Pasqua di Passione

Più di 45 cristiani copti uccisi in una Chiesa in Egitto dal fanatismo islamico. «Semen est sanguis christianorum»
Autore:
Costa, Luca
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Non sono passati nemmeno due giorni, e dalle home-pages dei siti Repubblica e Corriere della Sera sono già scomparsi riferimenti o aggiornamenti circa gli attentati di domenica in Egitto contro la comunità copta.
I Cristiani del Medio Oriente, custodi delle nostre radici culturali e spirituali, rischiano lo sterminio nell’indifferenza dell’Occidente


Ormai ci abbiamo fatto l’abitudine, ci siamo rassegnati. I cristiani del Medio Oriente sono perseguitati. È così. È una situazione alla quale assistiamo, inermi, al massimo connessi sul web, per seguire sviluppi e aggiornamenti dopo la strage del giorno. L’ennesima.
Di fronte al massacro di un popolo l’Occidente si comporta come un blocco di marmo: immobile osserva ciò che assume un’aurea di ineluttabilità, di inesorabilità.
Il cristianesimo è ormai destinato a scomparire dai luoghi che lo hanno visto nascere e crescere. Per il totalitarismo islamico, al quale la società civile musulmana sembra aderire (dato il silenzio assordante che segue i massacri dei cristiani), i cristiani non sono che invasori che insozzano dār al-islām. Così han deciso, che il mondo si adegui.

In Europa, i pochi che si inquietano per la sorte dei cristiani sono guardati con sospetto ed etichettati dai media come simpatizzanti di estrema destra. Pare che ricordare al mondo le radici millenarie che ancorano i cristiani al Medio Oriente sia oggi una specie di psicoreato di matrice fascista.
Per i guardiani del politically correct, manifestare solidarietà per dei cristiani puzza di islamofobia. Alcuni (sia a sinistra che nel mondo cattolico, ahinoi) denunciano preoccupatissimi il ritorno di una concezione identitaria del cristianesimo che sembrava tramontata con le dimissioni di Ratzinger.
Così, la denuncia di un genocidio su larga scala viene oggi presentata come una insopportabile cantilena reazionaria. E zitti tutti.
I cristiani devono sì scomparire, ma in silenzio, senza fare rumore, senza dar fastidio ai maître à penser del boldrinismo, impegnati ad inaugurare moschee brindando (col thé alla menta) all’islam: religione di pace.

Nemmeno il barbaro, atroce, attentato di domenica 9 aprile, Domenica delle Palme, in Egitto, è riuscito a destare le coscienze. Una strage. 45 morti. Reazioni? Nessuna. Washington? Nothing. Bruxelles? Rien de rien. Roma? Figuramose. Vaticano? no comment.

Eppure il nemico non si nasconde, non mente: l’islam sunnita non tollera più alcuna presenza cristiana in quella che considera una regione di sua proprietà e lo fa capire con grande chiarezza. Il messaggio è inequivocabile.
Se l’Europa non fosse costantemente impegnata in una scriteriata opera di scristianizzazione, capirebbe che attaccare i cristiani d’oriente e attaccare l’Europa è la stessa cosa. Siamo già noi stessi ad essere colpiti. Non c’è bisogno di essere né credenti, praticanti o altro per capirlo. Come diceva Benedetto Croce, noi non possiamo non dirci cristiani, e lo diceva perché aveva pienamente coscienza di quale fosse il DNA culturale della nostra civiltà, della nostra cultura, del nostro modo di definirci uomini, umani. Se avessimo ancora questa coscienza non ce ne staremo con le mani in mano ad assistere allo sterminio dei custodi delle nostre origini e della nostra memoria, di un popolo che è il nostro popolo, siamo noi.

Essere parte di una società che non si sente toccata, offesa, colpita, in prima persona dopo gli attentati di domenica 9 aprile in Egitto, riempie di amarezza. Ci si sente confusi, smarriti, sconfitti.

Da qui, in Europa, dove l’appartenenza a Cristo delle persone e delle nazioni si sgretola giorno dopo giorno, si osserva il destino dei cristiani del medio oriente. Sembrano così vicini, sembrano così lontani. Si osservano le immagini dopo gli attentati, si leggono le storie dei martiri. Sanno di essere in pericolo ma la loro testa sempre è alta, sono disposti a morire ma non a disertare la messa, la loro chiesa, la loro Chiesa. Questi uomini, che ai miei occhi sembrano eroi, fanno prova costante di qualità che in teoria non hanno nulla di straordinario. Amore della propria terra, pazienza, determinazione, fedeltà a Cristo, oblio di sé stessi, amicizia. Eppure tale eroismo, reale o apparente, mi stupisce perché è scottante e brucia il dubbio che tali qualità in tali momenti, in me, verrebbero a mancare. Troverei una scusa per nascondermi? Per disertare? Rinnegherei Cristo per salvare la pelle?

Ecco allora delinearsi più chiaramente il vero tratto determinante di questi cristiani d’oriente, così lontani e così vicini. Due parole semplici che legano insieme i monaci di Tibhirine, i cristiani libici, i copti di Alessandria e Tanta, i cristiani di Siria e Irak, i cristiani turchi e armeni, due parole che come uno schiaffo ci rimandano alle nostre origini, ai luoghi e ai tempi dei primi martiri: la fede e il coraggio.