Prove tecniche di #omoeresia

Quasi tremila parole (2.942 per la precisione) per decidere di non decidere, amplificando dubbi e perplessità in tema di dottrina della fede. L’esortazione al «coraggio» contenuta nella frase finale di una simile lettera, rischia, poi, di suscitare un’amara ilarità. Siamo al comico involontario...
Vai a "Ultime news"

Accade a Staranzano comune bisiaco della provincia di Gorizia.
Tale Luca Bortolotto, consigliere comunale di maggioranza del ridente borgo, e Marco Di Just si “uniscono” civilmente in questo nuovo istituto giuridico inventato dalla cd. Legge Cirinnà. Si tratterebbe di una banale e ordinaria storia di omofilia, se non fosse che Di Just ricopre la carica di capo unità della locale associazione scout. Nonostante i due avessero pubblicamente manifestato l’intenzione di dare all’evento un basso profilo, sono stati più di trecento gli invitati alla cerimonia celebrata in pompa magna dallo stesso sindaco Riccardo Marchesan in fascia tricolore nel salone comunale, e ripresa da decine di macchine fotografiche, telecamere, iPad, telefonini e strumenti elettronici vari. Vi era persino una band che ha accolto l’inconsueta coppia al suono di Somewhere Over the Rainbow, la celebre canzone di Harold Arlend che da colonna sonora del film Il Mago di Oz (1939) è finita per diventare l’inno del movimento omosessualista. Sempre per mantenere il tono minimalista e discreto invocato dai protagonisti, la vicenda è finita sul quotidiano locale “Il Piccolo” con un nutrito servizio fotografico di ben dodici immagini.

Un primo dato interessante è costituto dal saluto che don Genio Biasol, guida degli scout, ha voluto rivolgere alla “coppia” precisando di essere presente alla cerimonia «sia come amico, ma anche come prete», e premurandosi di sottolineare «che la Chiesa oggi ha tante difficoltà a riconoscere queste scelte».

Di diverso parere è apparso, invece, il reverendo confratello don Francesco Maria Frangiacomo, Parroco di Staranzano che, dopo aver puntualmente avvisato dell’accaduto l’arcivescovo di Gorizia, mons. Carlo Maria Redaelli, ha dato voce al proprio dissenso sul bollettino parrocchiale: «Nella Chiesa tutti sono accolti, ma le responsabilità educative richiedono alcune prerogative fondamentali, come condividere e credere, con l’insegnamento e con l’esempio, le mete, le finalità della Chiesa nei vari aspetti della vita cristiana. Sulla famiglia la Chiesa annuncia la grandezza e bellezza del matrimonio tra un uomo e una donna. Un messaggio che percorre tutta la Bibbia e che la fede in Cristo rende possibile. Come cristiani, dunque, siamo chiamati ad annunciare il modello di famiglia indicata da Gesù: quella fondata nell’amore tra un uomo e una donna uniti nel sacramento del matrimonio».
Insomma, per don Frangiacomo non ci sono più le condizioni per consentire a Marco Di Just di continuare a svolgere il suo ruolo di educatore.
Contattato da Radio Capital, lo stesso don Fragiacomo ha confermato il suo punto di vista sul capo scout: «È incompatibile con il ruolo? È una conclusione che lui deve trarre. Il capo scout è un educatore di adolescenti, che hanno bisogno di una visione chiara su dove stanno andando dal punto di vista affettivo. Se uno fa parte dell’Agesci è un educatore cristiano-cattolico e quindi deve essere in linea con la missione della Chiesa. Lui ha fatto un atto pubblico, palese, tra l’altro molto gonfiato e ostentato a mio avviso. Ha preso una posizione pubblica con uno stile di vita chiaro. La Chiesa accoglie tutti, ma quando nella Chiesa hai un ruolo educativo devi seguire la missione».

