Non confondiamo l’emigrato col migrante

Con il permesso dell'autore, Giovanni Lazzaretti, pubblico questa interessante riflessione sull'argomento «Migranti». Credo che sia utile riflettere ragionevolmente sull'argomento e farne occasione di confronto
Autore:
Giovanni Lazzaretti
Fonte:
Taglio Laser, La Voce di Reggio, 4 settembre 2017
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Ci fu un tempo in cui anche noi italiani eravamo migranti…
Ok, analizziamolo questo “ci fu un tempo”.
Innanzitutto la prima rilevazione statistica dell’emigrazione è del 1876. Dobbiamo quindi dare un numero iniziale “a spanne” per il periodo 1860-1885 (la cifra che circola su Internet è 10 milioni di partenze in 25 anni), poi una statistica precisa dal 1876 al 1900 (5.257.911 emigrati, in parziale sovrapposizione con la precedente statistica “a spanne”) e un’altra statistica precisa dal 1900 al 1915 (8.769.749 emigrati).
Nei 55 anni del Regno d’Italia fino alla prima guerra mondiale stiamo quindi tra 19 e 20 milioni di emigrati. Considerato che il primo censimento del Regno indicava 23 milioni di abitanti, i numeri sono impressionanti.
Quali furono le cause dell’emigrazione? Si possono trovare infinite micro-cause, ma la macro-causa era una sola: uno Stato, il Regno di Sardegna, unificò l’Italia senza essere in grado di reggerne il carico.
Basta guardare una tabella degli attivi e dei passivi degli Stati preunitari, anno di riferimento 1959. Stati in passivo: Piemonte -91 milioni, Toscana -14 milioni. Stati in attivo: Lombardia +28, Parma Modena Romagne +26, Regno delle Due Sicilie +6 (Napoli +9 Sicilia -3).
«Ciascuno degli Stati italiani aveva avuto, anteriormente al 1859, una propria politica fiscale e diverse erano le condizioni delle finanze ereditate dal Regno d'Italia. Se ad esempio consideriamo i due regni più importanti, quello di Napoli era finanziariamente solido, con un debito pubblico scarso e imposte non gravose e ben armonizzate, e un servizio di tesoreria semplice ed efficiente; al contrario, nel regno di Sardegna le imposte avevano raggiunto livelli molto elevati, il regime fiscale presentava delle sovrapposizioni, fatte spesso senza criterio, e il debito pubblico era assai forte».
La seconda guerra d’indipendenza la ricordiamo come “eroico” episodio del Risorgimento, nel quale Francia e Regno di Sardegna batterono l’Austria. L’Austria poi cedette la Lombardia alla Francia, che la girò al Regno di Sardegna.
Il corollario monetario è meno eroico e in genere non viene citato: spese piemontesi per la guerra = 263 milioni, indennità da pagare all'Austria = 180 milioni, indennità da pagare alla Francia = 80 milioni, totale spese “impreviste” = 523 milioni. Per far fronte alla botta finanziaria si fece ricorso principalmente a prestiti.
I tre anni 1859-1861 registrarono disavanzi di 185 + 414 + 468 milioni. Tra le voci di spesa spiccano già 70 milioni di interessi del debito pubblico. Il debito globale raggiunse i 2.374 milioni, che vennero ripartiti per zone: all’ex Regno delle Due Sicilie, che viveva in attivo e con piena occupazione, toccarono 731 milioni di debito.
Con la terza guerra d’indipendenza e con l’entrata di Veneto e Friuli nel Regno d’Italia la situazione tracollò definitivamente. Le zone dell’ex Lombardo Veneto e del Regno delle Due Sicilie, che vivevano sotto buona amministrazione, senza debiti, anzi in attivo, e senza disoccupazione, si trovarono a pagare un prezzo esorbitante in termini di debito da sanare e di emigrazione da subire.
L’ossessione del pareggio di bilancio si tradusse nelle solite cose: tasse sempre crescenti (famosa quella sul macinato), unite alle solite privatizzazioni (ferrovie nazionali costruite e gestite da privati con contributi governativi), per la rovina delle popolazioni (71% degli emigrati proveniva da zone dalle quali nessuno emigrava prima dell’Unità d’Italia).
Povia canta correttamente: «Al sud / nessuno emigrava / al sud / la gente si amava / al sud / si lavorava / prima questo prima / dell'Unità d'Italia»
La prima guerra mondiale fermò l’emigrazione, ma il vero stop venne da Mussolini, secondo semplici ricette: controllo della moneta, opere pubbliche, istituzioni statali di protezione dei lavoratori e delle famiglie.
Chiarito il quadro, è ovvio che i milioni di emigrati che andavano nelle Americhe non partivano alla ventura: pagavano il biglietto della nave, andavano in posti dove sapevano di poter lavorare, oppure in posti dove una comunità di connazionali già esistente avrebbe fatto loro da protezione.

