Che cosa avremmo potuto fare per #Charlie?

Intervista a Gianfranco Amato: Avevamo individuato, come “Giuristi per la vita”, la possibilità di far trasferire Charlie nel nostro Paese, invocando l’art. 56 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, il quale recita testualmente che «le restrizioni alla libera prestazione dei servizi all'interno dell'Unione sono vietate nei confronti dei cittadini degli Stati membri stabiliti in uno Stato membro che non sia quello del destinatario della prestazione».

D: Che sentimenti le induce la decisione dei genitori di Charlie Gard di rinunciare definitivamente alla battaglia ingaggiata fino ad oggi?

R:
Tristezza e rammarico, pur nel rispetto assoluto della decisione.

D: Perché rammarico?

R: Senza tanti clamori e con assoluta riservatezza, noi da settimane eravamo in contatto con Connie Yates, la mamma di Charlie, alla quale avevamo prospettato una soluzione legale per togliere il piccolo dalle grinfie del boia e accoglierlo in Italia.

D: Di che soluzione si trattava?

R: Su una felice intuizione dell’avvocato italo-inglese Bruno Quintavalle, esperto in materia, avevamo individuato, come “Giuristi per la vita”, la possibilità di far trasferire Charlie nel nostro Paese, invocando l’art. 56 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, il quale recita testualmente che «le restrizioni alla libera prestazione dei servizi all'interno dell'Unione sono vietate nei confronti dei cittadini degli Stati membri stabiliti in uno Stato membro che non sia quello del destinatario della prestazione».
Si trattava, quindi, di trovare un qualunque ospedale italiano disposto ad effettuare gli stessi trattamenti sanitari oggi prestati dall’ospedale inglese (in sostanza il mantenimento in vita), senza tirare in ballo la questione delle cure. Negare il trasferimento sarebbe stato, in quel caso, una palese violazione dell’art.56. Una volta giunto in Italia, nulla avrebbe poi impedito ai genitori di portare il piccolo negli Stati Uniti o al Bambin Gesù per tentare una terapia. In sostanza l’ospedale italiano avrebbe dovuto svolgere una semplice funzione di “ponte”.

D: Perché non sarebbe stato possibile, a questo punto, trasferirlo direttamente al Bambin Gesù di Roma, vista la disponibilità da parte di quell’ospedale?

R: Abbiamo anche affrontato la questione, ma abbiamo verificato che l’Ospedale Bambin Gesù gode di extraterritorialità, ossia è territorio della Città Stato Vaticano è soggetto a giurisdizione vaticana, e quindi fuori dall’Unione Europea. Sarebbe stato più arduo, in quel caso, invocare l’art. 56.

D: Che cosa avete fatto allora?

R: Ci siamo messi alla ricerca di un ospedale italiano disposto ad accogliere il piccolo Charlie, cominciando dalla Regione Lombardia, visto anche la particolare sensibilità sulla vicenda dimostrata dal presidente Roberto Maroni. Devo dare atto che si è interessato del percorso legale che gli avevamo prospettato e, da questo punto di vista, ringrazio anche l’assessore Cristina Cappellini per la collaborazione che ci ha offerto.

D: Perché allora non si è percorsa questa strada?

R: Quando avevamo ormai quasi identificato l’ospedale lombardo disponibile al trasferimento momentaneo di Charlie, i genitori hanno deciso di gettare la spugna. Ad un metro dal traguardo hanno rinunciato. Una decisione triste ma, ripeto, assolutamente comprensibile e soprattutto da rispettare.

D: Perché sarebbe stato così importante farlo venire in Italia, visto che, a quanto pare, le possibilità di sopravvivenza paiono del tutto remote?

R: Beh, innanzitutto per ribadire il sacrosanto principio per cui ai genitori non deve essere sottratta la possibilità di lottare per la vita dei propri figli, né deve essere loro impedito di tentare anche l’ultima delle speranze. Nel caso di Charlie Gard lo Stato ha di fatto sequestrato quel bambino ed esautorato padre e madre della loro potestà genitoriale, decidendo che il “best interest”, ossia l’interesse migliore per quel bambino fosse di quello di venire soppresso. Solo uno Stato totalitario può arrivare a tanto.
La seconda ragione, non meno importante, era quella che ho ricordato prima, ossia l’esigenza di sottrarre il piccolo Charlie dalle grinfie del boia. Era importante evitare l’esecuzione di una sentenza di condanna a morte nei confronti di un essere umano la cui vita è stata dichiarata «indegna di essere vissuta», traduzione del termine “lebensunwertes Leben”, coniato dai giuristi tedeschi degli anni ‘30 e riecheggiato tristemente nelle aule giudiziarie del Terzo Reich. Non certo un gran bel precedente.

D: Lei rievoca addirittura il nazismo?

Invito tutti alla lettura dell’omelia pronunciata dall’arcivescovo di Münster, il Beato August von Galen, il 3 agosto 1941, dal pulpito della chiesa di San Lamberto, contro la decisione del regime nazista di legalizzare l’eutanasia. E’ di un’attualità sconcertante. Allora von Galen disse che «se si ammette il principio, ora applicato, che l’uomo “improduttivo” possa essere ucciso (…) allora nessuno è più sicuro della propria vita», perché «una qualunque Commissione lo può includere in una lista degli «improduttivi», che, secondo il loro parere, sono diventati “vite inutili”, e nessuna polizia li proteggerà, e nessun tribunale punirà il loro assassinio e condannerà l’assassino alla pena che si merita. E fu proprio l’Arcivescovo di Münster in quell’occasione ad evidenziare il rischio della rottura del rapporto di fiducia tra medico e paziente.

D: Sì, perché in effetti la vicenda di Charlie Gard ha messo in rilievo anche questo gravissimo pericolo. Secondo Lei è un rischio reale?

R: Diceva sempre il Beato von Galen nella sua omelia: «Chi allora potrà avere ancora fiducia nel proprio medico? Può darsi che egli dichiari il malato come “improduttivo” e gli si ordini di ucciderlo. È inimmaginabile quale imbarbarimento dei costumi, quale generale diffidenza saranno portati entro le famiglie, se questa dottrina sarà tollerata, accettata e seguita. Guai agli uomini, guai al nostro popolo tedesco, se il sacro comandamento divino: “Non uccidere”, che il Signore ha annunciato tra tuoni e lampi sul monte Sinai, che Iddio, nostro creatore, ha impresso sin dall’inizio nella coscienza degli uomini, non soltanto sia trasgredito, ma se tale trasgressione sia perfino tollerata ed impunemente messa in pratica». Parole profetiche.

D: Tornando a Charlie Gard, ora quindi la vicenda sembra chiusa e l’epilogo tristemente scontato.

R:
In teoria la possibilità di invocare l’art. 56 sarebbe ancora percorribile, e quindi il piccolo Charlie si potrebbe sottrarre alla condanna a morte, ma i genitori hanno ormai deciso di arrendersi.
Occorre, pertanto, prendere atto della realtà e confidare sempre nella Provvidenza ricordando che Dio sa scrivere dritto anche su righe storte. Non è la prima volta, del resto, che da un grande male sia scaturito un grande bene. Forse anche al piccolo Charlie è riservato il destino della parabola evangelica del chicco di grano che deve morire per portare frutto.