora oggi fonte di suggestioni per arte, grafica, design e moda. La scelta del luogo non è casuale: nel 1868, quando il Giappone si apre al mondo con la restaurazione Meiji, i setaioli italiani sono già nel paese da diversi anni per approvvigionarsi dei bachi giapponesi, gli unici a resistere alla pebrina, malattia che impedisce al baco di produrre il prezioso filo. Furono dunque i semai, i setaioli italiani in Giappone, i primi ad instaurare un importante rapporto di fiducia e conoscenza con il paese del Sol Levante e tra i semai piemontesi, uniti nella “Società Bacologica Torinese”, alcuni erano proprio di Caraglio. Nel percorso di mostra emergono la vita, le tradizioni, le feste e i paesaggi giapponesi grazie ai motivi decorativi, ai colori, alle raffinate rappresentazioni di fiori e foglie, insetti e animali, montagne e onde impetuose. Dal linguaggio del decoro, parte integrante della cultura giapponese, emerge quel vasto impero dei segni che racchiude il pensiero poetico di una cultura visiva di origini antiche e significati profondi.  Attraverso 4 sezioni dedicate rispettivamente al succedersi delle stagioni, al paesaggio, all’acqua e all’arte, la mostra mette in luce la bellezza dei kimono e ci parla del Giappone, da sempre luogo di straordinaria potenza evocativa e da oltre un secolo punto di riferimento estetico per l’Occidente. Quella stessa estetica che a fine Ottocento conquistò e sconvolse il mondo artistico europeo, influenzando, tra gli altri, Vincent Van Gogh, Claude Monet e Gustav Klimt, fino a Mondrian e continua ancora oggi a ispirare artisti. I kimono esposti provengono da una preziosa collezione privata, composta da oltre 700 kimono quotidiani e destinati alle cerimonie familiari del periodo Meiji (1868-1912), del breve periodo di pace Taishō (1912/1926) e del primo ventennio del periodo Shōwa (1926/1945).

Ci spostiamo ora a Domodossola (VB) presso lo spazio espositivo di Casa De Rodis per l’esposizione Tra Guercino e De Nittis. Due collezioni si incontrano. Si tratta non solo di una mostra, ma anche di un progetto che contribuirà al restauro del patrimonio artistico marchigiano compromesso dagli eventi sismici che hanno colpito la regione dall’agosto 2016. La collezione di Antonio Ceci (1852-1920) e quella di Alessandro Poscio (1928-2013) si incontrano. Un chirurgo marchigiano di adozione pisana il primo, imprenditore piemontese con la passione per la pittura il secondo. Entrambi uomini dinamici con la passione comune per il mondo dell’arte. Per la prima volta un nucleo di opere delle due collezioni vengono messe a confronto tra accostamenti e suggestioni inaspettati, ma profondamente in sintonia. Si tratta di due collezionisti lontani geograficamente, ma con comuni interessi artistici. Dai ritratti ai paesaggi, da vedute che inquadrano la natura a stretto contatto con l’uomo, a sguardi che comunicano i misteri e i fascini di storie lontane, quanto vicine.In mostra troviamo un gruppo di disegni di artisti quali Pietro da Cortona, Guercino, Luca Giordano e Domenico Morelli, ma anche tele quali i suggestivi paesaggi ad olio di Alessandro Magnasco e Francesco Zuccarelli, la Passeggiata amorosa di Pelizza da Volpedo, e la Pax di Luigi Nono. Della collezione Poscio, invece, si potranno ammirare il Sole d’ottobre di Carlo Fornara, Veduta delle Alpi Lepontine di Giovanni Battista Ciolina, la realistica Stradina a Settignano di Telemaco Signorini, due paesaggi di Antonio Fontanesi e una fitta Querceta di Giovanni Fattori.

Siamo ora a Milano. Negli spazi della Fabbrica del Vapore è stata allestita una mostra fotografica dal titolo La Guerra Bianca, ideata e realizzata da National Geographic Italia. Oltre 70 immagini in grande formato, accompagnate da foto d’epoca e mappe esplicative realizzate dal fotografo Stefano Torrione, porteranno i visitatori sui luoghi teatro di un tragico capitolo della storia italiana: la Grande Guerra sul fronte dei ghiacciai. La Prima Guerra Mondiale fu anche e drammaticamente una guerra di montagna. Mai prima di allora, e solo rarissimamente dopo, l’uomo ha combattuto a quote così alte, fino a oltre i 3.000 metri e più sul livello del mare. Gli eserciti del Regno d’Italia e dell’Impero Austro-Ungarico si scontrarono anche sui gruppi montuosi più elevati delle Alpi centro-orientali, tra le cime e i ghiacciai dell’Ortles-Cevedale, dell’Adamello e della Marmolada, tra Lombardia, Trentino Alto-Adige e Veneto. Stefano Torrione ha raggiunto luoghi dai nomi evocativi per chi ha studiato le cronache della guerra o letto i diari dei soldati - Scorluzzo, Cavento, Lagoscuro, Presanella, Albiolo - alla ricerca delle tracce lasciate da quelle migliaia di uomini scaraventati a vivere, combattere e morire in condizioni proibitive, estate e inverno, a temperature che superavano i 30 gradi sotto zero. E ha trovato scheletri di baracche, trincee, gallerie scavate nella roccia, passerelle affacciate sul vuoto, reticolati, scale di pietra e di legno, cannoni, fucili, persino scarponi che riaffiorano con il ritiro dei ghiacciai; ma anche oggetti più personali dei combattenti, fotografi e di fidanzate o scatolette di sardine, preservati per cent’anni dal ghiaccio e dalla neve.

