Chiesa e psicologia: se ne può parlare?

Stefano Parenti replica a Mastrofini su «Chiesa e psicologia». Un confronto approfondito
Autore:
Parenti, Stefano
Fonte:
CulturaCattolica.it
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In un pomeriggio di ferie dello scorso Natale, costretto a cullare per la città il mio terzogenito da poco arrivato (pena: pianti e lacrime!), trovai rifugio dal freddo presso la biblioteca comunale. Dopo aver girovagato tra alcuni reparti d’interesse, l’occhio fu attirato da “Psicologia contemporanea”, una delle riviste di psicologia più divulgate. Solitamente evito tali letture, perché sono il veicolo di concezioni alquanto discutibili, al di là della facciata apparentemente “scientifica”. Il direttore del numero che presi tra le mani era ancora la celebre Anna Oliverio Ferraris, la quale ha più volte proposto ricostruzioni storiche opinabili nei confronti del cristianesimo e del medioevo. Ricordo, ad esempio, un suo libro in cui si trovano i seguenti giudizi: “Per quanto riguarda l’impegno nel mondo, la posizione dei primi cristiani assomiglia a quella dei filosofi stoici romani. […] Il valore infinito dell’individuo cristiano era direttamente connesso alla svalutazione delle cose di questo mondo [...]. Una tappa importante per l’impegno attivo dell’uomo nel mondo occidentale è rappresentata dalla riforma protestante, e in particolare dal ruolo svolto da Calvino (1509-1564). Con lui declina il dualismo presente fino a quel momento nel mondo occidentale cristiano [...]” (Anna Oliverio Ferraris, La ricerca dell’identità, Giunti, Firenze 2002, pp. 46-48). Nonostante, dunque, una certa diffidenza, non potei evitare d’interessarmi ad uno degli ultimi articoli del numero di maggio-giugno del 2016, dal titolo: “Chiesa, teologia, psicologia. I perché di un difficile dialogo”. Lo lessi cullando la carrozzina e poi ne richiesi una copia, per studiarlo con calma.

L’autore, Fabrizio Mastrofini, è psicologo e giornalista, autore di numerose pubblicazioni divulgative, molte delle quali riguardanti la Chiesa, ad esempio: Preti sul lettino (Giunti, 2010), Testimoni nell’era digitale. Comunicazione e vita consacrata (Rogate, 2010), Preti e suore oggi (con Giuseppe Crea, EDB 2012), Ratzinger per non credenti (Laterza, 2007), Per sempre? Come sono cambiati frati e suore in Italia (Cantagalli, 2009), Sette regole per una parrocchia felice (EDB 2016), Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza, 2006).
Al di là delle referenze, la riflessione di Mastrofini mi lasciò alquanto perplesso. Analizziamone i due punti principali.

L’articolo si apre con un’osservazione molto condivisibile: “Papa Francesco fa spesso riferimento alle “malattie” psicologiche che possono affliggere i sacerdoti, le suore, ma anche i vescovi”. I suoi numerosi interventi a riguardo “farebbero pensare che Papa Francesco affronti la complessità delle situazioni umane anche con un approccio psicologico”. Preso atto dei fatti, Mastrofini pone una domanda esplicita: “Tuttavia, qual è la posizione ufficiale della Chiesa nei confronti delle scienze psicologiche?”. Per rispondere vengono riassunte alcune argomentazioni pubblicate da La Civiltà Cattolica, giornale che, spiega Mastrofini, “esprime una linea ufficiale della Chiesa”.

Fermiamoci un attimo. La frase desta più di qualche dubbio. Forse il giornalista insinua l’idea che la rivista dei gesuiti si identifichi tout-court col Magistero? È vero che i suoi articoli possono passare al vaglio della Segreteria di Stato della Santa Sede, ma ciò non significa che essa sia il gazzettino ufficiale della Chiesa, che rimane sempre il Magistero firmato dal Papa. Ma anche: cosa significa “una linea ufficiale”? Se s’intende il giudizio della Chiesa, questo non può essere “una” ma “la” linea ufficiale. Bisognerebbe anche obiettare la premessa implicita sul perché la Chiesa “dovrebbe” esprimere una “posizione” nei confronti di una disciplina, il cui compito – lo ricordiamo – è la descrizione della realtà. Nella mia mente s’insinua un sospetto: che sia un’allusione al caso Galileo e ai tanti luoghi comuni su “l’ingerenza” della Chiesa? Quell’ingerenza che diversi studi, anche recenti (leggasi: Rodney Stark), hanno smentito? Un indizio non fa una prova, dunque procediamo oltre.

