2017 05 17 Egitto Nigeria Burundi Pakistan Indonesia Messico

EGITTO - Un altro cristiano copto ucciso nel Sinai settentrionale
NIGERIA - mons. Bagobiri: piano per eliminare i cristiani nel Nord
BURUNDI - Morto un sacerdote rapito ad aprile a causa dei maltrattamenti subiti
PAKISTAN - Cristiano pakistano condannato al carcere a vita per blasfemia
Pakistan - Nuovo rinvio per il processo ad Asia Bibi
INDONESIA - Condannato per blasfemia l’ex governatore cristiano di Giacarta
MESSICO - Sacerdote accoltellato nella cattedrale subito dopo la messa
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EGITTO - Un altro cristiano copto ucciso nel Sinai settentrionale
Si chiamava Nabil Saber Fawzy, era sposato e aveva due figli, il barbiere copto ucciso sabato 6 maggio ad al Arish, nel Sinai del Nord, durante l'assalto al suo negozio da parte di quattro uomini armati. La famiglia di Nabil – riferiscono fonti locali – faceva parte delle centinaia di cristiani che nel mese di febbraio avevano lasciato al Arish, dopo la sequenza di omicidi mirati contro i cristiani che avevano insanguinato la regione. Nabil aveva fatto ritorno alla propria casa da meno di due settimane, per riaprire il suo negozio di barbiere e riprendere il lavoro, mentre la moglie e i figli erano rimasti come sfollati a Port Said.
Nei mesi di gennaio e febbraio 2017 erano stati ben sette i cristiani del Sinai del Nord uccisi in omicidi mirati. Quando la serie di agguati mortali contro i cristiani di al Arish e del Sinai settentrionale era già iniziata, sedicenti affiliati egiziani all'autoproclamato Stato Islamico (Daesh) avevano diffuso un video-messaggio in cui rivendicavano la nuova campagna di violenze mirate contro i copti, definiti dai jihadisti come “la preda preferita”. Il video-messaggio esaltava la figura di Abu Abdullah al-Masri, il giovane attentatore kamikaze che lo scorso 11 dicembre si è fatto saltare nella chiesa di Botrosiya, nel complesso di edifici ecclesiastici adiacenti alla cattedrale copto-ortodossa del Cairo, provocando la morte di 29 persone. Anche Papa Francesco, nella recente visita in Egitto, ha reso omaggio ai martiri di Botrosiya. (Agenzia Fides 8/5/2017).

NIGERIA - mons. Bagobiri: piano per eliminare i cristiani nel Nord
“Il numero di cristiani uccisi aumenta ogni giorno e le fosse comuni sono disseminate attorno a noi. Il Governo nigeriano non soltanto fa poco o niente per fermare questa ondata di terrore, ma ritengo fornisca anche le armi agli estremisti”. Mons. Joseph Bagobiri, vescovo di Kafanchan in Nigeria, torna a denunciare ad Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) le violenze contro i cristiani perpetrate da un gruppo islamista di pastori nomadi Fulani nello Stato settentrionale di Kaduna. Violenze in aumento in tutta la Nigeria e di fronte alle quali – accusa – le autorità sembrano complici.
Terroristi fulani vicini a Boko Haram
“Questa organizzazione ‘sorella’ della setta islamista Boko Haram – racconta - ha mietuto mille vittime soltanto lo scorso anno”. L’ultimo episodio si è verificato il 15 aprile ad Asso, vicino Kaduna, mentre in una chiesa aveva luogo la Messa del Sabato Santo. Alcuni pastori fulani hanno ucciso dodici persone di cui dieci cattolici. “Ma a fronte di tante vite spezzate – denuncia mons. Bagobiri – non è stato effettuato alcun arresto, nonostante i colpevoli siano stati identificati. Gli esponenti governativi, sia federali che statali, sembrano essere molto più in sintonia con gli assassini che con le vittime”.
La complicità delle autorità
Secondo il presule questo si può spiegare con il fatto che gran parte della classe politica nigeriana appartiene all’etnia fulani, senza contare che fulani sono “anche i responsabili della Dogana, dell’Immigrazione e del ministero degli Affari interni. Quindi è molto semplice per loro trafficare armi lungo le frontiere senza alcun impedimento. E data la natura sofisticata delle armi in loro possesso è facile sospettare che queste siano fornite ai terroristi dai loro amici al governo o nell’esercito”.
Portare l’azione degli islamisti all’attenzione della comunità internazionale
L’attacco avvenuto il 15 aprile mostra infatti una perfetta pianificazione e l’utilizzo di risorse costose. “Ciò dimostra che il piano per la sistematica eliminazione dei cristiani è ben organizzato e finanziato”. Inoltre, il presule denuncia come la ridefinizione dei confini dei collegi elettorali abbia avuto il fine di escludere i cristiani dalla politica. Mons. Bagobiri chiede quindi ad ACS di portare all’attenzione internazionale l’attività terroristica perpetrata dagli islamisti fulani: “È ora che il mondo ne sia a conoscenza” . (L. Z.) (Radio Vaticana 08 05 2017