Ci trasferiamo ora presso la Triennale per la mostra Intrecci del Novecento. Arazzi e tappeti di artisti e manifatture italiane. Da sempre dedita allo studio e alla divulgazione dell’arte tessile antica, la Galleria Moshe Tabibnia, si affaccia al mondo della contemporaneità, con un evento che vuole ripercorrere la storia, i protagonisti e le affascinanti sfaccettature dell’arte della tessitura artistica del Novecento. Per la prima volta insieme, opere tessili uniche – più di 100 in mostra – realizzate da diverse manifatture, in collaborazione con i grandi artisti del secolo, mirano a far rivivere visivamente il fermento creativo che ha pervaso l’arte tessile italiana nel corso del Novecento. Punto di partenza imprescindibile è l’importanza svolta dal Futurismo nel “rilancio” dell’arte tessile italiana nei primi anni del Novecento, per poi toccare gli eventi fondamentali che in Italia, a partire soprattutto dal secondo dopoguerra, hanno destato negli artisti l’interesse verso questa forma d’arte. L’esposizione, in particolare, vanta opere tessili realizzate dai futuristi italiani: dagli arazzi di Fortunato Depero ai tappeti di Giacomo Balla; le più importanti creazioni tessili presenti alle Biennali di Monza e alle Triennali di Milano; alcuni degli arazzi realizzati dalla Scuola di arazzeria di Esino Lario, su disegni di Gianni Dova, Atanasio Soldati, Alfredo Chighine, Franco Alquati, Umberto Lilloni, Giuseppe Ajmone.

Presso il Museo Salterio a Zibido San Giacomo (MI) abbiamo la bella mostra di pittura di Mariaterera Carbonato dal titolo La terra e il suo frutto. Il critico Rodolfo Balzarotti così presenta la rassegna: «L’estasi del gran turco (…) ore 14 fine Giugno – verde scuro lavato di argento – fiamme, lingue di fuoco verde/nero in luce – (…) E la gloria della pianta si comunica al suo frutto – ai cibi che ne derivano: la polenta, il pane giallo ecc. (…) Quanto è preziosa la terra! Chi ha dei campi la generazione della vita, i ritmi della vita, e l’uomo che sa collaborare con la terra, aiutandola a rendere la vita per le sue (di lui) bestie, per lui stesso! Mai conoscevo questo miracolo = tutto ingranato col tempo: il tempo e la terra, e la pazienza e l’ingenuità dell’uomo» (27 giugno 1980). Mi sembra che queste pagina di alto tenore lirico, presa dal diario di William Congdon, artista a cui Maria Teresa ha guardato a lungo con devozione, bene si applichino a questa ultimissima stagione della pittura di lei. I due generi che qui si alternano e si completano, il paesaggio e la cosiddetta “natura morta” (ma qui talmente viva!), ci suggeriscono precisamente un'intenso «laudato si’» all’indirizzo dei campi di grano, del cielo, delle acque di risaia, delle zolle e dei prati verdi della Bassa lombarda; ma anche delle mense predisposte come altari su cui sono posate, con cura devota, pani, bicchieri di vino, ramicelli di vite… Piccoli riti domestici – ma con un’aura “metafisica” che fa pensare a certe nature morta di Zurbarán - dove la tovaglia bianca che avvolge come sudario il pane-corpus, con uno sperimentalismo inatteso, è panno reale, steso come colore, tela su tela, tessuto su tessuto. Così la “cosa”, telle quelle, entra nello spazio virtuale del dipinto, si fa pittura, mentre quest’ultima ne fuoriesce entrando nel nostro spazio attuale.

Giungiamo ora a Savona, per una mostra sui libri antichi che ha coinvolto anche le scuole della cittadina ligure. Da Savona a Roma, in Vaticano, tornando nelle stanze e negli archivi del seminario vescovile della città per arrivare infine a Bologna. Un lungo percorso, intenso e difficile, ma che ha permesso alla città di riscoprire il passato prestigioso della biblioteca medievale del convento di San Giacomo, crocevia culturale e religioso conosciuto in tutta Europa. I libri digitali permettono la lettura del racconto, i libri dei secoli passati ti mostrano la vita e le usanze di un'epoca coinvolgendo il lettore ad ogni pagina. Prova ne è l'entusiasmo che ha generato l'allestimento della mostra nei ragazzi del liceo classico e artistico. Un libro antico, con simboli annotati ai margini, scritti in codice, saprebbe solleticare la curiosità di molti, come quello del secentesco savonese, Giò Lorenzo Baldano , che scriveva sui frontespizi dei suoi libri frasi d’amore per una dama, il tutto con segni crittografici che sono stati sciolti ed interpretati due secoli dopo da Luigi Astengo e poi di nuovo dalla professoressa Saggini. I libri normalmente sono un argomento “pesante” per i ragazzi  ma nella mostra c'è una visione digitale e originale, con i pannelli illustrativi e le ricostruzioni, che può coinvolgere a tutte le età. Inoltre è curioso vedere crittogrammi del Baldano, che scriveva dediche alla sua amata in codice, proprio come spesso accade anche ora a scuola. La mostra, ospita infatti anche quarantadue pannelli con dettagli delle illustrazioni, che sono stati isolati, ingranditi e restaurati a computer ed una parte dei libri e delle lettere che hanno guidato la ricerca. Si potranno osservare le illustrazioni di viaggio dell'Africa, dell'Asia e delle Americhe di uno dei primi trattati geografici dell’età moderna di Giovanni Ramusio del 1606. Un’edizione del 500 dell’Eneide anch'essa ricca di illustrazioni, il percorso di viaggio dall'Europa al Santo Sepolcro con le immagini di Alessandria e dell'arrivo in uno dei luoghi più importanti del cristianesimo, così simile ad oggi nei disegni di allora e molte altre curiosità storiche.