Cosa ha evinto Mastrofini dal giornale dei gesuiti? Che la posizione dell’autorevole rivista “è di ribadire sempre che le scienze (umane ed esatte) non possono esaurire o non possono ridurre a elementi razionali una questione complessa come la fede delle persone”. E sin qui, nulla da obiettare. Ma poi aggiunge: “In proposito si sottolinea l’idea teologica che “la Grazia” di Dio agisce sempre al di là delle limitazioni umane. Anche davanti a problematiche relazionali ed emotive accertate, queste sole non sarebbero motivo sufficiente per escludere un candidato dal sacerdozio, dovendo piuttosto lasciare spazio alla “Grazia” di Dio che vede oltre le persone ed è in grado di trasformarle”.

Dobbiamo fermarci di nuovo. Il ragionamento del giornalista solleva diversi problemi. Se fosse vero quanto Mastrofini riporta, una persona con tendenze omosessuali, ad esempio, potrebbe benissimo diventare sacerdote, quando nella realtà dei fatti un documento della Congregazione per l’Educazione Cattolica, emanato il 4 Novembre 2005, legifera che: “la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay” (Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri, n°2). Recentissimamente Sua Santità Francesco ha approvato un secondo documento, dedicato alla formazione dei sacerdoti (la Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis dell’8 Dicembre 2016) che riprende gli stessi principi per quanto riguarda i candidati al sacerdozio o agli ordini sacri che presentano tendenze omosessuali – agite o meno – e specifica più genericamente al punto 191 che: “Sarà, di norma, da evitare l’ammissione in Seminario di coloro che soffrono di qualche patologia, manifesta o latente (ad es., schizofrenia, paranoia, disturbo bipolare, parafilie, etc.), in grado di minare la discrezione di giudizio della persona e, di conseguenza, la sua capacità di assumere gli impegni della vocazione e del ministero”.

Dunque, le affermazioni di Mastrofini – che egli attribuisce agli articoli della Civiltà Cattolica – si pongono in contraddizione con i documenti del Magistero. Mi pare importante precisarlo per una corretta informazione. Bisogna inoltre aggiungere che le parole del giornalista sollevano diversi problemi logici: che la Grazia di Dio agisca al di là dei limiti umani può essere vero – anche se dire che operi “sempre” così, mi pare alquanto presuntuoso – ma qual è il legame con l’ammissione al sacerdozio? Siccome c’è la Grazia…tutto diviene lecito? Facciamo un esempio. Immaginiamoci uno studente che non abbia potuto preparare l’interrogazione per il giorno seguente. Fantastichiamo anche che la causa ultima dell’impreparazione non sia principalmente attribuibile alla sua volontà, ma ai genitori oppure ad alcuni imprevisti che lo hanno dirottato altrove per tutto il pomeriggio. Il giorno seguente l’insegnante lo chiama alla lavagna e lui “fa scena muta”. Quale voto darà allo studente? Un docente giusto attribuirebbe un giudizio negativo all’interrogazione ed aggiungerebbe un gesto di comprensione affettiva che abbia valenza educativa (“la prossima volta, fatti scrivere una giustificazione dai tuoi genitori!”, oppure, “fatti furbo! Se sai che hai l’interrogazione… studia anche di notte!”). Applichiamo, invece, la logica di Mastrofini. Siccome la Grazia divina – che “vede oltre le persone ed è in grado di trasformarle” –, un giorno, potrà fornirgli la luce sovrannaturale in grado di colmare l’ignoranza dell’intelletto, l’insegnante manderà a posto lo studente con una pacca sulla spalla, segnandoli una sufficienza sul registro. Mi pare una logica alquanto disumana.