NIGERIA - In 3 anni Boko Haram ha assassinato oltre 4 mila bambini
Le azioni terroriste del gruppo terrorista Boko Haram dal 2014 colpiscono in particolare i bambini. Molti di loro vengono usati per gli attentati suicida. Il primo studio del segretario generale delle Nazioni Unite sui bambini e i conflitti armati (2013-2016) ha dimostrato che i minori continuano a soffrire crudeltà per mano di Boko Haram nella zona nord orientale della Nigeria. In tre anni hanno perso la vita oltre 4 mila bambini e 1.650 sono stati reclutati. Gli attacchi contro le comunità e gli scontri contro gli agenti della sicurezza hanno lasciato mutilati 7300 minori. Nel rapporto delle Nazioni Unite risaltano anche gli attentati suicida come seconda causa di morte tra i piccoli.
Da alcune testimonianze dei minori liberati emerge che la maggior parte vengono sequestrati, altri si arruolano per motivi economici o per pressioni familiari. In alcuni casi gli stessi genitori consegnano i propri figli per avere protezione o vantaggi economici. Le scuole sono gli obiettivi principali degli attacchi terroristici. Secondo l’ONU, almeno 1500 sono state distrutte dal 2014 e sono state registrate 1280 vittime tra studenti e professori. Dal 2014 sono stati sequestrati almeno 4 mila minori, abusati, obbligati a sposarsi e a convertirsi all’Islam.
(AP) (8/5/2017 Agenzia Fides)

BURUNDI - Morto un sacerdote rapito ad aprile a causa dei maltrattamenti subiti
Don Adolphe Ntahondereye, Vicario della parrocchia San Francesco Saverio di Gatumba (nell’ovest del Burundi al confine con la RDC), è morto ieri, 11 maggio, a due settimane dalla sua liberazione, a causa dello stress accumulato durante la prigionia.
Secondo l’Arcivescovo di Bujumbura, Mons. Ngoyagoye Evariste, “il prete, che non aveva lasciato il letto dell’ospedale dove era stato ricoverato dopo il suo rilascio, è morto a seguito dei maltrattamenti che gli sono stati inflitti e che hanno aggravato il suo precario stato di salute”.
Il 9 aprile don Ntahondereye era stato rapito insieme ad altre tre persone dopo essere caduto in un agguato stradale teso da un gruppo di uomini armati contro un bus, all’altezza del ponte Concorde, sul fiume Ruzizi. che separa Gatumba dal quartiere di Kajaga. I tre uomini sono stati liberati dopo 17 giorni di prigionia.
Secondo un altro prigioniero, Mathias Mijuriro, un orchestrale dell’orchestra nazionale Nakaranga, don Ntahondereye è uscito molto provato dalla prigionia. Il compagno di sventura del sacerdote afferma che i rapitori hanno costretto i prigionieri a percorrere a piedi lunghe distanze sulle montagne che si affacciano sulla città di Uvira nella vicina Repubblica Democratica del Congo. “A causa dello stress accumulato, il sacerdote faceva fatica a camminare. I nostri rapitori hanno dovuto sostenerlo. Se non fossi abituato a fare tutti i giorni a piedi il tragitto Gatumba-Bujumbura, anch’io non avrei potuto resistere” ha detto. (L.M.) (Agenzia Fides 12/5/2017)