Dopo un prolungato ed imbarazzante silenzio, finalmente l’Arcivescovo di Gorizia, direttamente chiamato in causa da don Frangiacomo, rompe gli indugi e fa sentire la sua voce sul caso al Consiglio Presbiteriale del 22 giugno 2017 e al Consiglio Pastorale Diocesano del 24 giugno 2017. In entrambe le occasioni è intervenuto dando lettura di un lungo documento da lui redatto, intitolato Un impegnativo cammino di discernimento in ascolto dello spirito. Per quanto imbarazzante, però, forse il silenzio sarebbe stato più dignitoso. Sì, perché quel documento appare come un capolavoro di ambiguità e ipocrisia, la quintessenza di un pilatismo misto a tiepidezza apocalittica, ossia quella che – tanto per intenderci – porta ad essere «vomitati da Dio» (Ap.3, 16). Leggere per credere:

La nostra diocesi è stata fatta oggetto di attenzione anche a livello nazionale per l’episodio successo a Staranzano. Come è stato evidente, ho preferito finora non intervenire in merito né a nome mio personale, né a nome della diocesi e ho anche invitato gli interessati a evitare pronunciamenti e a non prestarsi alle amplificazioni cercate dai mezzi di comunicazione sociale. Ritengo però ora opportuno offrire alcune riflessioni dal punto di vista del discernimento pastorale sia al consiglio presbiterale, sia al consiglio pastorale diocesano. Mi auguro che i criteri che indicherò possano essere applicati al caso concreto con pacatezza, rispetto e discrezione verso tutte le parti coinvolte.
Partirei da una citazione di un grande maestro del discernimento, il card. Carlo Maria Martini: «L'esempio biblico di cui mi servo per spiegare il distinguere e il discernere, è la descrizione del Concilio di Gerusalemme (cfr. At 15) dove si può vedere bene la dinamica di Chiesa. Se leggiamo attentamente il resoconto del Concilio, rimaniamo stupiti nell'accorgerci che, dovendo risolvere un problema pratico molto difficile – la convivenza tra i cristiani provenienti dal giudaismo e i cristiani convertiti dal paganesimo –, non si fa ricorso alle Scritture o a una tradizione canonica, di cui c’era un primo embrione, ma si fa ricorso, anzitutto, alla riflessione sul vissuto nella grazia dello Spirito santo! Ci sono tre grandi relazioni nel Concilio di Gerusalemme: la prima, in cui Paolo riferisce su quanto lo Spirito santo ha operato in tutte le comunità, e quindi prendendo coscienza di ciò che è il vissuto di grazia; la seconda, in cui Pietro si domanda quale relazione abbia il vissuto di oggi con gli eventi passati, qual è la continuità di grazia in cui esso si inserisce; la terza relazione, in cui Giacomo, a partire dalle parole di Paolo e di Pietro, propone un modo pratico di vivere insieme, un modo che tenga conto delle verità fondamentali. Questo atteggiamento è quello che si propone di ascoltare la voce dello Spirito e di trarne conseguenze per l’oggi, in umile obbedienza di quella Parola che ha parlato nella Chiesa e che ancora parla nel Magistero, nella forza della predicazione, nella lettura quotidiana della Scrittura, nella vita quotidiana dei fedeli, nell’esperienza della santità» (C.M Martini, Cristiani coraggiosi. Laici testimoni nel mondo di oggi, Milano 2017, 123-124).
Mi sembra che in queste parole del card. Martini ci sia l’essenziale: in particolare l’invito a riflettere sul vissuto con la guida dello Spirito Santo, senza pretendere di avere dalla Scrittura o dalla tradizione canonica la risposta pronta per ogni circostanza, ma cogliendo gli aspetti di grazia in ogni avvenimento, vedendo poi come ogni nuova realtà interpella la fede e infine riuscendo a trovare soluzioni pratiche che garantiscano la comunione nella fedeltà al messaggio evangelico. Vorrei allora presentare la mia riflessione riprendendo questa triplice articolazione.
