Potevo averne cura io

#Settimo Torinese, è morto il bimbo gettato dal balcone appena partorito

“Santo cielo, poteva portarlo a casa mia!” ho esclamato quando ho sentito la notizia del ritrovamento del piccolo neonato a Settimo Torinese, trovato da un giovane, soccorso da un netturbino e morto poco dopo a causa delle lesioni riportate.
Poi le notizie si rincorrono, il bimbo era nato da poco, pesava più di tre chili, forse è stato gettato dal balcone. Non riesco ad immaginare una mamma che dopo i dolori del parto, che dopo aver finalmente tra le braccia suo figlio se ne disfa come un rifiuto ingombrante, un problema da risolvere.
Non riesco a capire, quante volte “li strozzeresti” quando ti fanno perdere la pazienza, ma in realtà sai che sono il bene più prezioso, tuoi ma non tuoi.
Eppure, non è una ragazzina, eppure, ha un marito che sostiene di non essersi accorto della gravidanza (boh!) eppure, assomigliamo un po’ tutti a quella mamma.
Boato di indignazione, vi ho sentiti.
SI, le assomigliamo perché ci siamo abituati all’idea che si possano scegliere i figli, selezionare come le mele in una cesta - buona, ammaccata – le assomigliamo perché non ci scandalizza, ma che dico, nemmeno disturba più, l’idea che ci possano essere bambini partoriti e subito ceduti alle braccia di coppie paganti. Facciamo finta di non sapere che ci sono aborti “terapeutici” che servono ad eliminare bambini che non sono “perfetti” quelli con la sindrome di down, ad esempio, fai una bella amniocentesi, ti dicono che qualcosa non va come vorresti e tu puoi scegliere se accettare la realtà, o chiederle una seconda chance, senza sapere che questo figlio lo conterai per sempre, perché ti è entrato nella carne e nel cuore.
E’ diventato normale chiedere “hai già fatto l’amniocentesi?” Già, l’ecografia per sapere se tutto è ok, per veder il cuore che batte ed emozionarsi alla vista di quell’essere così minuto e già formato, poi la morfologica per accertarsi che tutto vada bene e poi una bella amniocentesi di routine e se non la fai sei quasi un’incosciente, eppure quel cuore che batte è quello di tuo figlio. Sempre.
Siamo anestetizzati, ci sembra tutto “frutto della modernità”, inevitabile, poi una mattina che sembrava uguale a tante altre, un netturbino si trova un piccolo tra le braccia, lo vede, assiste ai suoi ultimi respiri e di certo non lo scorderà.
Allora ti vien da dire, - potevo pensarci io, potevo averne cura io – Ed è così, dovremmo avere cura della vita ogni giorno, di quelli nati e di quelli che vorrebbero nascere, perché il mondo si migliora vivendolo, perché la vita è una cosa così rara, importante, imprevedibile che va protetta come un’opera d’arte.