Mostre Settembre 2017

Autore:
Roda, Anna
Curatore:
don Gabriele Mangiarotti
Fonte:
CulturaCattolica.it
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L’estate è passata, ma le proposte di mostre e rassegne continua, più ricco che mai. In questo numero presentiamo mostre d’arte antica e moderna dal nord dello Stivale fino alle isole.

Ad Aosta una mostra in cui si propone un selezionato percorso che ha come fulcro l’esperienza pittorica di Giovanni Segantini, tra i massimi esponenti del divisionismo italiano, che ha eletto la montagna a proprio soggetto principe, interpretandola in modo personale e innovativo, sia in termini di stile sia di poetica. La selezione di opere proposte in mostra individua e suggerisce uno dei molti possibili percorsi attraverso la pittura di montagna a cavallo tra il XIX e il XX secolo, limitando la propria attenzione ai soli artisti italiani e concentrandosi geograficamente sui lavori dell’arco alpino. Accanto alle opere di Giovanni Segantini, scelte attingendo a uno specifico momento dell’esperienza artistica del pittore, ovvero agli anni giovanili trascorsi in Brianza, compaiono più di cinquanta artisti, a partire da Vittore Grubicy, Emilio Longoni, Baldassarre Longoni, Carlo Fornara, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Lorenzo Delleani, Cesare Maggi, Leonardo Roda, Italo Mus, sino a Fortunato Depero. Accanto alle opere di questi maestri trovano posto i dipinti di almeno tre generazioni di altri artisti che, pur non avendo incontrato tutti la grande notorietà, hanno saputo instaurare un dialogo con i capofila, divenendo anch’essi partecipi di una pagina importante della storia dell’arte italiana. All’interno del grande orizzonte tematico della pittura di montagna, le opere sono state organizzate in sette sezioni, oltre a quella dedicata a Segantini che vede esposto lo splendido olio su tela La raccolta dei bozzoli (1882-1883), così scandite: le vedute estive, le scene di vita campestre e contadina, i paesaggi antropizzati, i ricordi alpini, i laghi, i tramonti e i notturni, le vedute dei grandi paesaggi innevati. A queste si aggiunge una sezione dedicata a Italo Mus, il pittore valdostano più noto e ammirato del XX secolo, di cui ricorre nel 2017 il cinquantesimo anniversario della scomparsa.

Ci spostiamo ora a Torino. Torna visibile al pubblico uno dei tesori più preziosi custoditi all’interno dei Musei Reali: il celebre Autoritratto di Leonardo da Vinci, insieme a parte della straordinaria collezione di disegni frutto degli illuminati acquisti del re di Sardegna Carlo Alberto. L’esposizione è anche l’occasione per dare il via alle celebrazioni che nel 2019 ricorderanno Leonardo a cinquecento anni dalla sua morte, una tappa di avvicinamento attraverso la quale si intende valorizzare e approfondire il contesto all’interno del quale si muoveva il Maestro. Un uomo canuto, con capelli e barba lunghi, ma con ampia stempiatura, dallo sguardo corrucciato che gli conferisce un’espressione severa: è l’intensa immagine, tratteggiata a sanguigna, che identifica in tutto il mondo il celebre pittore, scienziato e ingegnere fiorentino. In mostra inoltre una selezione di oltre quaranta disegni italiani del ‘400 e del ‘500, corrispondenti ad altrettanti artisti citati da Giorgio Vasari nelle sue Vite, vero e proprio fil rouge dell’esposizione. Infatti sono due le edizioni antiche delle Vite custodite nella Biblioteca Reale: la prima è un esemplare di quella stampata a Firenze da Lorenzo Torrentino nel 1550. Più tardi, nel 1568 Vasari diede alle stampe l’edizione giuntina, ampliata, corretta e aggiornata con l’inserimento dei ritratti incisi degli artisti: di questa versione la Biblioteca Reale possiede una sontuosa edizione in tre volumi, stampata a Roma nel 1759 con dediche al re di Sardegna Carlo Emanuele III e ai suoi figli Vittorio Amedeo, duca di Savoia, e Benedetto Maria Maurizio, duca di Chiablese. I volumi settecenteschi sono corredati di tavole che riproducono le opere più celebri di Michelangelo.

Eccoci ora a Verbania (VB) dove nella mostra I volti e il cuore. La figura femminile da Ranzoni a Sironi e Martini vede in mostra circa ottanta opere, provenienti dalle collezioni del Museo del Paesaggio di Verbania, integrate con lavori di Mario Sironi della raccolta Isolabella e di Cristina Sironi. Il percorso espositivo si declina in sei sezioni tematiche - iniziando dai ritratti femminili “dipinti col fiato” di Daniele Ranzoni , maestro della Scapigliatura; in particolare sono presentate qui sei opere tra cui due capolavori come Ritratto della principessa Margherita di Savoia (1869) con la tipica dissoluzione della forma in un pulviscolo luminoso e Giuseppina Imperatori Orsenigo (1877): I luoghi della vita: la casa, il giardino, la via, la stalla; Gli affetti: l’amore e la maternità; Figure della storia; La religione; Il lavoro; Il nudo. La mostra prosegue con una sezione dedicata a due donne artiste: la simbolista Sophie Browne (1823-1903) e la futurista Adriana Bisi Fabbri (1881-1918). Seguono infine tre sezioni dedicate a tre maestri del Novecento: Arturo Martini, Mario Tozzi e Mario Sironi. Un percorso dunque di grande interesse e fascino, tra una varietà di figure femminili dipinte o scolpite da celebri maestri nei diversi ruoli e nelle tante trasformazioni che hanno segnato il passaggio tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento.

Il nostro itinerario ci porta ora a Milano per la mostra NEW YORK NEW YORK. Arte Italiana: la riscoperta dell’America presso le sedi di Palazzo Reale e delle Gallerie d’Italia. Il percorso espositivo si snoda tra le due sedi museali e comprende oltre 150 opere, fondandosi, su una serie di fatti, incontri e occasioni che hanno dato all’arte italiana del Novecento l’opportunità di conseguire un’attenzione e una presenza internazionale utile a collocarla in posizione preminente nell’ambito della stessa idea di modernità, centralità raggiunta tramite una serie di legami di diverso genere con gli Stati Uniti d’America, e in particolare con l’ambiente e la città di New York, che diventa, non solo simbolicamente, il centro della cultura artistica del Novecento, a partire dagli anni dell’immediato secondo dopoguerra. Vengono però qui considerati anche episodi precedenti, che hanno contribuito a preparare il terreno per vicende che si sono chiaramente manifestate in seguito, anche per le diverse maturazioni delle situazioni storiche attraversate dai due paesi. La mostra presenta attraverso le loro opere, le storie degli artisti italiani che hanno viaggiato, soggiornato, lavorato, esposto negli Stati Uniti, e in particolare a New York, o solo immaginato il nuovo mondo, tutti alla ricerca di uno spirito più libero e di modelli differenti rispetto alla vecchia Europa. Un racconto articolato e complesso che parte dagli anni Venti, quando Fortunato Depero, futurista di primo piano, si reca per un lungo soggiorno negli Stati Uniti (vi giunge nell’autunno del 1928 e vi si ferma circa due anni), diventando simbolicamente il punto di partenza dell’incontro con la realtà americana, fino al biennio 1967-68, quando Ugo Mulas pubblica New York: The New Art Scene (New York: arte e persone)., il libro nel quale raccoglie le immagini scattate dal 1964 agli artisti americani di punta dell’epoca. Negli spazi del Museo del Novecento è restituito l’immaginario americano e, in particolar modo, il rapporto intenso con la città di New York così come percepito dagli artisti italiani, con opere di Afro, Paolo Baratella, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Giorgio De Chirico, Fortunato Depero, Tano Festa, Lucio Fontana, Emilio Isgrò, Sergio Lombardo, Titina Maselli, Costantino Nivola, Gastone Novelli, Vinicio Paladini, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Rotella, Alberto Savinio, Toti Scialoja, Tancredi, Giulio Turcato. Una sezione a sé è dedicata all’opera fotografica di Ugo Mulas in relazione a New York e agli artisti statunitensi.