1. La grazia nel vissuto.
Può sembrare strano che di fronte a una realtà che ha creato contrasti e scalpore e ha evidenziato difficoltà, ci si domandi per prima cosa quali siano gli aspetti di grazia presenti in essa. Eppure non dobbiamo mai dimenticare ciò che afferma l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: «noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8,28). «Tutto concorre al bene»: non significa che tutto è bene e neppure che tutto è indifferente. Vuol dire piuttosto che dobbiamo avere la profonda convinzione che Dio guida la storia dell’umanità, della Chiesa e di ciascuno di noi e che tesse un percorso d’amore e di luce dentro il contraddittorio chiaroscuro delle nostre scelte. Quale può essere allora la grazia in questi avvenimenti? Non pretendo di esaurire questo interrogativo, ma vorrei solo accennare a qualche risposta.
Grazia, anzitutto, è l’essere qui oggi a confrontarsi nel consiglio presbiterale e poi in quello pastorale, organismi che a diverso titolo collaborano con il vescovo per la conduzione pastorale della diocesi. Certo ogni consigliere è presente con sensibilità e idee diverse, con emozioni e giudizi differenti, ma tutti siamo accomunati dal desiderio di servire il Signore in questa Chiesa, nel rispetto e nell’amore verso tutti coloro che sono parte del popolo di Dio. Proprio per questo, allora, impegnati nell’esercizio non facile di un discernimento comune.
Grazia, sempre restando a noi, è la progressiva maturazione della convinzione che il discernimento stia diventando sempre più la cifra fondamentale dell’agire pastorale. Ormai, per fare solo un esempio, che i parroci, ma anche i loro collaboratori, in particolare i catechisti, conoscono bene, anche la semplice richiesta dei sacramenti non può essere risolta come in passato nella veloce annotazione sull’agenda di un nome e di un orario. I casi “normali” – lasciatemi passare questo termine – sono diventati un’eccezione. Difficile, per esempio, ricevere una domanda di battesimo da parte di genitori cattolici, sposati regolarmente in chiesa, credenti, praticanti, parte attiva della comunità parrocchiale, desiderosi e anche capaci di dare un’educazione cristiana ai figli e che presentino per il ruolo di padrini persone con caratteristiche simili alle loro.
Grazia è anche l’attenzione rispettosa, partecipe e talvolta sofferta ai cammini personali di ciascuno da parte della comunità cristiana e l’accompagnamento degli stessi. Non parliamo infatti di questioni astratte o di scuola, ma di scelte e percorsi di persone concrete. Ogni persona ha il diritto al rispetto, non va giudicata o condannata, le sue scelte (anche se non condivisibili) vanno prese seriamente. Ben sapendo che ognuno ha il dovere morale di cercare il bene e la verità. Il cristiano, in particolare, è chiamato a individuare la volontà di Dio per la propria vita nella concretezza della situazione in cui si trova. Lì infatti è la sua “grazia”. Un impegno che trova nell’assistenza dello Spirito, nell’ascolto della Parola di Dio, nella preghiera, nel confronto con le indicazioni della Chiesa, nel sostegno della comunità e nel confronto con essa i mezzi per essere affrontato con autenticità. Come ci ha ricordato papa Francesco anche in diversi passaggi della Amoris laetitia, il processo che porta a precise scelte e la stessa attuazione di esse è condizionato da molti fattori, che possono rendere difficile l’adeguamento della propria vita alla proposta dell’ideale evangelico. In ogni caso ciascuno è tenuto a cercare non l’astratta perfezione, ma il meglio possibile nella concretezza del suo cammino. Chi accompagna pastoralmente le persone – e non solo i sacerdoti – deve tenere conto di tutto questo, non indulgere a facili giudizi, non sostituirsi alla responsabilità di ciascuno, ma insieme non rinunciare a proporre l’ideale evangelico sapendo ben distinguere le diverse situazioni di partenza. Perché il discernimento circa simili scelte personali (per esempio di convivenza) non può essere lo stesso per chi non ha avuto in precedenza la possibilità di un cammino cristiano e solo ora si sta riavvicinando alla fede (penso, per essere concreti, a chi chiede la cresima da adulto ed è disponibile a fare un percorso di ascolto del Vangelo, ma è di fatto in una situazione di convivenza) e per chi, invece, è cresciuto in ambito ecclesiale con molti aiuti e accompagnamenti e svolge un incarico dentro la comunità.
