«Ve lo diamo solo se lo lasciate (fate) morire» #CharlieGard

I giudici, questa l’assurdità del caso, hanno dato ragione ai medici sulla base del concetto del “miglior interesse” di un bimbo di appena dieci mesi. Solo che il “miglior interesse” di Charlie non sta nella “utilità del trattamento”, ma nella “utilità della sua vita” in quelle condizioni. Se volessimo sintetizzare, dovremmo dire di essere in presenza del primo caso di EUTANASIA DI STATO per una democrazia occidentale.
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Riflettendo sul caso del piccolo Charlie ho pensato a quanto significative siano le parole di Chesterton: «La verità è che il mondo moderno ha subìto un tracollo mentale, molto più consistente del suo tracollo morale». 

Infatti, non più che a quelle parole si può pensare dopo aver appreso la notizia che il Great Ormond Street Hospital, dove è “detenuto” (così si potrebbe dire) il piccolo Charlie, si è detto disponibile a lasciarlo trasferire presso l’ospedale del Bambin Gesù, solo alla condizione, vincolante, che l’ospedale del Vaticano dia corso alle sentenze dei tribunali inglesi. Sentenze che prevedono la morte del piccolo per asfissia, fame e sete. Morte crudele, tanto che il “protocollo” prevede la classica fiala di morfina che attenua o annulla le sofferenze. Ovviamente l’ospedale del Bambin Gesù ha rifiutato questa assurda pretesa.

Nel caso di Charlie, i tribunali inglesi, compresa la CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), non avrebbero dovuto dare una risposta definitiva alla domanda su chi, tra i medici ed i genitori, dovesse avere l’ultima parola, semplicemente perché vi era ancora una possibilità. E quando vi è ancora una “porta aperta”, sia pure piccola e sperimentale, l’unica strada percorribile è quella consentire il trasferimento del paziente presso un’altra équipe medica, quella richiesta dalla libera scelta dei genitori.

Inoltre, nei casi limite come quelli di Charlie dove esiste soltanto la possibilità di una cura sperimentale, la quale, proprio perché sperimentale, nulla può garantire, gli unici ad essere i veri “titolari” della situazione non sono i medici, non sono nemmeno i giudici, ma sono solo e soltanto i genitori o i pazienti stessi (nel caso, ovviamente, questi ultimi siano nelle condizioni di esprimere una cosciente decisione). Infatti, sono solo queste le persone titolate a decidere se sottoporre (o sottoporsi) i loro cari a terapie sperimentali, perché gli esiti, positivi o negativi che siano, ricadrebbero su di loro. La scienza (e tutti noi), d’altra parte, non potrebbe che avvantaggiarsene in termini di avanzamento. Ma questo aspetto, si faccia attenzione, è secondario rispetto alla decisine del paziente o dei suoi cari. Il papà di Charlie, infine, aveva ben chiaramente detto che se quella ultima possibilità terapeutica americana si fosse rivelata vana, lui e sua moglie si sarebbero affidati alla mano del Signore.

L’unicità del caso di Charlie, e per questo ne fa uno spartiacque nella storia del rapporto Stato-Persona delle democrazie occidentali moderne, sta nel fatto che l’ospedale non solo ha deciso di sospendere le cure di sostegno vitale (ventilazione, cibo e acqua), ma ha altresì, e autoritariamente, stabilito che tale decisione si ponga al di sopra della volontà dei genitori che avevano richiesto di far curare il figlio da altri medici, pur senza gravare sulle casse della sanità pubblica di un solo penny. Di più, hanno impedito ai genitori di portare a casa il loro bimbo per accompagnarlo, nella tenerezza del loro abbraccio, nelle mani del Signore. E i giudici, questa l’assurdità del caso, hanno dato ragione ai medici sulla base del concetto del “miglior interesse” di un bimbo di appena dieci mesi. Solo che il “miglior interesse” di Charlie non sta nella “utilità del trattamento”, ma nella “utilità della sua vita” in quelle condizioni. Se volessimo sintetizzare, dovremmo dire di essere in presenza del primo caso di EUTANASIA DI STATO per una democrazia occidentale.

Posto, però, che i genitori di Charlie sono persone del tutto normali, non irresponsabili o violente, questa decisione della giustizia di togliere loro la patria potestà e di consentire che si imponga la morte al bambino contro la loro volontà solleva la seguente cruciale domanda: ma Charlie appartiene ai suoi genitori o allo Stato?

Rispondere ad un tale interrogativo significa affrontare una situazione che è paradigmatica di un quadro più generale che si va sempre più delineando nei suoi contorni, e che vede il rapporto Persona-Stato sempre più capovolto. Non è più lo Stato, attraverso i servizi offerti, ad essere al servizio della Persona, ma è quest’ultima ad essere completamente sottoposta ai suoi voleri. Lo Stato tende sempre più ad avere il potere di vita o di morte sui suoi “sudditi”, specialmente quando questi siano gravemente malati.

Infatti, nella società occidentale sta prendendo sempre più piede un cambiamento culturale di stampo nichilistico che tende a destabilizzare la persona, scardinandola dal suo fondamento: la dignità. Un attributo, la dignità, che non è concesso dallo Stato, ma che gli pre-esiste e lo trascende. 

La destabilizzazione della persona passa attraverso la distruzione della famiglia, e quindi dei suoi diritti genitoriali. Lo Stato supporta la famiglia finché questa di adegua ai suoi canoni, ai suoi desiderata. Ove ciò non avvenisse, lo Stato la rimpiazzerebbe nell’esercizio dei suoi doveri genitoriali.

Un esempio di quanto detto sono stati i numerosi casi di genitori, soprattutto in Germania, che sono stati denunciati, ed a volte anche messi in prigione, perché si sono rifiutati di far seguire a scuola ai loro bambini corsi di ideologia gender imposti dalla scuola statale. 

Da qualche parte ho letto che nel secolo scorso un sociologo di Harvard, chiamato Carle Zimmerman, ha riscontrato che nella storia dell’umanità vi è sempre stato un forte legame tra la famiglia e la civiltà. Ad una forte tenuta e valorizzazione della famiglia è sempre corrisposta una tenuta della civiltà. D’altra parte, in presenza di una famiglia fragile o sgretolata è sempre conseguito un decadimento della civiltà. 

Alla luce di quello che sta avvenendo, quel sociologo deve avere una qualche ragione.

In conclusione, nel riflettere sul caso umanamente toccante e drammatico di Charlie, dovremmo pure mettere in luce le coordinate nichilistiche che lo sottendono e che lo inseriscono in un quadro culturale molto più ampio e preoccupante.

Il piccolo Charlie e la cecità di Saturno