Altra rassegna in città dedicata ad uno dei luoghi simbolo dello shopping meneghino, La Rinascente. La storia di Milano e quella della Rinascente sembrano legate indissolubilmente. Non solo perché il department store sorge nel cuore della città ad un passo dal Duomo, il suo monumento più rappresentativo, ma anche perché l’evoluzione dello store ha viaggiato di pari passo con la trasformazione di Milano da città industriale a capitale internazionale della moda, dell’arte e del design. Quello che oggi è riconosciuto come miglior department store al mondo, è nato 150 anni fa come piccola bottega in una traversa di piazza Duomo. Furono i proprietari di quella bottega, i fratelli Bocconi, sul finire dell’Ottocento, ad avere l’intuizione di costruire un edificio che vendesse in un solo luogo tutto il necessario per i ricchi borghesi del tempo. Nacque così il primo grande magazzino italiano destinato a cambiare per sempre il volto della città. Giusto un secolo fa, nel 1917, i grandi magazzini furono acquistati da Senatore Borletti che incaricò il poeta Gabriele D’Annunzio di ideare un nome moderno e facile da ricordare per il suo edificio commerciale. Su suggerimento del vate i grandi magazzini furono chiamati Rinascente, nome diventato emblema di lusso e modernità. LR100. Rinascente. Stories of innovation, racconta un secolo di storia del costume e della cultura milanese. Il percorso espositivo si snoda attraverso opere d’arte, grafica, oggetti di design, immagini storiche che ricostruiscono non solo una storia commerciale, ma il clima culturale che ha pervaso Milano e conquistato l’Italia. Ritrovo per artisti e letterati, la Rinascente ha da sempre favorito e sostenuto l’innovazione e la ricerca nel campo delle arti. È all’interno dello store, ad esempio, che viene mostrata per la prima volta Domus Nova, la serie di arredi moderni e funzionali progettata nel 1927 da Gio Ponti e Emilio Lancia e prodotta dalla Rinascente, primo passo di un percorso che da 100 anni sostiene la creatività in ogni sua forma. Proprio da un’idea di Gio Ponti, la Rinascente ha istituito nel 1954 il Premio Compasso d’Oro, il più antico e autorevole premio nel campo del design.

Arriviamo ora a Sondrio per l’antologica dedicata al pittore contemporaneo Bruno Ritter (1951): è infatti la comune esperienza del confine e della realtà alpina a collegare la Valtellina e Sondrio alla figura di Ritter. Bruno Ritter conosce bene la montagna e i suoi abitanti: la sua quotidianità si svolge infatti tra la Svizzera, dove è nato, dove si è diplomato in arte e dove l’arte l’ha insegnata oltre che praticata, e l’Italia. Proprio nel Castello di Chiavenna ha scelto di avere il suo studio. Ogni giorno, partendo da Borgonovo, egli passa per vallate e alti monti cari a Nietzsche, Segantini, Giacometti, per raggiungere gli oleandri, le palme e i cipressi di Chiavenna. La mostra, composta da circa 60 opere, attraversa la storia del suo lavoro: autoritratti severi (l’artista è però tutt’altro che figura severa. Concentrato, riflessivo sì), paesaggi, interni, il tema delle rocce sagge (ispirato alla lunga tradizione cinese), la lotta e l’insonnia (due temi forti legati a quell’inquietudine umana che ognuno, prima o poi, sperimenta), quello dei rematori (attualissimo e arcaico al tempo stesso.

Le nostre proposte ci portano ora a Bergamo, presso l’Accademia Carrara. Antoon van Dyck, uno dei grandi maestri dell’arte seicentesca, arriva a Bergamo grazie a un prestito straordinario. Il grande dipinto Compianto su Cristo morto, databile tra il 1628 e 1632, inaugura una serie dedicata ai protagonisti della pittura europea, un percorso che Accademia Carrara vuole intraprendere per favorire il confronto tra maestri italiani e internazionali. La cultura italiana, essendosi meravigliosamente sviluppata con secolare continuità e capillare diffusione, ha spesso corso il rischio di fare riferimento solo a se stessa. Ma il fascino delle innumerevoli proposte capaci di nutrire interessantissimi percorsi di ricerca e la conoscenza del rimarchevole contributo dei maestri europei, dispone a un confronto interessante e necessario. Il quadro ha un’antica provenienza: appartenuto alla famiglia dei duchi Airoldi di Cruillas di Palermo, è poi riapparso a Roma fortunosamente in seguito alla seconda guerra mondiale e di recente è giunto nella collezione privata che lo concede in prestito. Si tratta di un’opera a lungo cercata, come prototipo originale e di eccezionale qualità, dal quale derivano una serie di varianti e repliche, sia autografe sia di bottega, tra le quali una di notevole interesse donata ad Accademia Carrara nel 1924 in seguito al lascito di Carlo Ceresa.

Giungiamo a Trento, sempre per una rassegna d’arte contemporanea, legata alla storia secolare di questi luoghi, ma che ancora oggi attira molti artisti, la lavorazione del legno. In quest’ambito si distingue il lavoro degli artisti attivi in Val Gardena, nel cuore dell’area dolomitica: una scuola che per quantità e qualità degli interpreti non ha pari in Europa. Qui, grazie all’opera di alcuni artisti dotati di genio e capacità di innovazione, questa ricca tradizione ha conosciuto un’inaspettata evoluzione verso i linguaggi della contemporaneità, percorrendo nuove traiettorie di ricerca estetica e formale. Concepita come un itinerario tra le opere legate al tema del corpo umano, Legno | Lën | Holz espone una selezione di oltre quaranta sculture di Livio Conta, Giorgio Conta, Fabiano de Martin Topranin, Aron Demetz, Gehard Demetz, Peter Demetz, Arnold Holzknecht, Walter Moroder, Herman Josef Runggaldier, Andreas Senoner, Peter Senoner, Matthias Sieff, Adolf Vallazza, Willy Verginer e Bruno Walpoth.