Lasciamo la Lombardia per il Trentino. A Rovereto presso il MART abbiamo una rassegna dal titolo Un’eterna bellezza. Dopo la devastazione del Primo Conflitto Mondiale, nel clima europeo del ritorno all’ordine, si affermano ricerche e movimenti, come la Metafisica, l’esperienza di Valori Plastici, il Novecento italiano e la poetica del Realismo magico, che recuperano temi e soluzioni formali della tradizione artistica. I soggetti allegorici, il ritratto, la figura, il paesaggio e la natura morta sono interpretati secondo un nuovo linguaggio che declina in chiave moderna i valori dell’arte antica e rinascimentale. In questo contesto si consolida l’importanza della conoscenza tecnica intesa come strumento di restituzione e trasfigurazione del reale, alla ricerca di una dimensione trasognata e senza tempo. Attraverso oltre cento opere  del primo Novecento, la mostra propone un percorso tra le opere dei maestri dell’arte italiana che guardano al passato e al canone classico come fonti di ispirazione. Il percorso espositivo è articolato in sette sezioni: Metafisica del tempo e dello spazio; Evocazioni dell'antico; Paesaggi; Poesia degli oggetti; Ritorno alla figura. Il ritratto; Il nudo come modello; Le stagioni della vita. In mostra  di alcuni tra i più significativi protagonisti dell’arte italiana.

Spostiamoci ora a Trento, presso il Castello del Buonconsiglio per un’ampia mostra monografica su un pittore poco noto, Marcello Fogolino (1483 / 88 circa – dopo il 1558).  La condanna per l’omicidio di un barbiere, commesso, pare, insieme al fratello Matteo, la messa al bando, l’attività di spionaggio a favore della Serenissima, gli alti e bassi con la committenza delineano un personaggio dalle tinte forti e la conseguente damnatio memoriae. Figlio d’arte - suo padre era un pittore di buon livello – fu mandato da giovane a bottega da Bartolomeo Montagna, in quel di Vicenza. In quella città lasciò opere importanti in numerose chiese prima di trasferirsi per otto anni a Venezia. E’ documentato il suo rientro a Vicenza verso il 1518 e il suo operare insieme a Giovanni Speranza. La sua pittura di quegli anni mostra un distacco dai modelli quattrocenteschi e una adesione alle novità che, nelle ville e chiese venete, stava imponendo il Veronese. Rientrato nel natio Friuli, nel Pordenonese ottiene commesse di rilevo per diverse chiese della città e del territorio, in parte purtroppo oggi perdute. In Friuli torna ancora, insieme al fratello pittore anche egli, dopo una nuova parentesi vicentina ma incappa nelle note vicende giudiziarie che gli resero difficile ottenere nuovi incarichi. Destino volle che Fogolino approdasse quindi a Trento dove, tra il 1528 e il 1533, si costruiva il Magno Palazzo del Castello del Buonconsiglio, un grandioso cantiere rinascimentale nel quale pittori, scultori, artigiani, garzoni di bottega lavorarono a tempo record per rendere sontuosa la nuova dimora rinascimentale del principe vescovo Bernardo Cles. Qui Fogolino trovò fama, commissioni e, grazie alla protezione vescovile e alla benevolenza della corona imperiale austriaca, un sicuro rifugio. Il periodo trentino sarà illustrato con sue opere provenienti da chiese del territorio e dalle collezioni del museo, in merito alle quali particolare attenzione verrà dedicata alla committenza, mentre la sua produzione profana sarà approfondita partendo dai cicli pittorici del Castello del Buonconsiglio, ma anche dalle preziose testimonianze grafiche. 
Dopo il 1541, sotto Cristoforo Madruzzo, organizzatore del Concilio, il percorso fogoliniano diventa nuovamente ondivago. Di certo lavora ad Ascoli Piceno, per il vescovo di quella città, conosciuto a Trento, poi a Gorizia e ancora a Bressanone. Si sa che venne cercato per la Residenza di Innsbruck ma di lui nulla è noto in quella città. Finì quindi da artista errante una vicenda cominciata allo stesso modo. Molti sono ancora i problemi aperti intorno alla personalità e alla produzione del pittore vicentino d'origine, ma trentino d’elezione: da quelli relativi alla biografia e all'itinerario artistico a quelli connessi con la definizione del catalogo e la periodizzazione delle opere. Nodi che possono ora essere dipanati anche grazie alla serrata campagna di restauro condotta nell’ultimo ventennio sui cicli affrescati del Magno Palazzo, agli studi condotti sul cantiere voluto dal Cles e sulla figura del Fogolino, nonché all’accurata campagna di verifiche archivistiche. 
La mostra si snoderà nelle sale del Magno Palazzo, in parte affrescate da Romanino e dai fratelli Dossi e in parte affrescate dallo stesso Fogolino, e prenderà avvio da pale d’altare che hanno contraddistinto l’evolversi del suo percorso stilistico tra Vicenza e la provincia di Pordenone, evidenziando la ricca valenza del patrimonio artistico e culturale del Triveneto e approfondendo lo studio dei rapporti e della collaborazione culturale con gli altri artisti vicentini, tra cui Giovanni Bonconsiglio, Bartolomeo Montagna e Francesco Verla.