Poiché Mastrofini non si schiera a favore della logica che attribuisce alla Civiltà Cattolica, ma la critica, puntando il dito contro la Chiesa che, nella sua ricostruzione, si sbilancia a favore della Grazia e, quindi, contro un utilizzo sapiente della psicologia, ho deciso di approfondire e di recuperare i riferimenti citati nelle note bibliografiche. Sorpresa: non c’è traccia alcuna di tali ragionamenti. Nel primo dei due articoli, firmato da padre Giovanni Cucci e padre Hans Zollner, leggiamo: “Per quanto sia teologicamente corretto sostenere che Dio può agire su tutto – dunque, anche su tutti i processi mentali (compresi quelli libidici e aggressivi), sia nell’ambito dell’inconscio sia in quello del conscio –, ciò normalmente si verifica comunque mediante le strutture psichiche esistenti: psicologia e spiritualità non possono essere considerati come mondi separati nell’esperienza di Dio”. I due gesuiti citano una classica riflessione della filosofia cristiana: “non si può non ricordare la verità dell’antica osservazione di san Tommaso, che la grazia lavora sulla natura; essa non è elemento magico o un corpo estraneo”. Riportano anche un significativo brano di Papa Paolo VI: “né si deve pretendere che la grazia supplisca ai difetti di natura”. Dunque: tutt’altro che un disequilibrio a favore della Grazia, come invece riportava Mastrofini. I gesuiti non propongono né uno spiritualismo disincarnato, tutto sbilanciato sulla Grazia, né uno psicologismo alieno all’intervento divino, bensì una posizione di equilibrio: “Il rapporto tra psicologia e religione non può dunque essere pensato nei termini di un aut-aut, bensì come un et-et”. L’articolo si conclude così: “L’esperienza religiosa cristiana apre a un orizzonte più vasto dell’ambito della psicologia, il che non significa tuttavia che essa sia divenuta superflua”. Bastano queste frasi per capire che le cose non stanno come Psicologia Contemporanea sostiene. Anche nel secondo degli articoli citati, scritto dal solo Giovanni Cucci e focalizzato su di un’interessante analisi dei rapporti tra gli autori della psicologia e i contributi cristiani, il punto d’arrivo è la proposta di un sostegno reciproco: “Su questo campo religione e psicologia sono chiamate a confrontarsi con maggiore serenità e interesse, ad ascoltarsi e ad ascoltare le persone che le accostano per i motivi più diversi”. Se c’è un approccio negativo, si legge nell’articolo del gesuita, esso è quello dello psicologo nei confronti della religione più che del religioso nei confronti della psicologia.

L’intero articolo di Mastrofini sembra, a questo punto, esserne un esempio. Egli descrive una posizione spiritualista attribuendola alla Civiltà Cattolica, per poi schierarsi a favore della scienza (psicologica in questo caso) la quale, “poverina”, ha bisogno di essere difesa da una Chiesa bigotta e trascendentalista. Cerchiamo di capire un secondo punto, ovvero il perché di tale ricostruzione.