 
A Treviso, presso il Museo nazionale Collezione Salce, possiamo visitare la mostra Illustri persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce. La Belle Epoque. Durante poco meno di un anno, senza soluzione di continuità, saranno circa 300 i pezzi della Collezione proposti alla visione diretta del pubblico: una sorta di antologia della grafica pubblicitaria per come la scelse e la conservò Nando Salce, dalla prima giovanile acquisizione del 1895 fino al momento in cui la morte – nel dicembre del 1962 – pose fine alla sua appassionata, vorace e ininterrotta attività di raccolta. Il primo evento, La Belle Epoque, rinnoverà i fasti di un momento storico tra i più vivaci e innovativi dell’epoca moderna, caratterizzato da grandi trasformazioni urbane e di costume: le Esposizioni Universali, l’architettura del ferro e del vetro, la bicicletta e l’automobile, la luce elettrica, la moda per tutti, i cabaret, l’assenzio e lo champagne. Un’epoca che, nonostante le oggettive diseguaglianze e povertà, ammantò se stessa di un’esuberante joie de vivre, decorata di fiori e scintillante di luci. Un’epoca in cui, come ebbe a dire il grande Marcello Dudovich, “non si poteva non avere fiducia nell’avvenire”. Un’epoca che, come noto, fu anche indiscutibilmente l’âge d’or del cartellonismo, di quelle grandi immagini colorate, subito popolari e amatissime, che tappezzarono i muri delle città e sollecitarono vere e proprie manie, dalla Parigi dei café chantant fino alla provinciale Treviso del giovane Nando Salce. Con l’intento di rinnovare il coinvolgimento fisico dello spettatore davanti ai grandi cartelloni da strada, la mostra di apertura del Museo Nazionale Collezione Salce proporrà le pattinatrici di Jules Chéret, le ballerine di Leonetto Cappiello, le preziose figure di Alfons Mucha, le dame alla moda di Terzi, di Villa, di Mazza. Ma illustrerà anche quella via tutta italiana al cartellonismo nella quale i decori floreali e i linearismi a colpo di frusta convivono con figure accademiche di classica memoria, come nel giovane Marcello Dudovich, in Leopoldo Metlicovitz o in Giovanni Maria Mataloni, autore di quel Incandescenza Auer che fu il primo celeberrimo acquisto di Salce. Non mancherà anche il più austero, raffinatissimo, linguaggio germanico, coi capolavori della Secessione Viennese, da Kolo Moser ad Alfred Roller, e con le declinazioni italiane di Magrini, Anichini, Bonazza.

Ci aspetta ora la cittadina di Aquileia (Ud) per una interessante mostra archeologica dal titolo Volti di Palmira. Si tratta di un’altra importante tappa, dal fortissimo valore simbolico, di quel percorso dell’”Archeologia ferita”, che la Fondazione Aquileia ha intrapreso nel 2015, in collaborazione con il Polo museale del Friuli Venezia Giulia, con la mostra dei tesori del Bardo di Tunisi per dare conto di quanto accade ormai da anni nei Paesi teatro di distruzioni e violenze operate dal terrorismo fondamentalista, mostrando al pubblico opere provenienti da quei siti. L’esposizione raccoglie una sedici pezzi originari di Palmira – alcuni dei quali riuniti per la prima volta dopo la loro dispersione nelle collezioni occidentali– e otto originari di Aquileia, che vogliono dimostrare, pur nella distanza geografica e stilistico-formale, il medesimo sostrato culturale che accomuna le due città, mediante l’utilizzo di modelli autorappresentativi e formule iconografiche affini.

Spostiamoci a sud, precisamente a Fontanellato (Pr) per una personale del pittore Carlo Mattioli (1911-1994). Esposizione che intende essere, insieme, un omaggio di Franco Maria Ricci a Mattioli, concittadino e amico con il quale condivideva lo stretto legame con la città di Parma e il suo territorio, e una nuova occasione di avvicinarsi a un’opera che continua ad affascinare per i suoi splendori e per la feconda ricchezza dei linguaggi che in essa si sono fusi. Un artista essenziale, Mattioli, contemplativo, ma affascinante nella sua sobrietà, una pittura al limite della sinestesia, che riesce a catturare profumi, materia, atmosfera, ma in grado di farsi carico anche di forti suggestioni letterarie, derivate dalla conoscenza e dalla frequentazione di poeti e letterati come Luzi, Bertolucci, Testori e Garboli. Modenese di nascita ma parmigiano d’adozione, Mattioli è stato una delle figure più rilevanti nell’arte italiana del Novecento. Costituita da una sessantina di opere, molte delle quali inedite, la mostra copre trent’anni dell’opera del Maestro, dal 1961 al 1993, e presenta i dipinti più rappresentativi dei cicli che hanno reso noto Mattioli: dagli intensi Nudi alle materiche Nature morte, dai rivisitati Cestini del Caravaggio ai poetici Alberi e ai personalissimi Ritratti, dai sublimi Paesaggi alle luminose Spiagge della Versilia, dalle Aigues Mortes ai Campi di grano e papaveri.

Siamo a Bologna, alla MAST Gallery per una rassegna fotografica costituita da un centinaio di opere provenienti dal mondo della produzione, dell’industria pesante e di quella meccanica, della digitalizzazione. Sessanta autori dagli anni venti a oggi conducono il pubblico attraverso il regno della produzione e del consumo, aiutando a sviluppare nuove modalità di visione. Sono messi in evidenza gli ambienti che caratterizzano il sistema industriale e tecnologico, le questioni di natura sociale, politica, collettiva, realtà complesse che determinano anche un coinvolgimento emotivo e sensoriale. Fra i molti fotografi e artisti che espongono ci sono Berenice Abbott, Richard Avedon, Margaret Bourke-White, Thomas Demand, Jim Goldberg, Hiroku Komatsu, Germaine Krull. La mostra è curata da Urs Stahel.