Erano EMIGRATI, che si riconoscono da tre caratteristiche: (1) c’è una causa endemica che ti impedisce di vivere nel tuo paese (2) ci sono altri paesi che offrono possibilità di lavoro (3) si parte in forma organizzata, strutturata e controllata.

Pertanto quando sentite la frase «Ricordiamoci che ci fu un tempo in cui anche noi italiani eravamo migranti» archiviatela come una colossale sciocchezza. Noi abbiamo avuto decine di milioni di EMIGRATI, ma nessun MIGRANTE.

Il migrante infatti si riconosce da altre caratteristiche: (1) non c’è nessuna singola causa endemica che impedisce di vivere nel proprio paese, ma si crea un “flusso” di carne umana mischiando cause innumerevoli: guerre, dittature, fame, povertà, ricerca di migliori condizioni di vita, esportazione organizzata del terrorismo. (2) Il flusso dei migranti si muove verso paesi come l’Italia con disoccupazione all’11% e disoccupazione giovanile al 35%, quindi paesi che non offrono nulla a livello di lavoro, al massimo lavori sottopagati o di sottobosco malavitoso. (3) Si parte in forma non organizzata, o meglio, organizzata da gruppi criminali. (4) Si conta su una generica “accoglienza”, l’unica cosa che uno Stato serio non dovrebbe fare. (5) Il mix degli Stati di partenza nel flusso di migranti che arriva in Italia rende impossibile l’immediato respingimento di chi non ha diritto (ossia quasi tutti).

«Ma che quadro oscuro hai descritto… Io conosco un migrante che ha trovato lavoro e che si è perfettamente integrato!» Ottimo. Ne conosco anch’io. Ma i singoli casi non fanno statistica. La statistica parla di flussi “razionalmente disorganizzati” e di una enorme “giacenza media” del migrante, accolto in Italia per non fare nulla o per fare delle brutte cose.
Intendiamoci, non do la colpa ai migranti. La colpa, come al solito, è di “lor signori”. La colpa è degli apolidi della grande finanza che desiderano trasformare l’Europa in un luogo che si mantenga culturalmente elevato, ma si metta a pagare stipendi da terzo mondo.
Viene da “lor signori” la disoccupazione italiana e europea, la creazione del concetto di “flussi migratori”, la gestione criminale dei suddetti flussi, la creazione di alcune ONG deputate al trasporto dei flussi, la demonizzazione mediatica di chi i flussi li vuole fermare, la distruzione della Libia, la distruzione della Siria, la povertà e la fame in molti Stati, il mantenimento di dittature immonde in giro per il mondo.
I flussi migratori assomigliano molto alla cartolarizzazione dei mutui subprime: i mutui venivano raggruppati in un’unica scatola che veniva poi divisa in quote, quote che venivano rivendute. Dentro alle quote c’erano mutui ad alto rischio, ma una volta cartolarizzati quello che si vedeva all’esterno era solamente l’alto rendimento. Fino al tracollo finale.
I flussi migratori sono la stessa cosa: “lor signori” radunano assieme gente affamata, migranti economici, gente che fugge da guerre, gente che fugge da persecuzioni e dittature, terroristi, malviventi. Impacchettano il tutto. Suddividono in flussi. Gestiscono i flussi. Nessuno Stato può più capire al primo sguardo che cosa gli sta arrivando in casa: deve trattenere, alloggiare, nutrire, esaminare, innescando dalla partenza all’arrivo un giro d’affari enorme. Un enorme giro d’affari tutto a scapito della popolazione residente, che paga per il recupero dei migranti, per la loro gestione, per l’insicurezza generale. Fino al tracollo finale.
Questo è l’atto d’accusa. Alla prossima, a Dio piacendo, una bozza di soluzione.

Giovanni Lazzaretti
giovanni.maria.lazzaretti@gmail.com