Grazia è poi il desiderio che tutti abbiamo che ogni persona – in particolare i giovani – possa trovare nella pienezza della proposta evangelica il compimento di quel desiderio di amore che l’essere immagine e somiglianza del Dio amore ha collocato nei nostri cuori.
Grazia è l’impegno a tenere in considerazione, con pazienza e intelligenza, i diversi modi di sentire diffusi oggi che, pur avendo aspetti di verità, sono spesso riduttivi. Per esempio, il ritenere che ciò che conta è che due persone si amino, a prescindere da chi sono, dagli impegni che hanno assunto, dalla responsabilità verso altri e anche dalla qualità del loro amore. O ancora, l’attenzione esclusiva all’adesso, per cui, riferendosi all’amore, bisogna guardare all’oggi, a chi si ama adesso: non conta il passato (e le relazioni precedenti), non conta il futuro (incerto). Un altro modo di pensare oggi condiviso è quello che concepisce la libertà come il fare quello che l’individuo ritiene a prescindere non solo dal confronto con ciò che è giusto e ciò che non lo è, ma anche dalla relazione con le persone e dalla responsabilità verso di esse e la comunità. C’è infine il giusto rifiuto dell’ipocrisia che rischia però di non distinguerla dalla riservatezza necessaria non per nascondere qualcosa (o persino per essere complici del male), ma per tutelare le persone, la loro dignità, le loro scelte (giuste o sbagliate che siano), la loro stessa evoluzione nel tempo (una persona non può essere inchiodata per sempre a una scelta compiuta nel passato) e anche per proteggere la comunità (in particolare i più fragili in essa) e il suo cammino.
Grazia è quindi anche l’attaccamento alla propria comunità, ma non in termini esclusivi e alternativi ad altri, ma dentro un respiro di autentica comunione ecclesiale.
Grazia è anche la consapevolezza della particolare responsabilità di chi ha un ruolo educativo dentro la comunità cristiana. Nessuno è perfetto, né sempre riesce a vivere in maniera del tutto coerente con gli ideali che propone agli altri, in particolare ai ragazzi e ai giovani. L’impegno a non essere oggi causa dell’amaro invito che Gesù faceva a proposito dei maestri del suo tempo – «Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno» (Mt 23,3) – deve però essere sempre presente nel cuore e nella mente di chi ha un compito educativo (e, si può aggiungere, pastorale) e desidera davvero il bene delle persone che gli sono affidate. Occorre continuamente chiedere al Signore che purifichi il nostro cuore, la nostra vita, i nostri desideri, le nostre relazioni, le nostre azioni (e quanto più è forte il carisma educativo e l’influenza sui ragazzi e i giovani tanto più è necessario un percorso di umile purificazione).
Grazia è infine la consapevolezza della necessità di guadagnare un rapporto meno ingenuo con i mezzi di comunicazione sociale, così importanti oggi anche per la testimonianza evangelica. Ciò è necessario anzitutto quando c’è una relazione diretta, con pronunciamenti, interviste, dichiarazioni, ecc. Ma è importante anche tenere presente che le proprie parole e le proprie azioni con rilevanza pubblica, al di là della volontà e della buona fede di chi le pone, sono esposte a essere riprese dai mezzi di comunicazione sociale secondo la loro logica, che oggi spesso privilegia il particolare curioso, gli elementi scandalistici, le situazioni di contrasto, il gossip.
2. Il vissuto dentro il cammino della Chiesa.
Seguendo, sia pure in termini analogici, il percorso della Chiesa di Gerusalemme come indicato dal Card. Martini, occorre ora evidenziare la necessità di un pacato confronto con l’insegnamento ecclesiale. Un insegnamento che va ben compreso, anzitutto nella sua natura, prima ancora che nei suoi concreti contenuti.