Sempre Bologna per una seconda mostra fotografica decisamente originale, Astrid Kirchherr with the Beatles. Si tratta di una retrospettiva che ripercorre la storia dei cosiddetti “Hamburg Days”, gli anni formativi dei Beatles nell’Amburgo del dopo guerra e tappa fondamentale della cultura pop, attraverso gli scatti della fotografa Astrid Kirchherr, che non solo immortalò il gruppo quando ancora si stava formando, ma ne influenzò profondamente lo stile trasformandolo in quello che tutti oggi conosciamo.
La Kirchherr incontra per la prima volta i Beatles nel 1960 al Kiserkeller, uno dei molti locali sulla Reeperbahn in cui le giovani band inglesi venivano messe sotto contratto a pochi marchi per suonare Rock’n’Roll tutta la notte ed intrattenere i molti soldati americani di stanza nella città dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La band era allora composta da John Lennon, voce e chitarra, Paul McCartney, voce e chitarra, George Harrison, chitarra, Pete Best, batteria e Stuart Sutcliffe, basso, cinque ragazzini di Liverpool – Harrison all’epoca non era neanche maggiorenne – conosciutisi a scuola e in cerca di un po’ di denaro e un po’ di esperienza oltremanica. La Kirchherr all’epoca era studentessa al politecnico e assistente del celebre fotografo Reinhard Wolf, da cui stava imparando la fotografia, e venne a sapere della band grazie all’amico e allora fidanzato Klaus Voormann – che avrebbe in seguito disegnato la copertina del settimo album dei Beatles, Revolver. La fotografa introdusse il gruppo all’arte e alla letteratura esistenzialista, portando in loro un drastico cambiamento nello stile: le giacche di pelle, gli stivali alla texana e i capelli con la banana lasciarono presto posto a completi, camice e al più minimale taglio a caschetto che anche la fotografa sfoggiava e che sarebbe diventato presto uno dei simboli della band. Sutcliffe, in seguito, si legò anche sentimentalmente alla Kirchherr al punto da chiederle di sposarla e lasciare la band per rimanere con lei ad Amburgo. Da allora i Beatles rimasero in quattro e presto Best venne sostituito da Ringo Starr. Sutcliffe sarebbe morto dopo appena due anni, mentre i Beatles stavano diventano un fenomeno di massa. I Beatles e la Kirchherr però rimasero legati da profonda amicizia e la fotografa fu una delle poche che poté seguire la band anche negli anni successivi quando ormai erano all’apice della carriera, regalandoci scatti memorabili ma anche intimi e privati, tra vacanze rubate, e week end in giro per l’Europa.
La Kirchherr fu la prima ad immortalare i Beatles in un vero e proprio servizio fotografico posato, regalandoci scatti orami entrati nella storia ma che erano pressoché sconosciuti fino agli anni ‘90, e inoltre fu l’unica fotografa ammessa sul set di “Hard Day’s Night”, il primo film della band.

Le nostre proposte continuano a Sansepolcro (Ar), dove presso il Museo Civico abbiamo la mostra Luca Pacioli. Tra Piero della Francesca e Leonardo. Ricorre quest’anno il cinquecentenario dalla morte di fra’ Luca Pacioli (Borgo Sansepolcro, 1445 circa – Roma, 19 giugno 1517): matematico, filosofo, ispiratore e amico di grandi artisti, autore di una visione del mondo sulla soglia di un radicale cambiamento delle prospettive universali, nella geografia, nei rapporti economici, nel potere politico, nella religione. La figura di Luca Pacioli ci aiuta a comprendere un’epoca di radicali cambiamenti, il passaggio verso un mondo globale. La sua carriera si svolge lungo un quarto di secolo, tra due date altamente simboliche. La prima data è il giorno della morte di Piero della Francesca: quello stesso 12 ottobre 1492 in cui Cristoforo Colombo (ancora inconsapevolmente) mette piede sul Nuovo Continente. La seconda data è il 1517, anno della morte di Pacioli ma anche momento in cui si apre la Riforma di Martin Lutero. Nulla sarà più come prima. Durante questi venticinque anni Luca Pacioli viaggia, insegna, scrive, incontra artisti, frequenta corti rinascimentali e storiche università, si confronta con i matematici, diventa un’autorità assoluta in Europa per quanto riguarda l’organizzazione dei libri commerciali e per lo sviluppo della geometria solida. Il suo principale trattato, De Divina Proportione, scritto durante il soggiorno alla corte milanese di Ludovico il Moro, e illustrato grazie alla collaborazione con Leonardo da Vinci, è una delle opere fondamentali per capire l’arte e la cultura dell’umanesimo prospettico. La mostra si propone dunque di esplorare i rapporti e le relazioni tra lo stesso Pacioli e i grandi pittori dell’epoca, indagando il venticinquennio cruciale per la transizione all’epoca moderna. In mostra, accanto ai tre scritti di Pacioli (De Divina Proportione, Summa de Arithmetica, De ludo schaccorum, detto Schifanoia), il celebre “Studio per la testa di Leda“ di Leonardo da Vinci, concesso in prestito dalle Civiche Raccolte d’Arte del Castello Sforzesco, due incisioni di Dürer, e una Madonna con il Bambino del Giampietrino, dal Museo Poldi Pezzoli di Milano. Splendide sono le due tarsie con solidi geometrici, realizzate da frà Damiano Zambelli seguendo esattamente le indicazioni di Pacioli, provenienti dal convento di San Domenico a Bologna. Parte integrante della mostra sono inoltre il nitido Ritratto d’uomo di Ercole de’ Roberti (collezione privata) e i capolavori del Museo di Sansepolcro, come il San Giuliano di Piero della Francesca e il Martirio di san Quintino di Jacopo Pontormo, inseriti come parte integrante nel percorso espositivo.

A Palazzo Pitti di Firenze troviamo la mostra Omaggio al Granduca che vuole evidenziare un episodio tanto appassionante quanto poco noto dell’oreficeria italiana tra Sei e Settecento, che trae la sua origine dalla ricorrenza di San Giovanni Battista, solennemente festeggiata a Firenze già in antico il 24 giugno di ogni anno, e dalle relazioni diplomatiche di Casa Medici che estendeva la sua influenza sull’ambiente curiale romano. Queste circostanze portarono nelle collezioni medicee una straordinaria raccolta di piatti istoriati d’argento, eseguiti su disegno dei più significativi artisti romani del tempo. A partire dal 1680 e per ben cinquantotto anni Cosimo III e il suo successore, il figlio Gian Gastone, ricevettero altrettanti pregiati bacili d’argento con storie che illustravano i fasti dinastici della Casata fiorentina. I ‘piatti di san Giovanni rappresentavano una celebrazione di Casa Medici, riconoscendone e testimoniandone i grandi meriti nel governo della Toscana attraverso il ricorso a figurazioni che riconducono a valori eterni e a fatti contingenti. Le ricerche condotte in questa occasione hanno portato a una lettura puntuale delle singole scene, sia per le figurazioni allegoriche che rispondono ai più noti repertori di iconologia, sia per le scene storiche esemplate su una profonda conoscenza degli avvenimenti. Si riallacciavano, tali virtuosismi orafi, ai fasti dinastici messi in figura negli affreschi di Palazzo Pitti, dalla ‘sala di Giovanni da san Giovanni’, dove la mostra è allestita sotto l’occhio vigile di Lorenzo il Magnifico, celebrato nei ‘piatti’ come politico, per le sue qualità diplomatiche, e come uomo di cultura, per l’Accademia Platonica, fino alle apoteosi di Pietro da Cortona e di Ciro Ferri nelle sale della Galleria Palatina. A Firenze gli argenti arrivati in dono a Cosimo III erano conservati gelosamente nella Guardaroba di Palazzo Vecchio, mentre quelli donati al tempo di Gian Gastone rimasero nella residenza di Palazzo Pitti. Estinta la dinastia medicea, nonostante il Patto di Famiglia stipulato il 31 ottobre 1737 fra Anna Maria Luisa Elettrice Palatina e il nuovo granduca di Toscana Francesco Stefano di Lorena, i piatti di San Giovanni, come tutti gli altri argenti, furono considerati una preziosa risorsa per ripianare il bilancio precario dello Stato toscano al fine di favorire le imprese militari. La difesa del patrimonio mediceo da parte dell’ultima dei Medici fu strenua, come dimostra il carteggio esposto in mostra, dove si fa esplicito riferimento ai ‘piatti di san Giovanni’, visti come una celebrazione della sua Casata. I piatti, a parte i primi due sicuramente fusi per ordine lorenese, erano ancora presenti negli anni 1789 – 1791, quando vennero esposti nella sala delle medaglie della Galleria degli Uffizi, incorniciati come veri e propri quadri. Le esigenze di spazio e la scarsa considerazione in cui caddero ne decretarono la scomparsa. Dei ‘piatti di san Giovanni’ sarebbe svanito anche il ricordo se la Manifattura Ginori di Doccia, per volontà del suo fondatore, il marchese Carlo Ginori, tra il 1746 e il 1748 non avesse fatto realizzare dall’argentiere Pietro Romolo Bini, già attivo nella Galleria dei Lavori, le forme in gesso tratte dagli originali in argento da cui sono derivati i calchi in gesso esposti in mostra.