Sempre nel capoluogo trentino, ma presso il Museo Diocesano Tridentino abbiamo la mostra Viaggi e incontri di un artista dimenticato. Il Rinascimento di Francesco Verla, la prima monografica mai dedicata a questo singolare pittore, noto per lo più agli studiosi, ma poco al grande pubblico. Nato presso Vicenza, Francesco Verla (1470 –  1521) ebbe una carriera itinerante che lo portò nei primi anni del Cinquecento in Umbria, dove conobbe il grande Pietro Perugino, e a Roma, governata allora da papa Alessandro VI Borgia. Qui si diede allo studio dell’arte antica e delle rovine del Palazzo di Nerone, la famosa Domus Aurea, dove scoprì quel genere di decorazioni – allora di gran moda – che erano dette 'grottesche'. Queste esperienze rimarranno indelebili nella sua memoria e il pittore vicentino sarà tra i primi a diffondere a nord del Po un repertorio fatto di dolcissime figure devote e di cornici estrose e bizzarre che lo distinguono nettamente dai contemporanei. Rientrato in patria, Verla si afferma presto come uno dei pittori più apprezzati di Vicenza, partecipando al cantiere simbolo del Rinascimento in città, quello della chiesa di San Bartolomeo, sciaguratamente distrutta nell’Ottocento. Una grande, bellissima pala d’altare dipinta per una cappella di quell’edificio è stata identificata in quest’occasione e verrà presentata in mostra. Il precipitare della situazione politica, che vede Vicenza pesantemente coinvolta nella guerra che contrapponeva la Repubblica di Venezia e l’Impero Asburgico, spinge il pittore a trasferirsi prima a Schio, dove lascia uno dei suoi quadri più ispirati (anch’esso in mostra), e poi, nel 1513, in Trentino. Qui si fermerà per diversi anni, lavorando, oltre che nella città vescovile, a Terlago, a Seregnano, a Calliano, a Mori e a Rovereto, dove prese dimora e dove morì, ancora giovane, nel 1521. In una terra ancora profondamente legata a stilemi gotici, Francesco Verla fece da apripista al rinnovamento culturale e artistico che di lì a poco si sarebbe sviluppato mirabilmente grazie all’azione del principe vescovo Bernardo Cles. La perdita di molti dei suoi lavori, il successivo arrivo alla corte clesiana di artisti di prima grandezza come Romanino, Dosso Dossi e Marcello Fogolino, e anche un certo imbarazzo della critica davanti alla sua diversità rispetto ai pittori veneti contemporanei, ne hanno a lungo oscurato i meriti. Per il pubblico Verla è dunque oggi un artista ‘dimenticato’. Da qui nasce l’urgenza di riscoprirlo e di rivalutarne il ruolo di alfiere del Rinascimento tra l’Adige e le Alpi. La mostra riunisce per la prima volta la gran parte delle opere di Francesco Verla, alcune delle quali restaurate per l’occasione: un corpus di sedici opere - soavi pale d’altare, affreschi e bizzarri fregi a grottesche - radunato grazie a prestiti provenienti da numerose istituzioni nazionali e chiese del Vicentino e trentine. L'itinerario di visita, che intreccia opere note ad altre pressoché inedite, svela al visitatore la singolare personalità artistica del Verla e permette di misurane i debiti con Pietro Perugino e Bartolomeo Cincani, detto il Montagna, maestro della civiltà figurativa vicentina tra XV e XVI secolo. Per ricostruire al meglio i contesti storici e stilistici dell'epoca, saranno poste a confronto con le opere del Verla una pala del Montagna proveniente da San Giovanni Ilarione, già a Vicenza, una scultura lignea di bottega veronese della fine del XV secolo e un dipinto legato al mondo figurativo di Pietro Perugino.

