Alla ricerca del padre

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Su un blog di fotografia Jessica presenta un suo lavoro:
“Questo progetto è nato per caso a causa della coincidenza di eventi che, a volte, sembra arrivino tutti nello stesso momento ed in una maniera incontrollabile.
Infatti, nello stesso periodo in cui frequentavo la scuola di fotografia, due anni fa in Novembre, ho incontrato mio padre per la prima volta nella mia vita. Lui se n’era andato quando ero una bambina ed io non avevo nessun ricordo di lui, ad eccezione di una foto, l’unica che mia madre non aveva tagliato. Così ho iniziato a lavorare sulla mia storia passata, ho preso la mia auto, il mio portatile ed ho preso appunti su di me, sulla mia storia, su tutte le cose che non conoscevo e delle quali non avevo mai chiesto.
Ho aperto i miei occhi, ho percorso chilometri assieme a tutte le mie domande e alla mia curiosità, sono andata nel luogo dove tutto è successo, dove la mia persona ha preso forma, dove erano state scattate le fotografie. Ed ho scoperto che tutte queste cose dentro di me non significavano niente, che stavo cercando me stessa nei luoghi che non erano me. Così ho deciso che avrei dovuto guardare meglio e che così sarebbe stato più facile perché avrei trovato me stessa lì, tra le ragnatele di una casa abbandonata o tra gli oggetti dispersi per la strada. Stavo cercando un’assenza, una disfunzione là dove tutto sembra funzionare perfettamente, qualcosa di non completo. Così ho trovato me stessa, ho iniziato a parlare di tutte le ferite che quell’assenza aveva lasciato, anche dove non sembrava l’avesse fatto.
Sono Jessica, ho 25 anni e vivo a Bologna. Lavoro come operatrice legale e sociale presso una struttura di accoglienza per donne richiedenti asilo ed ho studiato fotografia a Spazio Labò.”
Jessica è una giovane donna di 25 anni che non ha conosciuto il padre, di lui conservava una sola fotografia e racconta in così poche righe questo dolore, questo vuoto che sta cercando di riempire, di superare, di vivere.
Il pensiero è andato a quelle generazioni di bambini nati grazie agli uteri in affitto, allo scambio di ovuli, alla donazione di sperma, ai pasticci che stiamo facendo in nome di un amore, che poi non è altro che il desiderio di un adulto di farsi da sé.
Una volta si diceva “A Dio piacendo” e questo già diceva di un destino che sapevamo non essere nelle nostre mani. - Ci vediamo l’estate prossima, a Dio piacendo – Speriamo di avere un figlio, a Dio piacendo. -
Oggi si ricorre alla scienza che molto può fare, tranne sanare i vuoti del cuore, tranne dirci di chi siamo figli, perché proprio a me è capitato il destino di non sapere chi è mia madre, chi è mio padre?
Quale storia raccontano i geni di cui sono fatto?
Quanti uomini e donne non avranno nemmeno una foto a cui aggrapparsi, nemmeno la speranza di guardare in faccia la madre o il padre?
Con questo dolore siamo chiamati a fare i conti negli anni a venire. Prepariamoci, ma chiediamoci anche se davvero questo assemblare uomini è amore, oppure altro non è che lo smarrimento degli uomini che credono di poter gestire la vita e la morte.