Il Museo Nazionale del Bargello presenta la prima mostra realizzata in Italia sulle statue di porcellana prodotte a Doccia, e sulle sue fonti. Fondata nel 1737 dal marchese Carlo Ginori a Doccia, nei pressi di Firenze, la manifattura di porcellana di Sesto Fiorentino – divenuta nel 1896 Richard Ginori – è la più antica in Italia e tuttora funzionante. Il marchese Ginori raccolse sistematicamente le forme presenti nelle botteghe appartenute agli scultori del tardo Rinascimento e del Barocco, servendosene per creare la sua grande scultura in porcellana. Contemporaneamente egli acquistava modelli dagli ateliers degli scultori fiorentini del tempo, o commissionava repliche dalle più celebri statue antiche. Grazie ad una raffinata perizia, nelle fornaci di Doccia furono realizzate monumentali figure di porcellana: sculture eccezionali per tecnica e dimensioni. La collezione di modelli, ampliata dagli eredi di Carlo, è divisa tra la Manifattura Richard Ginori e il Museo adiacente alla fabbrica, purtroppo chiuso dal maggio 2014. Quest’insieme di modelli e di porcellane, conservate nel museo, costituisce un nucleo di fondamentale importanza per la storia della scultura. La Fabbrica della bellezza. La Manifattura Ginori e il suo popolo di statue è stata concepita per tenere viva l’attenzione su questo eccezionale patrimonio ed ha trovato la sua sede ideale al Bargello, primo museo nazionale del Regno di Italia, e il più importante al mondo per le collezioni di scultura italiana.

Eccoci in Umbria. Dopo più di due secoli torna a Perugia l’Immacolata Concezione, capolavoro di Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato (1609-1685): la magnifica tela, infatti, fu prelevata nel 1812 dall’abbazia benedettina di San Pietro per ordine di Dominique-Vivant Denon, direttore del Musée Napoléon, come si chiamava un tempo l’odierno Museo del Louvre, e da allora è sempre rimasta in Francia. L’occasione per il rientro in Italia del dipinto è la mostra Sassoferrato dal Louvre a San Pietro: la collezione riunita. Oltre alle 17 opere realizzate dal Sassoferrato per San Pietro, la mostra presenta numerosi altri dipinti, provenienti da raccolte pubbliche e private italiane e straniere, sia di Sassoferrato sia dei maestri ai quali l’artista marchigiano si ispirò: tra questi ultimi segnaliamo Pietro Perugino, con le opere straordinarie di proprietà della Fondazione, e Domenico Tintoretto, con la bellissima Maddalena dei Musei Capitolini. Non mancheranno confronti con i contemporanei del Sassoferrato (come il caravaggesco Spadarino) e i suoi imitatori attivi in Umbria.

Rimaniamo sempre a Perugia per la rassegna Da Giotto a Morandi. Tesori d’arte di Fondazione Banche italiane. Come annuncia il titolo, la mostra intende valorizzazione lo straordinario patrimonio artistico posseduto dalle Fondazioni di origine bancaria e delle Banche italiane. Si tratta di un patrimonio ampio che, per la varietà della sua composizione e per la sua stratificazione temporale, può essere considerato il volto storico e culturale dei diversi territori della nostra penisola. Questa particolare attività collezionistica è un aspetto del più complessivo impegno culturale delle Banche e delle Fondazioni, in una dimensione più ampia di attività e di impegno verso la comunità di riferimento: acquisto, recupero, restauro e quindi tutela e valorizzazione di opere che altrimenti andrebbero disperse. La mostra perugina propone dunque un avvincente percorso lungo sette secoli di storia dell’arte e al contempo consentirà di verificare la pluralità degli orientamenti che stanno alla base del fenomeno del collezionismo bancario. Questo prezioso tesoro diffuso – e in parte ancora poco conosciuto dal grande pubblico – sarà raccontato attraverso 90 opere, da Giotto, l’artista che ha rinnovato la pittura, così come Dante, suo contemporaneo, è ritenuto il “Padre” della lingua italiana, a Giorgio Morandi che, guidato da una sorvegliatissima coscienza formale, fu capace di infondere una solennità pacata e austera ai semplici oggetti del quotidiano.

Arriviamo ad Orvieto (Tr) per la mostra archeologica dal titolo L’intrepido Larth. Storia di un guerriero etrusco allestita congiuntamente nella stessa sede museale e in quella del museo archeologico nazionale di Orvieto. L’esposizione propone un capolavoro della scultura etrusca in pietra rappresentato dal segnacolo funerario a testa di guerriero etrusco, rinvenuto nel corso dell’Ottocento, insieme ad un ricco corredo costituito da vasi attici. Il reperto, particolarmente raro, reca un’iscrizione in lingua etrusca che ricorda il personaggio raffigurato: Larth Cupures. Obiettivo della mostra è quello di riunire idealmente, per la prima volta, testa e corredo, conservati rispettivamente nei due musei. L’esposizione consente inoltre ai visitatori di cogliere la continuità di una vicenda storica, quella della civiltà etrusca orvietana, testimoniata dai ricchi reperti custoditi nei due musei, dalle origini alle fasi più recenti.