A Venezia possiamo visitare una curiosa mostra multimediale realizzata in occasione del 750° anniversario dalla nascita di Magister Giotto. La rassegna offre un’esperienza immersiva, unica e sorprendente, che per la prima volta permetterà di avvicinarsi ai significati più nascosti dei capolavori di un artista assoluto. Il percorso si snoda attraverso ambienti di grande impatto percettivo, ricostruzioni scenografiche, visioni illusorie. La tecnologia - a disposizione dell'arte - offre a tutti i visitatori un'esperienza senza precedenti, dove dettagli, vicende, intervalli dal respiro più ampio, vengono valorizzati e messi in risalto, per permettere di cogliere il significato più nascosto di una delle più appassionanti rivoluzioni della storia dell’arte. Ad accompagnare la visita è un emozionante racconto di 45 minuti. Un intreccio di musica, parole, suggestioni visive che attraverso la voce dell’attore Luca Zingaretti e la colonna sonora realizzata per l'occasione dal jazzista Paolo Fresu svelerà, di gemma in gemma, l’imprescindibile novità giottesca. 

Arriviamo fino a Trieste per una rassegna diversa e interessante dal titolo complesso Mare. Dalla libera navigazione e i porti franchi di Trieste e Fiume allo sviluppo delle attività portuali in Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia. Immagini 1700-1900. A questo mare, l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, ha dedicato un ampio progetto che vuole essere sia elemento di sua conoscenza, ma anche un tributo all’importanza che esso ha rivestito nella vita, nella cultura, nello sviluppo della civiltà dell’Istria, Fiume e Dalmazia. Lo spunto della rassegna è il trecentesimo anniversario della “Prima Patente di Commercio”, emanata dall’imperatore d’Austria Carlo VI il 2 giugno 1717, allestendo una mostra che parte dal ricordo di quel momento storico e ragiona sul concetto di “libera navigazione nell’Adriatico” - quanto determinava la suddetta Patente - e sui porti franchi, editto conseguente emanato nel 1719, che avrebbe interessato i porti di Fiume e Trieste, oltre che quello di Vinodol in Dalmazia. La mostra presenta una serie di stampe relative ai territori d’interesse con carte geografiche, piani portuali e vedute di mare che partono da richiami già da incunabolo quattrocentesco (tra cui la stampa Parens, una silografia che offre una veduta di Parenzo contenuta nell’incunabolo di Bernhard von Breydenbach, Peregrinatio in terram sanctam, edito a Magonza nel 1486) e si approfondiscono nel momento del ‘700 e dell’800. Si prosegue con materiale che illustra la situazione tra la fine dell’800 e la prima parte del ‘900, una volta preso corpo e diffuso l’uso della fotografia, con visioni di attività marina e portuale nella nostra regione da Trieste a Fiume, alla Dalmazia, con scorci, perlopiù inediti, dei Magazzini Generali di Trieste, del Porto di Fiume e di altri angoli di portualità di tutta l’area.  Ci vengono in soccorso i grandi fotografi locali, come il professionista triestino Francesco Penco il quale, oltre a regalarci scorci ricchi di umanità del porto e dell’attività a Trieste, propone, nei suoi scatti, una visione della Fiume del 1906, brulicante anch’essa di fermento marittimo; spicca anche il dilettante, anch’egli triestino, Ugo Malabotich che vede il porto di Trieste di notte, sorprende pescatori indaffarati sui trabaccoli in Sacchetta, ferma l’immagine dei cavalli e dei buoi da tiro nei lavori portuali, nell’assistenza all’uomo per il trasporto dei masegni per lastricare le strade, guarda i treni che escono dal Porto nuovo.

Le nostre proposte continuano in Toscana, presso la Fondazione Matteucci per l’Arte Moderna di Viareggio (LU). La mostra dal titolo, Il secolo breve. Tessere di ‘900 si presenta particolarmente stimolante per la qualità delle opere, circa 50, e anche per il filo conduttore individuato per presentarle. Il Secolo breve. Tessere di ’900 offre un focus a suo modo originale da cui emergono una serie di situazioni che potremmo definire “trasversali” alle fratture formali oramai canoniche. Nell’apparente autonomia e disomogeneità espressiva, queste dissonanti connotazioni confermano lo spirito inquieto che da sempre caratterizza l’arte italiana, delineando un inaspettato spaccato, quanto mai unitario nel comunicare il pensiero creativo del tempo. Non si tratta di avventurarsi in uno spazio temporale alla ricerca di un tema, di un genere o di consonanze estetiche, ma di scoprirne l’infinita varietà di forme concepite e articolate ora sul colore, ora sulla ragione, ora sul sentimento, nelle quali l’immagine, nonostante tutto, continua a vivere prima della frantumazione.
Eric Hobsbawm, in “Il secolo breve”, condensa il Novecento in tre periodi, non esitando ad indicare il primo, compreso tra il 1914 e il ’45, come quello della “catastrofe” per le ferite sociali e le crisi economiche sofferte dall’Europa durante i due conflitti mondiali. Se, però, si sposta l’analisi all’ambito artistico, la visione non è di un tramonto bensì di un’aurora. Nessun altro momento è stato, infatti, altrettanto fecondo e ricco di fermenti, al punto di rivoluzionare la ricerca con un impulso analogo a quello determinato ai nostri giorni dalla rete. Portando la lancetta del tempo al 1909, all’alba di quello che qualcuno ha definito anche “il secolo delle speranze deluse”, quando Marinetti pubblica su “Le Figaro” il Manifesto del Futurismo, ci si avvede che la pittura italiana, lasciatasi alle spalle la lezione degli Impressionisti e di Cézanne, si apre ad uno dei momenti più dirompenti e felici, cambiando radicalmente volto. A voler essere coincisi e pragmatici, verrebbe da dire che proprio nel ventennio seguente, a partire dalle ultime frange divisioniste, le tendenze e le avanguardie audacemente impostesi sul realismo ottocentesco imprimeranno tracce tanto profonde e marcate da orientare gli sviluppi del dopoguerra: dall’Informale di Vedova e Capogrossi, allo Spazialismo di Fontana. Alludiamo alla trasformazione visiva scaturita dallo stesso Futurismo e dalla Metafisica, nonché al recupero della forma operato da Novecento, movimento che, riallacciandosi alla tradizione, ha elaborato una nuova idea figurativa in grado di dialogare con il presente.