Il Vangelo, e in genere la Sacra Scrittura – lo sappiamo –, non si presentano come un manuale di principi e di indicazioni concrete riferibili a ogni situazione della vita. Se fosse così, il problema sarebbe assai semplice: basterebbe conoscere questi principi e indicazioni e attuarli nella propria vita e di conseguenza l’azione pastorale consisterebbe nel proporli con autorevolezza a tutti i cristiani. In realtà la Chiesa da sempre è impegnata, con l’aiuto dello Spirito e in particolare con l’utilizzo della riflessione teologica e l’apporto e il confronto delle esperienze e delle scienze umane, a discernere che cosa è richiesto dal Signore nelle diverse situazioni. Si tratta di un lavoro in continuo sviluppo e può riguardare l’approfondimento di aspetti noti della vita cristiana da considerare oggi in una prospettiva in parte nuova (è il caso dell’amore coniugale, su cui la riflessione teologica, il magistero e la vita del popolo di Dio negli ultimi decenni hanno compiuto notevoli passi) o anche tematiche inedite, che prima non esistevano o quasi (come la questione ambientale portata all’attenzione della coscienza ecclesiale dall’enciclica Laudato si’). Chi si aspetta o pretende sempre e comunque principi chiari, astratti e immodificabili e indicazioni normative vincolanti per ogni questione e per ogni circostanza, non può che restare deluso, ma dimostra anche di non avere una corretta visione della fede cristiana e del cammino della Chiesa incarnato nella storia.
Naturalmente il fatto che ci sia uno sviluppo del pensiero e delle indicazioni della Chiesa su diverse problematiche – a volte anche molto accelerato – non deve portare a disattendere ciò che viene proposto autorevolmente per l’oggi. Anche questa sarebbe una distorsione della fede cristiana, un non accogliere il fatto che lo Spirito assiste hic et nunc il popolo di Dio e chi è chiamato a guidarlo nella concretezza dell’oggi con autorevolezza, ma anche con molta umiltà.
Umiltà tanto più necessaria quando si è di fronte a questioni nuove e complesse circa le quali la riflessione ecclesiale è ancora iniziale o comunque non del tutto matura, i pareri non sono concordi, le prassi pastorali non ancora ben definite (non c’è dubbio che almeno alcune questioni connesse con la sessualità umana, l’amore coniugale, la famiglia, la vita ecc. siano di questo tipo).
3. Un cammino pratico
Il terzo momento che il card. Martini ci richiamava, sempre a partire dall’analogia con l’esperienza della Chiesa di Gerusalemme, è quello di arrivare a una soluzione pratica che tenga conto delle verità fondamentali, rispetti il cammino di ciascuno e faccia maturare una reale comunione, superando tensioni e contrasti, spesso enfatizzati dalla passione e dall’emozione.
Un primo suggerimento che mi sento di offrire è quello di darci tempo. Un tempo necessario per lasciare decantare emozioni, giudizi affrettati, reazioni a caldo e un po’ sopra le righe. Non certo un tempo per dimenticare o a fare finta di niente: sarebbe irresponsabile. Un tempo invece utile per le persone direttamente coinvolte per rivedere con calma i passi compiuti, verificarne le conseguenze (volute o non volute), ricalibrare le proprie scelte. Il tutto con autenticità e libertà e avendo davanti agli occhi il Signore, il bene della Chiesa e delle concrete comunità implicate. Un tempo ampio anche per l’AGESCI e per altre realtà ecclesiali di carattere educativo che devono affrontare tematiche nuove, come ad esempio la necessità di proporre oggi determinati valori con un approccio diverso rispetto al passato o anche di dover pensare a una formazione e a un accompagnamento degli stessi propri educatori, che talvolta compiono scelte personali, in particolare in tema di affetti, che fino a poco tempo fa non erano quasi ipotizzabili o comunque erano percepite come evidentemente incompatibili con il proprio compito.
Insisto perché siano queste realtà ecclesiali a operare il necessario discernimento e a giungere ad alcune indicazioni condivise e sagge, non per sottrarmi al mio impegno di pastore (che, per altro, partecipo con i sacerdoti, i diaconi e i cristiani più impegnati, come i membri del consiglio pastorale diocesano), ma per evitare che un mio pronunciamento possa essere visto come un intervento “autoritario” dall’alto e quindi accolto “obtorto collo”, e non invece come aiuto a discernere e compiere la volontà di Dio, o utilizzato quasi come alibi per evitare ai soggetti ecclesiali interessati la fatica, ma anche la positività, di un cammino non facile di discernimento.