Dopo l’Umbria eccoci a Roma . Presso la sede espositiva di Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo troviamo la mostra Labirinti del cuore. Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma, una mostra costruita intorno ad un capolavoro di Giorgione, I due amici, un doppio ritratto ormai da tempo considerato da gran parte della critica come uno dei capisaldi del maestro di Castelfranco, ma ancora poco noto rispetto alla sua straordinaria rilevanza, come punto di svolta epocale nella ritrattistica italiana del primo Cinquecento. Rispetto ai precedenti, non solo veneti, si contraddistingue infatti per un’inedita sintesi di elementi che ne fanno l’archetipo di una nuova idea del ritratto, che intende sottolineare lo stato d’animo e l’espressione dei sentimenti d’amore. L’opera appare strettamente legata ad un particolare clima culturale, quello della gioventù patrizia lagunare nel momento “edonistico” di massima espansione politica, alla vigilia del radicale ridimensionamento a cui sarà costretta la Serenissima. Il doppio ritratto di Giorgione è conservato nelle collezioni di Palazzo Venezia, ma è attestato a Roma fin dall’inizio del Seicento, a testimonianza dei fili storici che legano la figura di Giorgione a Roma, nel quadro di una rete, ben più ampia, dei rapporti intercorsi tra Venezia e la Città eterna, che ebbero il loro palcoscenico privilegiato proprio nel Palazzo di Venezia, come si dovrebbe più propriamente definire quella che era la prima dimora romana di un accertato collezionista, e con ogni probabilità anche committente, del pittore di Castelfranco: ossia il cardinale Domenico Grimani, con papa Paolo II Barbo uno dei personaggi chiave dei rapporti politici, diplomatici e culturali tra i due stati tra la fine del Quattrocento e i primi due decenni del Cinquecento. Ed è proprio nell’Appartamento Barbo che si sviluppa la prima sezione della mostra, dedicata a quelle vicende storiche e alla straordinaria novità de i due amici di Giorgione nelle vicende artistiche del primo ‘500. La mostra prosegue a Castel Sant’Angelo, negli Appartamenti papali, dove è allestita la seconda sezione, con altre opere provenienti da importanti musei del mondo, di grandi maestri del Cinquecento tra cui Tiziano, Tintoretto, Romanino, Moretto, Ludovico Carracci, Bronzino, Barocci e Bernardino Licinio. Opere che conducono il visitatore in quel labirinto esistenziale che ogni uomo porta in sé e che si riflette anche nell’esperienza amorosa, tra innamoramento e approdo matrimoniale, tra abbandono e nostalgia.

Presso Galleria Comunale d’Arte Moderna troviamo una rassegna dal titolo Stanze d’artista. La mostra dedica a ciascuno artista uno spazio esclusivo in cui alle opere sono affiancate le parole degli autori, tratte dai loro diari, lettere e scritti teorici o critici, così da offrire un commento critico quale migliore non potrebbe essere provenendo dalla stessa fonte creativa dei capolavori presentati. Sono Stanze in cui rivivono interi mondi poetici grazie ai capolavori della Galleria d’Arte Moderna e altri provenienti da prestigiose raccolte private, circa sessanta opere di scultura, pittura, grafica tra le quali vengono valorizzati, per la prima volta, i dipinti di Massimo Campigli (Le spose dei marinai, 1934), di Ardengo Soffici (Campi e colline, 1925; Marzo burrascoso, 1926-27) e di Ottone Rosai (Paese, 1923), rispettando così il criterio della rotazione delle opere, adottato dalla Galleria d’Arte Moderna fin dalla sua riapertura nel 2011, che permette di scoprire ogni volta parti importanti del suo vasto patrimonio artistico. Attraverso le diverse sale della rassegna si rivela l’intreccio dei linguaggi insieme alla ricchezza e alla complessità dei percorsi degli autori creando illusorie “stanze”, ciascuna dedicata a un artista; inedite letture critiche in un confronto stringente di temi e di anni del Novecento Italiano – con particolare riferimento ai decenni 1920 e 1930 – che concorrono a una rilettura delle opere della collezione capitolina in gran parte già note al pubblico romano anche grazie all’efficace rapporto di collaborazione con un collezionismo privato attento e sensibile.

Al Macro di Testaccio abbiamo la rassegna Il giardino del tempo, una mostra monografica dedicata al pittore Giancarlo Limoni (1947). Limoni conduce da sempre un lavoro rigoroso e poetico sul medium pittorico, sulla sua materia, sulla luce e sul colore visti come strumenti di un’intensa ricerca sul rapporto tra natura e cultura. Il percorso artistico di Limoni si arricchisce di riflessioni sulla letteratura e la filosofia: la natura viene interpretata attraverso il filtro mentale di un dialogo con la storia dell’arte e con l’opera di grandi maestri come Turner, Monet, Permeke, Soutine, Mafai, De Staël e Fautrier, tra Impressionismo, Espressionismo e Informale. Suggestioni rilette, però, con uno sguardo indipendente e personale, influenzato anche dalla pittura orientale, e che rende la ricerca di Limoni del tutto unica nel contesto artistico degli ultimi decenni. L’opera iniziale di Limoni negli anni Ottanta è partita da una pittura dove il colore si distende in accordi e dissonanze di segni e di materia cromatica in un dialogo serrato con la ruvida tessitura della tela. Nel corso degli anni, l’opera dell’artista si è fatta poi sempre più densa e complessa nella sua stratificazione di stesure e di intrecci pittorici, di paste cromatiche e di sprezzature esecutive, in quadri sospesi tra la lentezza della meditazione e la rapidità della stesura in rapporto con la leggerezza mentale dell’arte e del pensiero orientali. L’approdo di questo viaggio è stata quindi la sontuosa ricchezza delle opere realizzate dagli anni Novanta in poi, dove la visione cromatica si arricchisce di una pulsazione vitale che ricompone la vibrazione del mondo nelle sue fioriture, nei riflessi d’acqua e nel mare attraversato da tagli di luce e di vento, dove i pigmenti si immergono e si cristallizzano nelle acque della memoria. Dare forma a un nuovo giardino del tempo: tra l’esplosione dei colori che inondano la tela e la silenziosa presenza delle opere più recenti, dedicate ai Giardini di neve, dove il bianco si anima delle presenze enigmatiche e impercettibili di velature e di spessori cromatici.

Il nostro lungo viaggio ci porta ora in Sicilia, a Camarina (Rg) per la mostra archeologica dal titolo Ritratti imperiali. Si tratta dei ritratti di Caracalla, di Giulio Vero Massimo, di Balbino e di Gallieno. Con questa mostra continua lo straordinario rapporto internazionale, costruito negli anni passati con altre mostre, fra il Museo di Camarina e la Glyptotek di Copenaghen. I cinque ritratti in marmo in prestito al Museo di Camarina testimoniano le straordinarie immagini degli imperatori della famiglia di Settimio Severo, e degli imperatori militari fino a Gallieno. La testa-ritratto di Gallieno (253-260 d. C.) è colossale, un vero capolavoro che precede la tetrarchia».