PAKISTAN - Cristiano pakistano condannato al carcere a vita per blasfemia
Il cristiano Zafar Bhatti, falsamente accusato di blasfemia nel 2012 e processato, è stato condannato all'ergastolo da un tribunale di Rawalpindi. Lo apprende l'Agenzia Fides da fonti locali. Bhatti era stato accusato in base all'articolo 295 "c" del Codice Penale (uno dei commi che formano la cosiddetta Legge sulla blasfemia) e condannato per l'invio di messaggi di testo (sms) partiti dal suo telefono cellulare, che contenevano vilipendio verso l'Islam. Il cristiano negava le accuse e ha spiegato al giudice che la scheda telefonica incriminata non era stata attivata da lui.
Nel 2012 Zafar Bhatti era stato arrestato e portato in un carcere di Rawalpindi. Considerando le minacce alla sua vita, il processo a suo carico si è svolto nel carcere. L'ultima udienza si è tenuta il 24 aprile e il 3 maggio il giudice ha emesso la condanna a vita. Secondo avvocati cristiani consultati da Fides, i tribunali pakistani di frequente hanno condannato alla pena capitale quanti sono accusati di violare l'articolo 295 "c" ma, date le deboli prove contro Bhatti, questi è stato condannato all'ergastolo.
Come riferito a Fides, l'Ong CLAAS (Centre for Legal Aid, Assistance and Settlement), che fornisce assistenza legale gratuita a Bhatti, ha deciso di ricorrere in appello contro la decisione del tribunale, presentando un'istanza al tribunale di Lahore. Gli avvocati cristiani che hanno difeso Bhatti sono stati minacciati, da qui l'esigenza di spostare il procedimento a Lahore, dove vive anche la famiglia dell'uomo. Secondo gli avvocati, Bhatti meritava l'assoluzione per insufficienza di prove ma è stato condannato “a causa della pressione degli islamisti”.
Nasir Saeed, responsabile dell’Ong CLAAS afferma a Fides: "I giudici del tribunale continuano a emettere con leggerezza sentenze di condanna, in casi di persone accusate di blasfemia, rinviando la responsabilità ai tribunali di ordine superiore, senza comprendere come la loro decisione influisca pesantemente sulla vita degli accusati e delle loro famiglie. Passeranno alcuni anni prima che il suo caso sarà esaminato dall'Alta Corte, e fino a quel momento lui e la sua famiglia continueranno a soffrire ingiustamente”. “La legge sulla blasfemia in Pakistan - osserva - viene continuamente strumentalizzata e usata per vendicarsi in controversie personali”.
Di recente l'Assemblea nazionale del Pakistan ha approvato una risoluzione che chiede misure per impedire tali abusi e l'introduzione di alcuni strumenti di tutela. Tuttavia tali richieste hanno incontrato forte opposizione in movimenti e partiti islamici. (PA) (Agenzia Fides 5/5/2017)

Pakistan - nuovo rinvio per il processo ad Asia Bibi
Nuovo rinvio in Pakistan per il caso di Asia Bibi, la donna cristiana in carcere dal 2010 con l’accusa di blasfemia. L’udienza, prevista per la prima settimana di giugno avrebbe dovuto confermare o meno la sentenza di condanna a morte, comminata nel 2014 e sospesa nel 2015. Come lei, dagli anni ’80, circa 1300 persone sono state coinvolte dalla legge sulla blasfemia, che prevede l’ergastolo per chi offende il Corano e la pena di morte per chi offende Maometto. Il servizio di Michele Raviart:
Il 14 giugno 2009 la cristiana Asia Bibi, lavoratrice agricola, veniva accusata di essere indegna di trasportare acqua per le sue colleghe musulmane e di aver offeso Maometto nella discussione che ne è seguita. Da allora la donna, madre di cinque figli, è stata picchiata, violentata, condannata e tenuta in carcere in attesa della conferma o meno della sua condanna a morte. Come lei, dagli anni ’80, circa 1300 persone sono state coinvolte dalla legge sulla blasfemia, che prevede l’ergastolo per chi offende il Corano e la pena di morte per chi offende Maometto.
Ascoltiamo Shahid Mobeen, professore del pensiero e della religione islamica alla Pontificia Università Lateranense:

D. - Un’eventuale soluzione del caso Asia Bibi, e noi tutti speriamo con la sua liberazione, che conseguenze potrebbe avere in Pakistan?
R. - Asia Bibi non avrebbe molte possibilità di rimanere viva dopo la liberazione dalla prigione, perché anche se la prigione l’ha fatta soffrire a livello psicologico e a livello fisico, e malgrado l’insicurezza che lei vive 24 ore su 24 e la lontananza da suoi famigliari, allo stesso momento la protegge, in quanto tenerla in vita è diventato un caso simbolico. Per cui le istituzioni del Pakistan hanno interesse a difendere l’immagine del Paese e tenerla viva, ma nel caso in cui fosse liberata lei non potrebbe vivere una vita serena e tranquilla, perché poi i gruppi fondamentalisti cercheranno di agire contro la vita di Asia Bibi e dei suoi famigliari.
D. - Qual è la situazione dei cristiani in Pakistan e ancora più in generale quella di chi è sottoposto alla legge sulla blasfemia?
R. - Per i cristiani la situazione in Pakistan non è di semplice discriminazione. Quando un cristiano è falsamente accusato di blasfemia, non viene solamente preso di mira il singolo accusato, ma l’intera comunità ne soffre le conseguenze; noi abbiamo l’esempio di interi quartieri che sono stati bruciati, la coppia bruciata viva nella fabbrica dei mattoni è un altro esempio. Per cui in Pakistan non si può dire che c’è solamente discriminazione, ma è in atto una persecuzione. Lo Stato e il governo cercano di difendere le minoranze religiose, ma purtroppo alcune leggi che furono introdotte dagli anni ’70 in poi non permettono una certa libertà religiosa in Pakistan.
(Radio Vaticana 05 05 2017)