Un secondo suggerimento che mi permetto di presentare soprattutto alla comunità di Staranzano e alle altre realtà vicine più direttamente implicate, è quello di utilizzare anzitutto un saggio consiglio di sant’Ignazio, maestro di discernimento del card. Martini e di papa Francesco: “ogni buon cristiano dev’essere più pronto a salvare una affermazione del prossimo che a condannarla” (Esercizi spirituali n. 22). Intendo cioè invitare a un atteggiamento di disponibilità gli uni verso gli altri, che parta dal presupposto della buona fede reciproca, trovi occasione di dialogo pacato e sincero, abbia la pazienza dell’ascolto, riannodi una comunione che resta vera anche in presenza di diverse sensibilità e accentuazioni (papa Francesco, parlando recentemente ai sacerdoti a Genova – ma la cosa vale per ogni cristiano –, ha citato un significativo esempio di un loro arcivescovo: «il cardinale Canestri, diceva che la Chiesa è come un fiume: l’importante è essere dentro il fiume. Se sei al centro o più a destra o più a sinistra, ma dentro il fiume, questo è una varietà lecita. L’importante è essere dentro il fiume. Tante volte noi vogliamo che il fiume si restringa soltanto dalla nostra parte e condanniamo gli altri... questa non è fraternità. Tutti dentro il fiume»: Incontro con sacerdoti, consacrati e seminaristi, Genova 27 maggio 2017). Solo partendo da questo atteggiamento si potrà arrivare anche a decisioni e a scelte che non siano una specie di armistizio provvisorio o un compromesso al ribasso, ma portino la comunità di Staranzano a una reale maturazione secondo il Vangelo.
Un’ultima indicazione che ritengo opportuna è quella di valorizzare in noi tutto ciò che può farci crescere come cristiani impegnati a servizio della Chiesa anche in presenza di situazioni inedite: la meditazione della Parola di Dio (che illumina, consola, converte); lo studio, la riflessione, il confronto (in varie realtà, compresi i consigli pastorali); la scelta delle priorità anche in dialogo con le proprie comunità (lo slogan, che spesso ripeto: “meno celebrazioni, più accompagnamenti” non è poi così superfluo...); la preghiera intensa per le persone che ci sono affidate; lo sguardo di empatia (meglio: lo sguardo di Gesù) verso chi incontriamo; il paziente ascolto di ognuno con la proposta dell’insegnamento cristiano in termini saggi che possa condurre alla sua accoglienza (o almeno al suo non rifiuto a priori); l’impegno della salvaguardia della comunione; il mettere davanti a tutto il regno di Dio con grande libertà da se stessi (compreso il proprio incarico, il proprio carisma, le proprie attese, i propri attaccamenti, le proprie sensibilità); la valutazione paziente di tempi e modi di intervento affinché siano costruttivi della comunione; il saggio utilizzo dei mezzi di comunicazione sociale. Che lo Spirito ci aiuti ad andare avanti con coraggio e fiducia.
+ Carlo Roberto Maria Redaelli arcivescovo di Gorizia.


Quasi tremila parole (2.942 per la precisione) per decidere di non decidere, amplificando dubbi e perplessità in tema di dottrina della fede. L’esortazione al «coraggio» contenuta nella frase finale di una simile lettera, rischia, poi, di suscitare un’amara ilarità. Siamo al comico involontario.
Beh, don Francesco Maria Frangiacomo, che certo non può definirsi un prete “tiepido”, non ci sta ed esprime per iscritto, attraverso una coraggiosa lettera aperta all’Arcivescovo, le proprie perplessità. I propri “dubia”, termine che purtroppo sta sempre più diffondendosi nell’attuale fase storica della Chiesa. Questo il testo della lettera del coraggioso Parroco:

Sua eccellenza mons. Arcivescovo,
mi rivolgo a Lei come padre nella fede e maestro nella dottrina.