Le nostre proposte ci portano ora a San Gimignano (SI) presso la Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea Raffaele De Grada dove è stata allestita una mostra per raccontare la vita e la carriera di colui che è considerato il pioniere del fotogiornalismo: Henri Cartier-Bresson. Si tratta di 140 scatti per far conoscere e capire il modus operandi del fotografo, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libera le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto.
   
Prossima tappa è Perugia, nella prestigiosa sede del Nobile Collegio del Cambio, nel cuore di Perugia per una mostra dedicata a Velazquez e Bernini, a confronto. La rassegna presenta un numero selezionatissimo di magnifiche opere per indagare, con assoluto rigore scientifico, un tema non ancora risolto appieno dalla storia dell’arte, cioè il reciproco influsso, nell’ambito della ritrattistica, anzi dell’autoritratto, tra Gian Lorenzo Bernini, qui proposto nella sua veste di pittore, e lo spagnolo Diego Velázquez. l’ideale punto di partenza per questa sua mostra è l’ immagine dello studio romano dell’insigne storico dell’arte barocca e docente all’ateneo perugino Valentino Martinelli. In questa immagine si vedono due delle tre versioni possedute da Martinelli del celeberrimo Autoritratto di Velázquez conservato nella Pinacoteca Capitolina di Roma (1629-1630). Se la prima versione, che può essere riferita al carrarese Carlo Pellegrini, allievo di Gian Lorenzo Bernini, e la seconda, attribuibile a un pittore romano della metà del Seicento, dimostrano l’attenzione riservata nel secolo XVII (e in ambiente romano) a quel superbo prototipo “straniero”, la terza, che viene realizzata nel 1876 dal veneziano Luigi Quarena, dimostra che la fortuna del modello capitolino travalicò abbondantemente il Seicento e il contesto più strettamente romano. Accanto al “trittico Martinelli” e al prototipo capitolino, verranno proposti in mostra l’Autoritratto a mezza figura di Bernini e l’Autoritratto di Velázquez degli Uffizi. Ma saranno presenti anche l’Autoritratto di Bernini del Museo del Prado e l’Autoritratto di Bernini del Musée Fabre di Montpellier. Principale proposito della mostra, avvincente anche per l’ eccezionale qualità dei pezzi presentati, è rilanciare il dibattito sulle relazioni e sulle reciproche influenze intercorse tra Velázquez e Bernini i quali sicuramente si incontrarono (e si frequentarono) fin dal primo soggiorno in Italia del maestro spagnolo, nel 1629-1630 (il secondo viaggio di Velázquez in Italia risale al 1650).

Arriviamo ora a Napoli per una esposizione che propone un percorso nel mito greco, Amori divini, e nella sua fortuna attraverso storie che hanno due ingredienti narrativi comuni: seduzione e trasformazione. Traendo ispirazione dal vastissimo repertorio pompeiano, la mostra racconta i miti amorosi accomunati da un episodio fondamentale: almeno uno dei protagonisti, uomo o dio, muta forma trasformandosi in animale, in pianta, in un oggetto o in fenomeno atmosferico.
A partire dalla letteratura e dall’arte greca, attraverso il poema delle “forme in mutamento” di Ovidio, fino alle più contemporanee interpretazioni della psicologiai miti di Danae, Leda, Dafne, Narciso, fino al racconto straordinariamente complesso di Ermafrodito, sono parte dell’immaginario collettivo. Il percorso espositivo indaga i meccanismi di trasmissione e ricezione del mito greco attraverso i secoli presentando circa 80 opereprovenienti dai siti vesuviani e, più in generale, dalla Magna Grecia, e da alcuni tra i più prestigiosi musei italiani e stranieri. Accanto ai vari manufatti antichi di soggetto mitologico – pitture parietali e vascolari, sculture in marmo e in bronzo, gemme e preziose suppellettili – per ciascun mito viene proposto un confronto con una selezione di opere di periodi più recenti. Infatti oltre 20 opere tra dipinti e sculture, con particolare attenzione all’arte del sedicesimo e diciassettesimo secolo, illustrano i momenti fondamentali della ricezione moderna del mito e ne mettono in luce evoluzioni, modifiche e ampliamenti. Artisti quali Baccio Bandinelli, Bartolomeo Ammannati, Nicolas Poussin, Giambattista Tiepolo e molti altri ancora permettono non solo di seguire la fortuna del mito greco fino ad epoche a noi più vicine, ma anche di comprendere il ruolo che, in questa tradizione, giocano le fonti letterarie ed iconografiche antiche.