Un aspetto positivo dello scritto di Psicologia Contemporanea è la domanda che Mastrofini si pone su quale psicologia si insegni nelle facoltà pontificie. È un interrogativo che si fanno in molti, come il sottoscritto: non si capisce perché si scelga di formare i futuri psicologi proponendo loro modelli teorici e pratici provenienti da filosofie distanti o quantomeno difficilmente conciliabili con la concezione di uomo sostenuta dalla Chiesa. Mastrofini nota che: “viene privilegiato un approccio cognitivo, umanista ed esistenzialista”, ma bisognerebbe aggiungere che in diverse università “cattoliche” Freud ed i suoi seguaci la fanno da padrone, specialmente in ambito clinico. Eppure delle alternative migliori esistono: perché non proporre l’insegnamento universale di Rudolf Allers e di Magda Arnold, ad esempio, i quali hanno deciso di fondare il proprio studio ed il proprio operato sull’antropologia di San Tommaso d’Aquino? Perché non coordinarsi con gli sviluppi della “scuola argentina” dell’Università Cattolica di Buenos Aires o dell’Institute for Psychological Science di Arlington che stanno recuperando il lascito dell’etica tradizionale dei vizi e delle virtù al fine d’inserirla nella prassi della psicoterapia contemporanea? Perché, infine, non proporre la ricostruzione storica sulle origini della psicologia così come delineata da Martin F. Echavarria (il cui libro, da Aristotele a Freud, è di recente stato pubblicato in italiano per la D’Ettoris editori), il quale mostra che ben prima di Freud esistevano pratiche millenarie quali la demonologia, il discernimento degli spiriti, la direzione spirituale, l’etica e, più in generale, la riflessione psicologica di san Tommaso d’Aquino?
Mastrofini pone la domanda sulle università non per avanzare queste tesi, ma per un altro motivo. Per lui il problema risiede nel fatto che la “psicologia è considerata una scienza subordinata alla teologia”. I sospetti iniziali sulla critica d’ingerenza da parte della Chiesa vengono così confermati. Secondo Mastrofini “si spiega così perché ai lavori [dei due recenti Sinodi sulla famiglia] non abbiano partecipato terapeuti familiari e perché nei due documenti finali si parli di “famiglie ferite” ma non si analizzi la portata dei conflitti interpersonali, le loro cause, né le dimensioni psicologiche dei rapporti interpersonali”. Anche per quanto riguarda i discorsi del Papa, Mastrofini ritiene che la prospettiva sia viziata dal seguente assunto: “i rapporti interpersonali vanno letti alla luce delle fede e non delle dimensioni proprie delle dinamiche relazionali”. Le conclusioni che l’autore azzarda paiono poco supportate dalle argomentazioni precedenti: “Sembra esistere un fraintendimento: per gli uomini di Chiesa mettere in luce le dinamiche più profonde o le motivazioni irrazionali ed emotive dei comportamenti significa mettere in discussione la fede delle persone. Un equivoco fatto apposta per collocare il clero (e le suore) in una sfera di “intoccabilità” psicologica?”. Ma non si era detto che il Papa si avvaleva proprio di “un approccio psicologico” per affrontare “la complessità delle situazioni umane”?

Se approfondiamo il giudizio che la Chiesa propone sulle teorie delle varie psicologie scopriamo, invece, ben altro. Innanzitutto che il Magistero ha più volte ribadito l’importanza della psicologia anche e soprattutto per la vita dei cristiani. Lo attesta, ad esempio, un bel discorso di Papa Pio XII (Allocuzione ai partecipanti al V Congresso Internazionale di Psicoterapia e di Psicologia clinica, 15 Aprile 1953), che così si rivolge agli psicoterapeuti: “Del resto, siate sicuri che la Chiesa accompagna con la sua calda simpatia e con i suoi migliori auguri le vostre ricerche e la vostra pratica medica. Voi lavorate su di un terreno molto difficile. Ma la vostra attività può raggiungere preziosi risultati per la medicina, per la conoscenza dell’anima in generale, per le disposizioni religiose dell’uomo e il loro sviluppo. Che la Provvidenza e la divina grazia illuminino il vostro cammino”. Altre prove emergono dalle diverse attenzioni che le varie congregazioni hanno mostrato nei confronti della formazione del carattere dei cristiani, come dei candidati ai ruoli di responsabilità poco sopra riportate. Scopriamo, però, anche un’altra cosa: che la Chiesa mette in guardia contro i fondamenti impliciti presenti nelle varie correnti della disciplina. La psicologia, infatti, non costituisce un sapere autosufficiente, autonomo da altre branche del sapere, poiché i suoi strumenti – teorici e pratici – si poggiano su di un terreno pre-esistente e più ampio che è quello dell’antropologia, ovvero della filosofia e della teologia. Per questo motivo, Papa Giovanni Paolo II disse: “[…] la visione antropologica, da cui muovono numerose correnti nel campo delle scienze psicologiche del tempo moderno, è decisamente, nel suo insieme, inconciliabile con gli elementi essenziali dell’antropologia cristiana, perché chiusa ai valori e significati che trascendono il dato immanente e che permettono all’uomo di orientarsi verso l’amore di Dio e del prossimo come sua ultima vocazione” (L’incapacità psichica e le dichiarazione di nullità del matrimonio. Discorso al Tribunale della Rota Romana, AAS, LXXIX (1987)1453-1459). Rudolf Allers – un autore che andrebbe meditato dai cristiani più di altri – sintetizzò il tutto definendo la psicologia come ancilla philosophiae (in Jorge Olaechea Cutter, Rudolf Allers. Psichiatra dell’umano, D’Ettoris editori, Crotone 2013, p. 97.).

