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2017 08 09 NIGERIA - strage in chiesa MESSICO - Morto il sacerdote ferito il 15 maggio Pakistan - Cristiano avvelenato in Punjab dal suo «padrone» Uganda - Radio Pacis racconta le storie dei rifugiati dal Sud Sudan
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Oltre le ragioni preghiamo per i cristiani uccisi in Nigeria

NIGERIA - Droga e criminalità dietro al massacro nella chiesa di Ozubulu
È di 12 morti e di più di 20 feriti il bilancio della sparatoria nella chiesa di San Filippo a Ozubulu nello Stato di Anambra, nel sud della Nigeria avvenuta domenica 6 agosto.
Lo riferiscono all’Agenzia Fides fonti della Chiesa locale che ricostruiscono così l’episodio:
“Il bersaglio degli assassini era Aloysius Ikegwuonu, un importante trafficante di droga che ha guadagnato enormi somme di denaro in Sudafrica dove controlla una gang dedita allo spaccio di cocaina.
Tornato nel suo Stato natale, l’Anambra, Ikegwuonu ha investito una parte della sua “fortuna” nella costruzione di opera pubbliche come strade e altro, tra cui la chiesa dove è avvenuto il massacro, atteggiandosi a benefattore della popolazione locale, al punto che circolano su Internet video nei quali si vede Ikegwuonu distribuire denaro per le strade.
Gli assassini erano suoi ex complici che lo accusano di aver rubato loro la maggior parte dei proventi dello spaccio di droga.
Ieri, Ikegwuonu aveva organizzato una sorta di cerimonia di ringraziamento nella chiesa di San Filippo, ma all’ultimo momento era stato avvertito che il gruppo di ex complici aveva pianificato di attaccarlo. Quindi ha evitato di presentarsi alla cerimonia. Il gruppo di killer è entrato in chiesa e non trovandolo ha ucciso il padre di Ikegwuonu e le altre persone che erano intorno, pensando che fossero membri della famiglia”. (L.M.) (Agenzia Fides 7/8/2017)

MESSICO - Morto il sacerdote ferito il 15 maggio nella cattedrale metropolitana del Messico
“Mercoledì 2 agosto, il responsabile medico dell’unità di terapia intensiva del Istituto Nazionale di scienza Medica (INCM) ha annunciato che padre José Miguel Machorro presenta una situazione di morte cerebrale, per cui ci si aspetta solo che il cuore smetta di battere”, afferma un comunicato inviato all’Agenzia Fides dall’Arcidiocesi di Messico che annuncia la morte cerebrale di padre Machorro.
Il sacerdote era rimasto vittima il 15 maggio di un attacco all’arma bianca da parte di un individuo al termine della celebrazione della Messa nella Cattedrale Metropolitana del Messico (Vedi Fides 16 e 19/05/2017).
Da allora le condizioni di Padre Machorro si sono aggravate al punto che il 1° d’agosto era stato trasferito con urgenza all’Istituto Nazionale di scienza Medica (INCM). (CE)
(Agenzia Fides, 03/08/2017)

Pakistan - Cristiano avvelenato in Punjab dal suo «padrone»
Javed, 28 anni, ha lavorato per due anni come «schiavo» per un debito di 2500 euro. Ma quando l’ha ripagato il creditore islamico non l’ha lasciato andare

La schiavitù per debito continua a mietere vittime in Pakistan. Centinaia di individui o intere famiglie restano intrappolate nella rete di imprenditori e latifondisti senza scrupoli. Pronti a legare a sé i più poveri, concedendo loro crediti che non saranno mai in grado di cancellare. E anche quando ci riescono non è detto che il “padrone” decida di lasciarli andare. Anzi. Spesso gli ex schiavi, sfruttati fino allo sfinimento, vengono uccisi una volta terminato il “servizio”.
Proprio tale sorte sarebbe toccata a Javed Masih, cristiano 28enne di Faisalabad, popoloso centro della provincia del Punjab, assassinato – come hanno spiegato i familiari – da una dose di veleno somministrata dal creditore, un ricco musulmano, Tajamal Jatt, a cui Javed aveva chiesto, nel giugno di due anni fa, un prestito di 315mila rupie (circa 2.500 euro) per potere acquistare un’abitazione da destinare ai genitori. In cambio, firmando un contratto, si era impegnato a svolgere, per due anni, in condizione di totale dipendenza, attività domestiche e agricole per un minimo di 14 ore al giorno, sovente con un sovraccarico anche notturno quando gli veniva richiesto.