Nel capoluogo, Palermo attraverso 100 opere tra dipinti, marmi, stucchi, oreficerie, avori, coralli, disegni, stampe e testi antichi raccontano, per la prima volta si vuole fare luce su uno momenti più affascinanti e significativi della cultura figurativa a Palermo: lo straordinario connubio tra le arti e l’interazione tra le raffinate maestranze nella capitale siciliana tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento. Giacomo Serpotta (1652-1732) contribuì non solo a rivoluzionare l’arte dello stucco, facendolo assurgere alla dignità stessa del marmo, ma a dare elegante veste decorativa a chiese e oratori grazie anche alla sensibilità ed alla disponibilità economica di importanti ordini religiosi e di facoltose confraternite e compagnie. Ma fu l’architetto Giacomo Amato la mente coordinatrice di quella felice stagione artistica palermitana, tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, da cui scaturì una produzione raffinata e di altissimo livello qualitativo – spesso a destinazione e su committenza viceregia, oltre che nobiliare ed ecclesiastica – che contribuì ad aprire ulteriormente verso l’Europa la capitale del Viceregno di Sicilia. Il percorso della mostra, al piano terra dell’Oratorio dei Bianchi, è interamente dedicato a Serpotta e vi si possono ammirare a distanza ravvicinata gli stucchi provenienti dalla Chiesa delle Stimmate, staccati prima della distruzione di fine Ottocento per far posto al Teatro Massimo. I disegni e i bozzetti esposti consentono di entrare nel vivo del procedimento di quella tecnica ‘povera’ che il grande plasticatore palermitano seppe portare ai più alti livelli dell’arte.Al primo piano troviamo sezioni tematiche strettamente correlate ma non standardizzate, in modo tale che le opere possano dialogare fra di loro. Molti dipinti che provengono da edifici religiosi sono messi a confronto con le grandi architetture esemplificate in mostra dagli splendidi disegni preparatori di Giacomo Amato, di cui evidenziano il vero portato innovativo, ossia il superamento della cultura barocca degli anni Sessanta-Settanta del secolo verso una svolta in direzione classicista di matrice strettamente romana, grazie anche al suo soggiorno nella città pontificia prolungatosi sino al 1684. Gli straordinari oggetti preziosi nella ricca sezione delle arti decorative, a destinazione privata o di arredo liturgico, mettono invece in risalto il ruolo fondamentale di un settore trainante dell’economia di Palermo capitale del viceregno di Sicilia, quello della produzione suntuaria, della grande committenza ecclesiastica e nobiliare, della valenza e della eccelsa manualità delle maestranze cittadine nella realizzazione di argenti, mobili, ricami e suppellettili varie

Ultima tappa è in Sardegna, presso in MAN di Nuoro per la mostra Amore e rivoluzione. Coppie di artisti dell’avanguardia russa. La rassegna adotta un punto di vista innovativo – le coppie di artisti – per rileggere le vicende dell’avanguardia visiva russa attraverso il contributo di sei autori della prima generazione, uniti nella ricerca di nuovi linguaggi espressivi, così come nella vita comune: Natalia Goncharova (1881–1962) e Mikhail Larionov (1881–1964), Varvara Stepanova (1894–1958) e Alexander Rodchenko (1891–1956), Lyubov Popova (1889–1924) e Alexander Vesnin (1883–1959). Destinata ad attrarre un pubblico variegato, non soltanto di amanti della storia dell’arte, ma anche di appassionati di storia del Novecento, di comunicazione, design e fotografia, la mostra intende raccontare lo stretto legame tra arte e vita che le diverse coppie si trovarono a sperimentare, in una fase di intensa collaborazione e di grande impegno, sia artistico, sia politico. Attraverso un nucleo di oltre cento opere, tra dipinti, sculture, disegni, collage, fotografie, manifesti pubblicitari e di propaganda politica, saranno indagati i metodi di lavoro, le tecniche, i linguaggi, soffermandosi sui punti di contatto, ma anche sulle specificità e dunque sui diversi profili degli autori considerati. Accomunati dall’ambizione di connettere tutti i generi della creatività artistica con l’azione estetica, l’elaborazione teorica e la prospettiva politica, gli artisti dell’avanguardia contribuirono ad alimentare l’aspirazione al cambiamento e a costruire le basi di una nuova idea di società. Contraddistinti da una grande produttività, i movimenti nati sotto la spinta della rivoluzione bolscevica del 1917 portarono alla ribalta non soltanto un numero senza precedenti di donne artiste, attive alla stregua degli uomini, ma anche una serie inusuale di coppie all’interno della quale le tre coinvolte in questo progetto possono essere considerate le più importanti e rappresentative. Lavorando fianco a fianco, condividendo spazi, idee, programmi, le coppie dell’avanguardia russa giunsero a fondere indissolubilmente la sfera privata con quella pubblica, promuovendo e testimoniando quella visione utopica, quella possibilità di una creazione collettiva alternativa al mito dell’arte come sfera del genio solitario, di cui la rivoluzione si era fatta promotrice insieme al grande ideale della parità di genere. Quali aspetti artistici e quali ideali sociali risultano predominanti nel percorso di queste coppie? Funzionò effettivamente, questa collaborazione, come strumento di emancipazione oppure le convenzioni di genere continuarono a condizionare la produzione artistica e la sua ricezione da parte del pubblico? Con queste domande alla base, la mostra al MAN intende tracciare una genealogia dell’avanguardia russa: dagli esordi prerivoluzionari intorno al 1907, influenzati dalle sperimentazioni dell’arte moderna occidentale, fino allo sviluppo dei più noti movimenti artistici degli anni Dieci e Venti, capitali nello sviluppo dei linguaggi dell’avanguardia internazionale, a partire dal cubo-futurismo di Liubov Popova e Varvara Stepanova, passando per il raggismo di Natalia Goncharova e Mikhail Larionov, che, come Popova , partecipò anche al suprematismo di Malevich, fino alla sperimentazione di nuovi criteri di funzionalizzazione dell’arte nell’ambito del costruttivismo, frequentato da Stepanova, Vesnin, Popova e soprattutto Rodchenko, di cui, insieme a un numero significativo di pitture, collage e manifesti, sarà presentato un nucleo di oltre 20 fotografie che, nel loro insieme, costituiscono di fatto una mostra nella mostra.