In relazione al suo intervento Un impegnativo cammino di discernimento ed ascolto dello Spirito, chiedo alcune precisazioni che ritengo importanti anche in vista di una prassi comune tra noi presbiteri. La mia non è una provocazione, ma una doverosa richiesta di chiarezza necessaria per il nostro servizio e per la nostra comunione.
1. Ipotizziamo un caso: viene a confessarsi un uomo che dichiara di avere rapporti omosessuali con il suo compagno con cui convive. Mi chiede un consiglio riguardo i suoi atti: li deve considerare peccati o no? Cosa gli rispondo? Al di là delle circostanze che certamente, come sappiamo, attenuano o mitigano la responsabilità personale della colpa, possiamo attenerci a quanto riferito negli attuali documenti magistrali? «Scegliere un’attività sessuale con una persona dello stesso sesso equivale ad annullare il ricco simbolismo e il significato, per non parlare dei fini, del disegno del Creatore a riguardo della realtà sessuale» (Cura pastorale delle persone omosessuali. Lettera della Congregazione per la dottrina della fede, 7). «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati e che, in nessun caso, possono ricevere una qualche approvazione» (Persona Humana, Dichiarazione della Congregazione per la dottrina delle fede. 8). «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2357). Personalmente devo dire che mi risulta davvero difficile ritenere che sia secondo il disegno e il volere di Dio un rapporto sessuale tra due uomini. Se questa persona non riconosce tali atti come peccato, dopo averlo invitato ad un percorso di accompagnamento, gli diamo l’assoluzione?
2. Sant’Agostino ci ha insegnato che il peccato è la privazione di un bene, un dono rifiutato, un vuoto di amore, o come direbbe forse papa Francesco, un sogno di Dio che s’infrange. Un giovane, chiamato potenzialmente ad essere marito e padre, che decide di imboccare la via della relazione omosessuale rafforzandola e confermandola con un patto civile, non si sta responsabilmente privando del bene della paternità, dell’amore nell’alterità uomo donna, della fecondità? E questo, non in vista di un valore alto come potrebbe essere, per esempio, il caso di una vocazione alla vita consacrata. Non sta dunque precludendosi la strada verso un bene di Dio per una scelta intrinsecamente sbagliata? Quindi la sua scelta non è da ritenersi già in sé “peccato”? «Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l'inclinazione stessa dev'essere considerata come oggettivamente disordinata. Pertanto coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l'attuazione di tale tendenza nelle relazioni omosessuali sia un’opzione moralmente accettabile» (Cura pastorale delle persone omosessuali. Lettera della Congregazione per la dottrina della fede, 3).
3. Sant’Ignazio ci insegna che il discernimento, in senso stretto, va applicato quando ci sono in alternativa due beni. Con la luce dello Spirito e con aiuti umani si ricerca il bene maggiore tra i due. Di per sé l’opzione del “male minore” non esiste nemmeno ma, casomai, si discerne il maggior bene concretamente ora possibile. Quando in oggetto c’è invece l’alternativa tra il bene di Dio e il peccato, il “discernimento degli spiriti” è in funzione della conversione affinché con la luce dello Spirito, si possa prendere coscienza fino in fondo del male e ricevere la forza di compiere il bene.
Per quanto detto sopra, mi chiedo: la comunità cristiana di Staranzano (o almeno la parte di essa implicata), in relazione al fatto del 3 giugno scorso, con tutte le modalità ed implicazioni ormai note, ha bisogno di un cammino di discernimento per scegliere tra due beni o di un percorso di conversione? La precisazione non è indifferente perché le due vie, evidentemente, hanno modalità, tempi, attese, impostazioni ben diverse! La guarigione dal male, per esempio, ha bisogno di tempo ma, se ne siamo consapevoli, non dovrebbe ammettere ritardi, perché con il tempo il male peggiora.
Come Lei giustamente ha scritto, qualsiasi «impegnativo cammino di discernimento» non potrà prescindere, dunque, da una conversione personale e comunitaria, con la richiesta allo Spirito Santo della luce sul male, del perdono, del riconoscimento e attuazione del vero bene. Altrimenti, se cercassimo solo una “soluzione pratica” senza un approfondimento vero del caso, sarebbe come coprire con una fasciatura una ferita non curata e il danno, con il tempo, sarebbe peggiore.