Il problema, dunque, non è la pretesa di un’autonomia della psicologia dalla teologia – richiesta che ha il sapore di una impossibile autosufficienza. Bensì di un sapiente utilizzo della psicologia all’interno della gerarchia dei saperi. Ma tale utilizzo, a mio modo d’intendere la questione, è da sempre problematico, e rimarrà tale, finché gli psicologi non si porranno il problema dei fondamenti! Ben pochi hanno provato ad integrare le prospettive contemporanee con il lascito di due millenni di riflessione cristiana, e tra quelli che hanno tentato, pochissimi sono andati oltre una fusione a freddo tra i due saperi, che quasi sempre ha portato al “battesimo” di teorie e di prassi alquanto discutibili.

Per l’assenza di una riflessione critica sui presupposti delle psicologie contemporanee, la pars construens dell’articolo di Mastrofini, che si conclude descrivendo l’utilizzo del “test di personalità di Myers e Briggs – basato sulla Teoria dei Tipi psicologici di Jung – per cercare di comprendere e spiegare, anche al di là di quello che riguarda il clero in senso stretto, le dinamiche interne alla vita delle parrocchie e delle diocesi”, pare una soluzione alquanto fragile. Al di là dello strumento proposto – a cui, si potrebbe obiettare, potrebbe essere più opportuno anteporre altre metodologie, come la Story sequence analisys della Magda Arnold (si veda Herr V. V., Arnold M. B. & others, Screening Candidates for the Priesthood and Religious Life, Loyola University Press, Chicago 1962) – ancora una volta è assente una riflessione sui presupposti antropologici che ne sono alla base e che ne potrebbero minare l’utilizzo. La stessa Magda Arnold, studiosa ed appassionata lettrice di Jung, non ebbe peli sulla lingua nel dare un giudizio netto sulla concezione dell’uomo e del mondo dello psichiatra svizzero: “I cattolici non possono accettare la visione del mondo di Jung” (Si veda il mio Magda Arnold. Psicologa delle emozioni, D’Ettoris editori, Crotone, in stampa). Conclusioni sovrapponibili le indicano Jean-Claude Larchet (L’inconscio spirituale, San Paolo, Milano 2006, p.44 e ss.), Martin F. Echavarria (Corrientes de psicologia contemporanea, Scire, Barcellona 2010, p. 85 e ss.) e Roberto Marchesini (http://www.lanuovabq.it/it/archivioStoricoArticolo-cattolici-e-jungstoria-di-un-abbaglio-2068.htm).

Un piccolo errore all’inizio è un grande errore alla fine, recita una nota massima filosofica. Vogliamo dunque risolvere un problema creandone uno più grande? Dubito che l’utilizzo dei Tipi psicologici di Jung, così come propone Mastrofini, “renderebbero superata ogni discussione polemica tra psicologia e teologia”. L’obiettivo della Chiesa non è di “essere un luogo dove le persone possano sentirsi meglio accolte”, ma un luogo dove l’accoglienza sia un segno chiaro e consapevole della Presenza di Dio nel mondo.

La Chiesa attende dei valorosi professionisti che non abbiano paura di mettere in discussione le scuole psicologiche che li hanno formati, per votarsi al recupero della saggezza tradizionale e di una prassi che sia in piena sintonia con l’esperienza cristiana.