Siamo a Gallipoli (LE) per la mostra I porti del re. Nella Sala ennagonale dell'antico maniero si possono ammirare nove grandi opere dell'artista tedesco, Jakob Philipp Hackert (1737-1807), raffiguranti altrettanti porti pugliesi del Regno di Napoli. Le opere furono realizzate su commissione di Re Ferdinando IV che, nella primavera del 1788, incaricò il pittore ufficiale di corte di ritrarre in dipinti e disegni tutti i porti del Regno borbonico. Il viaggio del pittore, da Manfredonia a Taranto, durò più di tre mesi, mesi in cui l'artista approntò il materiale occorrente per poter poi ritrarre, una volta rientrato a Napoli, tutti i porti delle tre estreme province orientali del Regno di Napoli: Capitanata, Terra di Bari e Terra d’Otranto. Al rientro dai sopralluoghi, il pittore iniziò a riprodurre su tele di grande dimensione i porti di Taranto e di Brindisi nel 1789, proseguì con i porti di Gallipoli, Manfredonia, Barletta, Bisceglie e Santo Stefano di Monopoli nel 1790, eseguì nel 1791 il porto di Trani e infine chiuse la serie nel 1792 con il porto di Otranto.

Ultima tappa è in Sicilia, a Nicosia (EN) per la rassegna dal titolo Guido Reni e la magnificente bellezza. Capolavori da Ascoli Piceno, promossa per sostenere il territorio marchigiano ferito dall’ultimo sisma, che ha devastato il centro Italia, e finanziare il restauro di un’opera del territorio ascolano danneggiata dal terremotoAccanto alle opere di Guido Reni in mostra si vedono anche altre due tele pendant del caravaggesco Giacinto Brandi con il Beato Bernardo Abate San Benedetto Abate, provenienti dalla chiesa ascolana di Sant’Angelo Magno, da dove sono state rimosse in seguito ai danni riportati dal terremoto del 30 ottobre 2016.  Le opere marchigiane trovano una location all’interno della chiesa di San Calogero, un gioiello da riscoprire del barocco siciliano edificato alla fine del Seicento dalla Confraternita di Santa Maria degli agonizzanti. 
L’Annunciazione di Guido Reni non arriva a caso a Nicosia dove vi è una presenza interessante di opere del Seicento come quelle di Jusepe de Ribera detto lo Spagnoletto, Pietro Novelli detto il Monrealese e Salvador Rosa, custodite nella Cattedrale, ma anche gli straordinari affreschi che il fiammingo Guglielmo Borremans lascia nella chiesa di San Vincenzo agli inizi del Settecento, così come non del tutto secondaria è la presenza di copie di buona fattura che ricalcano composizioni di artisti bolognesi quali Domenichino e per l’appunto Guido Reni, la cui fama si estende in tutta la penisola. Nell’Annunciazione è straordinario ammirare una resa del ‘vero’ di sommo effetto che si riscontra nella cura dei dettagli e nell'attenzione ai valori ‘tattili’ espressi nella meticolosa trascrizione pittorica dei gioielli che ornano la veste dell'angelo annunciante, dei morbidi capelli, delle stoffe e dell’atmosfera del paesaggio che si apre al centro della scena. Le due tele che Giacinto Brandi inviò da Roma nel 1662 per la chiesa di Sant’Angelo Magno raffigurano invece due colonne portanti dell’ordine benedettino e appaiono connotate da un sentimento di forte devozionalità, risentendo nel fraseggio chiaroscurale dell’influenza di Mattia Preti, l’artista calabrese che completò la sua lunga e prolifica carriera artistica a Malta e inviò diverse opere in Sicilia che ancora oggi si riscontrano sull’isola.

Ultima tappa Agrigento. Nella prestigiosa sede di Villa Aurea, residenza di Sir Alexander Hardcastle, illustre magnate inglese che ha investito nella ricerca e nel restauro del patrimonio archeologico dell’antica Akragas, è stata inaugurata la Mostra I Tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum. L’evento prevede l’esposizione di alcuni preziosi oggetti custoditi al British Museum provenienti dal sito dell’antica Akragas greca. La mostra vuole riallacciare il filo che già in passato ha legato la Valle ed il suo patrimonio al Regno Unito, che si è estrinsecata nella sua forma più alta attraverso la presenza dell’ammiraglio inglese, sir Hardcastle, ad Agrigento a cui la città deve un degno riconoscimento per la preziosa attività sostenuta a favore della ricerca e della conservazione del patrimonio della città antica. Si tratta di un evento di grande rilievo culturale e mediatico che proietta il Parco della Valle dei Templi in ambito internazionale anche nel campo delle mostre archeologiche, con un partner di eccezione quale il British Museum. 
 