Sua Eccellenza, so che non ci farà mancare una risposta, proprio per l’impegno di accompagnamento da lei molto auspicato e che, senza dubbio, desidera anzitutto per i suoi presbiteri. Un accompagnamento che non può prescindere dal rispondere alle questioni importanti e istanze concrete di coloro che “con lei partecipano” al compito di pastore e che possono diventare, anche queste, occasioni di relazione, di vicinanza, di guida, di stimolo crescita comune verso il bene.
La ringrazio anticipatamente.
Staranzano, 9 luglio 2017 Don Francesco Maria Fragiacomo

Ovviamente – e anche questo pare che purtroppo stia diventano una consuetudine nella Chiesa – ai dubia di don Frangiacomo, l’Arcivescovo ha ritenuto di opporre un serafico e poco pastorale silenzio.
Ora, premettendo che dobbiamo sempre pregare per la conversione dei nostri Pastori, l’atteggiamento tenuto dall’Arcivescovo di Gorizia su questa triste vicenda non appare davvero edificante. Anziché essere tiepido, avrebbe dovuto quantomeno decidere se essere freddo o caldo, ovvero se optare per la menzogna o per la Verità.
In questo il presule è apparso poco evangelico. In particolare, non sembra aver ascoltato le parole del Maestro quando invitava, su questioni attinenti alla Verità, a parlare in maniera chiara ed inequivoca: «Sit autem sermo vester: “Est, est”, “Non, non”; quod autem his abundantius est, a Malo est» (Mt. 5,37). L’Arcivescovo avrebbe dovuto, quindi, limitarsi a dire sì o no, perché tutto il resto, com’è noto viene dal Maligno. Le lunghe, ambigue, elusive, equivoche e perniciose digressioni contenute nel documento dell’Arcivescovo, invece, ricordano troppo da vicino quell’«abbundantius» di cui parla il Signore nel Vangelo di Matteo. Per decidere sul caso di Staranzano Gesù non avrebbe certo impiegato le tremila parole usate dall’Arcivescovo di Gorizia per concludere, tra l’altro, con il suo pilatesco “non liquet”.
A proposito di Sacre Scritture, appare opportuno citare anche quel passo di Ezechiele in cui il Padreterno ricorda quanto segue: «Se io dico all’empio: Empio tu morirai, e tu non parli per distoglier l’empio dalla sua condotta, egli, l’empio, morirà per la sua iniquità; ma della sua morte chiederò conto a te» (Ez. 33, 8). Ammonire i peccatori non è soltanto una delle sette opere di misericordia spirituale (anche se ultimamente alquanto dimenticata), ma è soprattutto un dovere per ogni cristiano, in particolare se responsabile di anime, dovere del quale saremo tutti chiamati a rispondere. Nell’originale latino il passo biblico rende ancora più drammatica questa responsabilità: «Sanguinem autem eius de manu tua requiram». Dio ci chiederà conto del sangue del peccatore morto a causa della nostra omissione. E ognuno risponderà in virtù del grado di responsabilità. Un laico sarà giudicato in quanto laico, un semplice sacerdote in quanto sacerdote, ed un vescovo in quanto vescovo.
Davvero non vorrei trovarmi nei panni di mons. Redaelli quando il buon Dio gli chiederà conto dell’anima di quel povero peccatore che lui non ha voluto ammonire.
L’Arcivescovo di Gorizia ha fatto come Ponzio Pilato. Non ha voluto prendere alcuna decisione sul caso. Non ha voluto esprimere la posizione della dottrina. Non ha voluto interessarsi della salvezza eterna di Marco Di Just. Non ha voluto dissipare i dubbi. Non ha voluto rispondere all’accorato appello di un suo figlio. Se fossi in lui questa notte prima di addormentarmi un serio esame di coscienza me lo farei. Buona notte, Eccellenza!

LA CHIESA FA DA STAMPELLA AI GAY E DIMENTICA IL SUO COMPITO MORALE