Sarei morta al tempo dei social

Non basta il buonsenso, ci vuole un’educazione “a tappeto” perché tutti possano guidare questo ”motorino social” portando il casco, cercando di non farsi male e di non fare del male agli altri.
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Quando facevo le scuole superiori, ci trovavamo con un gruppo di amici a pregare prima dell’inizio delle lezioni, il Preside ci aveva concesso l’uso di un’aula accanto alla segreteria.
Terminate le Lodi ci disperdevamo e ognuno andava nella sua classe.
La mia classe era in fondo al corridoio e per raggiungerla dovevo percorrerlo tutto, tra i risolini e le battute dei ragazzi di quinta, ricordo che mi sentivo morire, camminavo a passo svelto, la testa china, raggiunta la classe, il mio banco, i volti conosciuti dei miei compagni, magari indifferenti ma buoni, ero in salvo.
Ci fossero stati i social, sarei morta, non perché mi vergognassi di pregare, ma perché ancora oggi mi feriscono le contestazioni a voce alta, gli insulti inutili, sono una permalosa occulta, fingo di non esserlo ma sto male quando mi deridono.
Poi ho iniziato a lavorare, erano gli anni del referendum sull’aborto, qualche discussione con i colleghi per i quali l’aborto era un diritto delle donne, poi sulla mia scrivania comparivano tra le bolle del magazzino, articoli di giornale, la foto dell’eroina del momento mentre pratica un aborto con la pompa della bicicletta, quando passavo dal corridoio che costeggiava l’ufficio tecnico, (ora che ci penso c’è sempre stato un corridoio nella mia vita) qualcuno girato di spalle intento al suo lavoro gridava uno slogan – aborto libero, aborto libero – ma finiva lì.
Spiacevole, te ne lamentavi in mensa con una collega più sensibile di loro sull’argomento, lei ti consigliava di lasciar perdere e tu continuavi a vivere.
Quando agli inizi degli anni 80 mi sono sposata, abbiamo avuto tre figli nel giro di pochi anni.
Dopo il secondo arrivato a breve distanza dal primo, qualcuno deve aver pensato che eravamo degli sprovveduti e ci ha lasciato nella casella della posta un preservativo con un biglietto che ci invitava ad usarlo per limitare le nascite.
Ci sono rimasta male, ho pianto, mi sono disperata, mi sono sentita umiliata, offesa, poi sbollita la rabbia il tutto è finito nella spazzatura.
Dopo pochi mesi dalla nascita del secondo figlio, io ero incinta del terzo, credo abbiano pensato che eravamo degli incorreggibili.
Questo per dire che non è che prima dei social non ci fosse la cattiveria, non ci fossero modi scorretti di prendersela con chi era differente da noi, per scelte, per credo, per orientamento politico o sessuale.
Ma era per forza di cose, circoscritto.
Ora tutto diventa violento e incancellabile.
Perché un video goliardico può diventare virale, può essere visto da tutti ora e per sempre e non c’è modo (oppure pare ci sia ma non è cosa semplice) di esercitare il diritto all’oblio. Di sparire dai social, di vedere cancellate le foto sconvenienti postate quando eravamo adolescenti, o quelle di una persona che ora non c’è più, o che ci ha fatto soffrire.
In internet siamo a nudo, sanno cosa mangiamo, cosa “postiamo” se ci siamo favorevoli o contrari alle scuole paritarie, se vestiamo firmato o se abbiamo una taglia morbida, se paghiamo contrassegno o con carta di credito, che libri leggiamo e che alimentazione abbiamo.
Che fare?
Già che fare?
Bisogna educarci all’uso dei social, degli smartphone, educarci per educare. Lo dico ridendo ma non troppo, bisognerebbe iniziare con il corso pre-parto, con gli incontri dei genitori prima del Battesimo.
Perché educare non può prescindere dal fare i conti con la modernità, il pargolo di due anni bravissimo con i touchscreen del telefono di mamma e papà, crescendo avrà per le mani una Ferrari che sa utilizzare, ma di cui non conosce la pericolosità.
Quando gli mettiamo tra le mani un video perché così in pizzeria si distrae mentre mangiamo, non è la stessa cosa di quando gli davamo in mano un libro cartonato da sfogliare. Pensiamoci. Almeno pensiamoci, fermiamoci un attimo a riflettere.
Non basta il buonsenso, ci vuole un’educazione “a tappeto” perché tutti possano guidare questo ”motorino social” portando il casco, cercando di non farsi male e di non fare del male agli altri.