Y kimono now. Perché kimono oggi
Caraglio (CN) – Filatoio
23 luglio 2017 -5 novembre 2017
Orari: giovedì-sabato 14.30-19.00 / domenica 10.00-10.00
Biglietti: 6€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.filatoiocaraglio.it

Tra Guercino e De Nittis. Due collezioni si incontrano
Domodossola (VB) . Casa de Rodis
28 maggio 2017 -28 ottobre 2017
Orari: sabato e domenica 10.00 -19.00 (altri orari su prenotazione)
Biglietti: 5€
Informazioni: www.collezioneposcio.it

La Guerra Bianca
Milano – Fabbrica del Vapore
14 luglio 2017 – 5 novembre 2017
Orari: tutti i giorni 10.00-19.00
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.fabbricadelvapore.org

Intrecci del Novecento. Arazzi e tappeti di artisti e manifatture italiane
Milano – Triennale
12 settembre 2017 – 8 ottobre 2017
Orari: martedì- domenica 10.30-20.30, chiuso lunedì
Ingresso libero
Informazioni: www.moshetabibnia.com ; www.triennale.org

Mariateresa Carbonato. La terra e il suo frutto.
Zibido San Giacomo (Mi) – Museo Salterio
7 ottobre 2017 – 5 novembre 2017
Orari: sabato-domenica 10.00-18.00
Ingresso libero
Informazioni: www.museosalterio.it

I libri ritrovati
Savona – Pinacoteca
16 settembre 2017 - 15 ottobre 2017
Orari: mercoledì 10.00 - 13.30; giovedì, venerdì, sabato  10.00 - 13.30 / 15.30 - 18.30 ;domenica:  10.00 - 13.30 ; chiuso lunedì, martedì
Biglietti: 8€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.comune.savona.it

Un’eterna bellezza
Rovereto (TN) – MART
2 luglio 2017 -5 novembre 2017
Orari: martedì - domenica 10.00 - 18.00; venerdì 10.00 - 21.00; lunedì chiuso
Biglietti: 11€ intero, 7€ ridotto
Informazioni: www.mart.tn.it

Ordine e bizzarria: il Rinascimento di Marcello Fogolino
Trento – Castello del Buonconsiglio
8 luglio 2017 -5 novembre 2017
Orari: tutti i giorni 10.00-18.00, chiuso lunedì
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.buonconsiglio.it

Il Rinascimento di Francesco Verla. Viaggi e incontri di un artista dimenticato
Trento – Museo Diocesano tridentino
8 luglio 2017 - 6 novembre 2017
Orari: tutti i giorni 10.00-13.00/14.00-18.00, chiuso martedì
Biglietti: 5€ intero, 3€ ridotto
Informazioni: www.museodiocesanotridentino.it

Magister Giotto
Venezia – Scuola Grande della Misericordia
13 luglio 2017 – 5 novembre 2017
Orari: domenica - venerdì: 10.30 - 18.30, sabato: 10.30 - 20.30, chiuso lunedì
Biglietti: 18€ intero, 16€ ridotto
Informazioni: www.giotto-venezia.magister.art

Mare. Dalla libera navigazione e i porti franchi di Trieste e Fiume allo sviluppo delle attività portuali in Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia. Immagini 1700-1900
Trieste – IRCI (Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata)
4 agosto 2017 -29 ottobre 2017
Orari: lunedì - sabato 10.00 - 12.30/ 16.00 - 18.30; domenica 10.00 - 12.30.
Biglietti: 6€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.irci.it

Il secolo breve. Tessere di ‘900
Viareggio (LU) – Fondazione Matteucci
7 luglio 2017 -5 novembre 2017
Orari: giovedì - venerdì 15.30 – 19.30; sabato - domenica 10.00 – 13.00 / 15.30 – 19.30
Biglietti: 8€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.cemamo.it

Henri Cartier-Bresson
San Gimignano (SI) – Galleria Raffaele De Grada
16 giugno 2017 -15 ottobre 2017
Orari: tutti i giorni 11.00 - 17.30
Biglietti: 9€ intero, 7€ ridotto
Informazioni: www.sangimignanomusei.it ; www.mostracartierbresson.it

Velázquez e Bernini: autoritratti in mostra
Perugia – Nobile Collegio del Cambio
22 giugno 2017 – 22 ottobre 2017
Orari: tutti i giorni 10.00 - 19.00
Biglietti: 4.50€
Informazioni: www.collegiodelcambio.it

Amori divini
Napoli – Museo Archeologico
7 giugno 2017 - 16 ottobre 2017
Orari: tutti i giorni 9.00 – 19.30, chiuso martedì
Biglietti: 12€ intero, 6€ ridotto
Informazioni: www.mostraamoridivini.it

I porti del re
Gallipoli (LE) – Castello
21 giugno 2017 - 5 novembre 2017
Orari: tutti i giorni 10.00 -13.00/ 15.00-17.00
Biglietti: 7€ intero, 6€ ridotto
Informazioni: www.castellodigallipoli.it

Guido Reni e la magnifica bellezza. Capolavori da Ascoli Piceno
Nicosia (EN) – Chiesa di San Calogero
30 maggio 2017 - 5 novembre 2017
Orari: martedì - domenica 10.00-13.00/ 16.00- 20.00, lunedì chiuso
Biglietti: 3€
Informazioni: + 39 320/2727339

I tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum
Agrigento – Villa Aurea
21 aprile 2017 - 13 ottobre 2017
Orari: tutti i giorni 9.00-18.30
Ingresso libero
Informazioni: www.parcovalledeitempli.it