INDONESIA - Condannato per blasfemia l’ex governatore cristiano di Giacarta: i cristiani si aggrappano alla Pancasila
Un tribunale di Giacarta ha riconosciuto colpevole e condannato a due anni di carcere per blasfemia l’imputato Basuki Tjahaja Purnama, detto “Ahok”, cristiano di etnia cinese, ex governatore della capitale Giacarta. La Corte, nel verdetto di oggi, 9 maggio, ha disposto una pena più dura di quella richiesta dal pubblico ministero (che aveva domandato due anni di libertà vigilata), mentre gli avvocati di Ahok hanno annunciato che ricorreranno in appello.
E’ forte oggi il disappunto nei sostenitori di Ahok a Giacarta, mentre alcuni gruppi musulmani sono scesi in strada nella capitale per festeggiare dopo la sentenza.
“E’ una vicenda molto triste. I gruppi islamici radicali hanno influenzato questo verdetto e anche l’intera vicenda, inclusa la recente campagna elettorale. Possiamo solo dire che non è finita: la difesa ricorrerà in appello, mentre noi cristiani ci rimettiamo sempre alla giustiza di Dio, che è il Signore della storia”, osserva all’Agenzia Fides p. Agustinus Ulahayanan, Segretario della Commissione per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale dell’Indonesia.
Il sacerdote riferisce: “Possiamo imparare una lezione da questa storia. La parte positiva è vedere che, nonostante il disappunto dei cristiani e di molti settori della società, le reazioni sono pacifiche, restano nell’alveo della democrazia: i cristiani indonesiani credono al bene comune e nutrono un profondo rispetto per la Pancasila, la carta dei cinque principi alla base dell’Indonesia democratica”. L’aspetto negativo, invece, è questo: “Oggi prendiamo atto della debolezza del sistema giudiziario – rimarca p. Agustinus Ulahayanan – e dell’impatto che hanno ottenuto i gruppi radicali. C’è stata negli ultimi mesi una evidente strumentalizzazione della fede islamica ai fini politici e questo è un fenomeno che potrà ripercuotersi anche sulle prossime elezioni nazionali. Bisognerà monitorarlo e agire con sapienza”.
Il collegio dei giudici di una corte distrettuale di Giacarta del Nord ha dichiarato Ahok colpevole di blasfemia per aver citato impropriamente un versetto del Corano. Ahok era stato accusato di blasfemia ai sensi dell'articolo 156 del Codice penale. Il Pubblico Ministero, però, alla fine del procedimento, notando la debolezza delle prove e considerando diverse attenuanti, aveva suggerito un provvedimento di condanna più mite, che la Corte ha ignorato.
Alcuni giorni fa, migliaia di palloncini rossi e bianchi sono stati consegnati ad Ahok dai suoi sostenitori, cristiani e musulmani, e oltre 5.000 corone di fiori sono state inviate alla City Hall di Giacarta, sede dell’ufficio del governatore, come saluto ad Ahok, in segno di affetto e solidarietà. Il governatore ha infatti perso al ballottaggio le elezioni del 19 aprile e si preparava a lasciare l’incarico al nuovo governatore eletto, il musulmano Anies Baswedan, che entrerà in carica in ottobre. Ora Ahok è stato trasferito in un carcere di Giacarta. (PCP- PA) (Agenzia Fides 9/5/2017)

MESSICO - Sacerdote accoltellato nella cattedrale subito dopo la messa
Il sacerdote Miguel Angel Machorro, che ieri sera aveva appena finito di celebrare la messa delle 18 nella Cattedrale metropolitana di Mexico D.F. ed indossava ancora i paramenti sacri, è stato aggredito sull’altare da un uomo di una trentina di anni che gli ha inferto almeno tre pugnalate. Secondo i testimoni, alla richiesta di aiuto da parte del sacerdote, alcuni fedeli hanno chiamato i soccorsi mentre un altro gruppo di loro ha fermato l'aggressore e lo ha trattenuto mentre arrivavano le forze di sicurezza.
La Conferenza Episcopale Messicana, secondo le informazioni raccolte da Fides, ha confermato il grave fatto e il nome del sacerdote. L'Arcidiocesi di Mexico, in un breve comunicato, ha fermamente condannato l'aggressione e l’Arcivescovo, il Cardinale Norberto Rivera, ha chiesto di pregare per la salute del sacerdote, le cui condizioni sono gravi.
Un primo rapporto della Segreteria della Sicurezza di Città del Messico informa solo del nome dell’ aggressore, John Rock Schild, senza dare notizie della sua nazionalità o delle motivazioni del grave gesto. (CE) (Agenzia Fides, 16/05/2017)