«Le suore spose»: facciamo chiarezza

Autore:
Mondinelli, Andrea
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Prende sempre più spazio il grande (voluto) equivoco dell’accompagnamento pastorale ai nostri fratelli e sorelle con tendenze omosessuali. Premesso che affibbiare l’etichetta omosex è già di per sé sbagliato, perché se cercano Dio con cuore sincero sono fratelli/sorelle nella fede. Punto. Il problema vero è come aiutarli nel loro cammino di fede, visto che l’omosessualità è un’inclinazione oggettivamente disordinata (CCC n. 2358). La risposta è, di per sé, semplice e vincente, ma non piace al mondo:

2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

È chiaro che, per il mondo, è assolutamente inaccettabile il richiamo alla castità in generale ed in particolare per le persone omosessuali, ma la Chiesa chiama alla castità, seconde le varie forme, tutti i fedeli. Castità che si esprime nell’astinenza per tutte le persone non sposate, non solo per quelle omosessuali. La Chiesa Chiama alla castità, nelle dovute forme, anche gli sposi (CCC 2362). Chiama alla castità tutte le persone, perché “la virtù della castità si dispiega nell’ amicizia. Indica al discepolo come seguire ed imitare colui che ci ha scelti come suoi amici, [Cf Gv 15,15 ] si è totalmente donato a noi e ci rende partecipi della sua condizione divina. La castità è promessa di immortalità. La castità si esprime particolarmente nell’ amicizia per il prossimo. Coltivata tra persone del medesimo sesso o di sesso diverso, l’amicizia costituisce un gran bene per tutti. Conduce alla comunione spirituale” (Catechismo della Chiesa Cattolica n.2347).
Se la castità è promessa di immortalità e la salvezza delle anime è la legge suprema della Chiesa (salus animarum suprema lex), allora la Chiesa deve accompagnare il percorso di ognuno di noi, pecorelle peccatrici, indirizzandolo su questa via. E qui nascono i problemi seri, qui sta la catastrofe. Per rendersene conto, basta leggere Avvenire o Repubblica (è la stessa minestra): “L’inchiesta di Avvenire sui gruppi cristiani lgbt «seguiti» in parrocchia” articolo di Luciano Moia pubblicato su Avvenire del 4 ottobre 2016, oppure “Concretezza per disinnescare il gender” di Chiara Giaccardi su Avvenire sempre del 4 ottobre 2016, “La lunga marcia dei gay credenti. “Con Bergoglio fuori dalle catacombe”” articolo di Paolo Rodari pubblicato su La Repubblica del 30 settembre 2016. Ma soprattutto, quello che scrivono e dicono i sacerdoti incaricati all’accompagnamento delle persone omosessuali credenti, come don Gianluca Carrega per la Diocesi di Torino (http://www.gionata.org/omosessuali-e-transgender-alla-ricerca-di-dio/ ).

Secondo don Gianluca Correga “in una società nella quale la religione ha ancora un legame significativo con le istituzioni sociali è inevitabile che l’allontanamento da un modo di vivere comune alla maggioranza della comunità si riverberi anche sull’esperienza comunitaria del rapporto con Dio che si vive concretamente nella Chiesa. E per i cattolici questo processo è ulteriormente complicato dalle condanne magisteriali degli atti omosessuali e del transessualismo. Un credente omosessuale o transessuale impiega poco tempo per capire che la sua posizione nella Chiesa non viene riconosciuta come tale, obbligandolo a un percorso di pericoloso avvitamento su se stesso”.

Avete notato la catastrofe, ossia il ribaltamento? La posizione (lgbtq) nella Chiesa non viene riconosciuta come tale, ma come oggettivo disordine. Che cattivoni questi cattoliconi senza misericordia alcuna!
Ma don Carrega dove vuole accompagnare queste persone lgbtq? Qui sta il nocciolo della questione: l’accompagnamento verso chi o cosa?