Giovanni Segantini e i pittori della montagna
Aosta – Museo Archeologico Regionale
7 aprile 2017 – 24 settembre 2017
Orari: tutti i giorni 9.00-19.00
Biglietti: 6€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.regione.vda.it

Intorno a Leonardo. Disegni italiani del Rinascimento
Torino – Biblioteca Reale
7 luglio 2017 - 15 settembre 2017
Orari: lunedì- venerdì 9.00- 18.30; sabato 9.00- 14.00; domenica chiuso
Biglietti: 5€
Informazioni: www.mostre.bibliotecareale.beniculturali.it

I volti e il cuore. La figura femminile da Ranzoni a Sironi e Martini
Verbania (VB) – Museo del Paesaggio
25 marzo 2017 - 1 ottobre 2017
Orari: martedì- venerdì 10.00-18.00; sabato e domenica 10.00-19.00
Biglietti: 5€ intero, 3€ ridotto
Informazioni: www.museodelpaesaggio.it

New York New York. Arte italiana: la riscoperta dell’America
Milano – Museo del Novecento
13 aprile 2017 – 17 settembre 2017
Orari: lunedì 14.30- 19.30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.museodelnovecento.org

Rinascente. Stories of innovation
Milano – Palazzo Reale
24 maggio 2017 – 24 settembre 2017
Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30
Biglietti: 8€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.rinascente.it

Bruno Ritter. Dietro le mura
Sondrio – Galleria Credito Valtellinese e MVSA ( Palazzo Sassi de’ Lavizzari)
9 giugno 2017 – 15 settembre 2017
Orari: da martedì a venerdì h. 9.00 – 12.00 / 15.00 – 18.00
Ingresso libero
Informazioni: www.creval.it

Van Dyck
Bergamo – Accademia Carrara
29 giugno 2017 – 18 settembre 2017
Orari: tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 19.00,
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.lacarrara.it

Legno/Lën/Holz
Trento – Galleria Civica
2 giugno 2017 - 17 settembre 2017
Orari: Martedì - Domenica 10.00-13.00/ 14.00 - 18.00
Lunedì chiuso
Biglietti: 2€
Informazioni: 0461-985511

Illustri persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce. La Belle Epoque
Treviso – Museo Nazionale Collezione Salce
27 maggio 2017 – 24 settembre 2017
Orari: giovedì – domenica 10.00-18.00; venerdì 10.00-21.00
Biglietti: 6€ intero, 3€ ridotto
Informazioni: www.collezionesalce.beniculturali.it

Volti di Palmira e Aquileia
Aquileia (Ud) – Museo Nazionale Archeologico
2 luglio 2017 - 3 ottobre 2017
Orari: martedì - domenica 8.30- 19.30
Biglietti: 6€ intero, 3€ ridotto
Informazioni: www.museosarcheologicoaquileia.beniculturali.it

Mattioli. Personale
Fontanellato (Pr) – Labirinto del Masone
27 maggio 2017 - 24 settembre 2017
Orari: tutti i giorni dalle 10.30 alle 19
Biglietti: 18€ intero, 10€ ridotto
Informazioni: www.labirintodifrancomariaricci.it

La forza delle immagini. Collezione MAST. Una selezione iconica di fotografie su industria e lavoro.
Bologna – MAST Gallery
3 maggio 2017 - 24 settembre 2017
Ingresso libero
Informazioni: www.mast.org

Astrid Kirchherr with the Beatles
Bologna – Palazzo Fava
6 luglio 2017 - 9 ottobre 2017
Orari: martedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica 11.00-19.00; giovedì 11.00-22.00
Biglietti: 12€ intero, 9€ ridotto
Informazioni: www.genusbononiae.it

Luca Pacioli tra Piero della Francesca e Leonardo
Sansepolcro (Ar) – Museo Civico
10 giugno 2017 - 24 settembre 2017
Orari: tutti i giorni 10.00-13.30/14.30-19.00
Biglietti: 10€ intero, 8,50€ ridotto
Informazioni: www.mostrapacioli.it

Omaggio al Granduca
Firenze – Palazzo Pitti
24 giugno 2017 - 24 settembre 2017
Orari: martedì – domenica ore 8.15 - 18.50; chiuso il lunedì
Biglietti: 13€ intero, 6,50€ ridotto
Informazioni: www.gallerieuffizimostre.it

La fabbrica della bellezza. La manifattura Ginori e il suo popolo di statue
Firenze – Museo Nazionale del Bargello
18 maggio 2017 - 1 ottobre 2017
Orari: lunedì -domenica 8.15 – 17.00
Biglietti: 8€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.bargellomusei.beniculturali.it

Sassoferrato. Dal Louvre a San Pietro. La collezione riunita
Perugia – Complesso benedettino di San Pietro, Galleria Tesori d’Arte
8 aprile 2017 – 1 ottobre 2017
Orari: tutti i giorni 10.00- 13.00/ 16.00- 20.00; chiuso il lunedì
Biglietti: 7€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.studioesseci.net

Da Giotto a Morandi. Tesori d’arte di Fondazione Banche italiane
Perugia – Palazzo Baldeschi al Corso
11 aprile 2017 – 15 settembre 2017
Orari: martedì-venerdì: 15.00-19.30; sabato e domenica: 11-19.30.
Biglietti: 6€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.fondazionecariperugiaarte.it

L’intrepido Larth. Storia di un guerriero etrusco
Orvieto (Tr) – Museo Faina e Archeologico
12 aprile 2017 -17 settembre 2017
Orari: tutti i giorni 8.30 – 19.30
Biglietti: 4€ intero, 2€ ridotto
Informazioni: www.polomusealeumbria.beniculturali.it

Labirinti del cuore. Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma
Roma – Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo
24 giugno 2017 – 17 settembre 2017
Orari: tutti i giorni 9.00-19.00
Biglietti: 14€ intero, 7€ ridotto
Informazioni: www.mostragiorgione.it

Stanze d’artista
Roma – Galleria Comunale d’Arte Moderna
14 aprile 2017 - 1 ottobre 2017
Orari: Da martedì a domenica ore 10.00 - 18.30; chiuso lunedì
Biglietti: 7,50€ intero, 6,50€ ridotto
Informazioni: www.galleriaartemodernaroma.it

Giancarlo Limoni, Il giardino del tempo/ Opere 1980-2017
Roma – Macro Testaccio
21 giugno 2017 -17 settembre
Orari: martedì a domenica ore 14.00-20.00; chiuso lunedì
Biglietti: 6€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.museomacro.org

Ritratti imperiali
Camarina (Rg) – Museo Regionale di Camarina
12 maggio 2017 - 30 settembre 2017
Orari: tutti i giorni feriali 9.00- 13.00 – 15.00-18.30.
Biglietti: 4€
Informazioni: 0932.826004

Serpotta e il suo tempo
Palermo – Oratorio dei Bianchi
23 giugno 2017 - 1 ottobre 2017
Orari: martedì -domenica 10.00-13.30 / 16,.30 – 20.00, chiuso lunedì
Biglietti: 6e intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.mostraserpotta.it

Amore e Rivoluzione. Coppie d’artisti dell’avanguardia
Nuoro – Museo MAN
1 giugno 2017 – 1 ottobre 2017
Orari: estivo: 1.000-20.00; chiuso lunedì
Biglietti: 5€ intero, 3€ ridotto
Informazioni: www.museoman.it