Due anni di sostanziale schiavitù, in cui il giovane ha anche subito umiliazioni e percosse da parte di Tajamal e dei fratelli Muzamal e Bilal. Javed ha sopportato senza reagire, sostenuto nel suo impegno anche dalla fede e dalla vicinanza della madre con cui si confidava. Proprio la madre ha segnalato i crescenti timori del figlio dopo che si era confidato con uno dei suoi aguzzini, Bilal, esprimendogli la speranza di potersi sposare e condurre una nuova vita alla scadenza del contratto. Quest’ultimo gli aveva detto chiaro e tondo che non si sarebbe mai affrancato da quel debito. A giugno, quando si è rivolto ai fratelli di Tajamal Jatt chiedendo loro di lasciarlo andare, ne ha ricavato solo insulti e minacce.
Poi sono arrivate intimidazioni sempre più esplicite. E infine un pestaggio davanti ad altri compagni di sventura. Alla fine, Javed si è “arreso” ai fratelli-schiavisti nel timore di ritorsioni sulla propria famiglia. Ma a quel punto era così prostrato da non riuscire più a sostenere i ritmi di lavoro precedenti. E i suoi “carcerieri” non hanno “perdonato”. Il 17 luglio scorso, mentre rientrava dopo aver acquistato un pesticida in pillole, si è sentito male. Nonostante le richieste, le suppliche, non è stato portato in ospedale: i suoi aguzzini lo hanno semplicemente scaricato davanti alla casa della madre. Quest’ultima ha tentato di farlo ricoverare il prima possibile. Ma un’autoambulanza è arrivata solo il mattino seguente, dopo un ulteriore aggravamento. Javed è arrivato in ospedale. E due ore dopo è morto. I sintomi che hanno portato al decesso tra atroci dolori sono descritti dai mass media pachistani come compatibili con l’avvelenamento da pesticida.
La famiglia ha sporto una denuncia contro Tajamal in cui chiede anche di considerare i segni di percosse e le ferite sul corpo di Javed come prove per procedere con un’indagine per omicidio. Per i fratelli-schiavisti si tratterebbe invece di suicidio, oppure di morte per cause naturali.
(…) (Stefano Vecchia, Bangkok mercoledì 2 agosto 2017 Avvenire)

Uganda - Radio Pacis racconta le storie dei rifugiati dal Sud Sudan
Una radio per dare voce a chi non ha diritti e per aiutare i popoli di diverse Nazioni a trovare un dialogo di pace. E’ questo, in Uganda, l’obiettivo di Radio Pacis, l’emittente cattolica della diocesi di Arua, nella provincia del Nilo Occidentale, fondata e diretta dal missionario comboniano padre Tonino Pasolini, che vive nel Paese africano da oltre 38 anni.
“Noi confiniamo con il Sud Sudan – racconta padre Tonino – dove c’è una situazione davvero molto grave a causa della guerra civile e della siccità. Ogni giorno circa 4 mila persone abbandonano il Paese e si rifugiano nel territorio della nostra diocesi. Purtroppo le emittenti europee e americane non parlano di questa tragedia. Radio Pacis lo fa”.
Infatti solo negli ultimi sei mesi sono oltre 750 mila i rifugiati giunti in Uganda dal Sud Sudan, spesso senza riuscire a portare via nulla dalle loro case. “Quando arrivano nei campi - continua padre Pasolini - vengono dati loro beni di prima necessità. Ma devono imparare a razionare il cibo che viene consegnato e spesso non è facile, viene data loro anche una zappa per poter coltivare un pezzettino di terra e contribuire così alla loro sopravvivenza” .
L’86% dei rifugiati è rappresentato da donne e bambini: “Un grande problema - racconta il missionario - è quello dell’educazione. Quando i ragazzi che frequentavano le scuole elementari o le superiori nel Sud Sudan arrivano in Uganda, tutti i loro sogni di studiare e di avere un’educazione per un futuro migliore vanno completamente in frantumi. Quindi ora le organizzazioni cercano di costruire delle scuole in modo da dare in qualche maniera una speranza a tutti questi giovani. Anche il governo ugandese ha aperto le sue scuole perché possano accogliere i rifugiati. Certo, non è facile, ci vogliono molti soldi e spesso non bastano neanche i sostegni delle organizzazioni umanitarie”.
Radio Pacis diventa allora l’unica voce per far conoscere al mondo la situazione dolorosa che vivono in quei campi ogni giorno. “Una volta alla settimana - spiega padre Tonino - in team di cinque persone saliamo in auto con tutte le attrezzature, raggiungiamo uno di questi campi rifugiati distanti circa 120 km. Facciamo delle tavole rotonde, che accolgono 100 o 200 persone. E lì, vogliamo ascoltare le loro storie, le loro difficoltà, come sono arrivate e quindi come possiamo aiutarli anche a capire che, se non diventano dei promotori di pace, non ci sarà futuro anche quando torneranno in Sud Sudan. Il nostro obiettivo è anche quello di trasmettere agli ugandesi la grande sofferenza dei rifugiati, perché si aprano sempre di più all’accoglienza di questi sfortunati fratelli”.
(06/08/2017 Radio Vaticana di Marina Tomarro)