Che significa accompagnamento? Vediamo la risposta tradizionale e veramente cattolica, come bene spiega Guido Vignelli: “Per definizione, accompagnare significa seguire qualcuno per fargli compagnia o per proteggerlo. Nella prospettiva cristiana, l’unico accompagnamento valido è quello che riconduce l’uomo a Dio percorrendo la sola via di salvezza che è Gesù Cristo. Pertanto il pastore deve guidare il gregge facendolo «camminare in modo degno della vocazione che avete ricevuto» (Ef. 4, 1), ossia santamente; tale guida deve realizzare la “conversione” della pecora traviata, nel senso di una “inversione di marcia” per riprendere la via verso l’Ovile.

Cosa s’intende oggi per accompagnamento? La nuova pastorale sottintende l’accompagnamento in un senso ben diverso, elevandolo a metodo terapeutico: essa infatti pensa che la compagnia sia il miglior conforto e la solidarietà sia la migliore medicina per le anime deboli. Secondo questa tesi, non bisogna preoccuparsi troppo se i fedeli hanno intrapreso una via sbagliata. L’importante sta nel non trattarli come se fossero minorenni da tutelare, tantomeno “anime traviate” o “pecore smarrite” da correggere, come si faceva una volta; infatti bisogna evitare d’imporre a loro una meta prestabilita pretendendo di discernere quali sono le vie predisposte da Dio. Parafrasando un vecchio slogan, si potrebbe dire che “la meta è nulla, la via è tutto”, per cui ogni via, per quanto pericolosa, purché sia scelta liberamente dall’uomo, conduce comunque alla meta della salvezza.
D’altra parte, la nuova teologia pretende che la divina condiscendenza accompagni sempre l’umano cammino, dovunque esso vada, senza metterlo in discussione. Ma allora, s’insinua che l’uomo debba seguire non tanto Gesù Cristo quanto il proprio destino; la meta non è più l’eternità ma il “punto omega” della evoluzione cosmico-storica (Teilhard de Chardin docet). Insomma, la sequela Christi è sostituita dalla sequela Hominis.
Alla fine del processo, si rischia di dimenticare l’insegnamento evangelico, secondo cui Gesù Cristo è la sola “via” dell’uomo, quella che lo conduce alla verità, alla giustizia e quindi alla salvezza eterna; secondo cui la vita eterna è la sola meta verso la quale bisogna incamminarsi; secondo cui i pastori hanno il dovere di guidare le pecore smarrite riportandole nell’Ovile.

Abbiamo, pertanto, due tipi di accompagnamento tra loro contrastanti: quello vero il cui scopo consistente nel cammino alla sequela di Gesù verso la vita eterna e quello falso che consiste nell’andare a zonzo dove capita, seguendo il luccichio del paese dei balocchi invece che il faro della dottrina e dei comandamenti. La prima via è quella della fede che salva, la seconda no.

Un luminoso esempio è dato dal Beato Card. J.H. Newman. Egli fu un educatore per eccellenza, ebbe sempre davanti a sé la coscienza dell’altro. Fu consapevole della sua responsabilità per le anime, come testimoniano in modo particolare le più di ventimila lettere che ci ha lasciato. Newman fu un pastore pieno di vitalità che si rivolse personalmente ad ogni persona. Non a caso scelse cinquant’anni più tardi come suo motto cardinalizio le parole “Cor ad cor loquitur”: si sentì toccato dal cuore di Dio e si impegnò a toccare il cuore, la coscienza del prossimo.
Qui torna prepotente il significato di coscienza. Newman descrive il nocciolo della questione: “Quanto alla coscienza, esistono due modalità per l’uomo di concepirla. Nella prima la coscienza forma soltanto una specie di intuito verso ciò che è opportuno, una tendenza che ci raccomanda l’una o l’altra cosa. Nella seconda è l’eco della voce di Dio. Ora tutto dipende da questa differenza. La prima via non è quella della fede, la seconda lo è” (John Henry Newman, Sermon Notes, Herefordshire – Notre Dame 2000, p. 327).

La questione decisiva è che solo la via della fede porta alla salvezza, alla vita eterna:

Il carceriere allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando si gettò ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, cosa devo fare per esser salvato?». Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». Atti 16,29-34

Per questo la verità è il primo e più importante atto di carità verso coloro che sono in difficoltà.
Allora, dove vogliamo accompagnare i nostri fratelli e le nostre sorelle? E noi da chi vogliamo essere accompagnati?

Sacro Cuore di Gesù, confidiamo e speriamo in Te.