Cultura >> Il calendario del marciapiedaio >> Da ricordare

21 Marzo. Benedetto e l'Europa oggi

Autore: Restelli, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it  E-mail: silvio.restelli@poste.it
Clicca per ingrandire

Oggi 21 Marzo (1617 - Pocahontas; 1729 - John Law ; 1983 - Ezio Franceschini; 1989 - Cesare Ludovico Musatti ; 1999 - Jean Guitton) muore nel 547 un uomo a cui noi europei dobbiamo molto, S. Benedetto da Norcia.

Così Antonio Livi nella sua breve storia della filosofia.
A questo periodo critico (quello della nascita della filosofia occidentale ndr) appartiene san Benedetto da Norcia (480-547), la cui opera, analoga a quella di Cassiodoro, costituisce un valore inestimabile, non solo nel campo della religione cattolica, ma anche per la filosofia e per tutta la cultura classica.
I monasteri da lui fondati, e perpetuati dai suoi monaci in Italia e in Europa, costituiscono l’unico rifugio, il solo scrigno in cui il patrimonio della sapienza classica e cristiana viene trascritto, custodito e trasmesso alle generazioni successive.

L’istituto cenobitico di Vivarium non ebbe, almeno immediatamente, grande risonanza, né ebbe lunga vita. E lo stesso monastero di Montecassino, distrutto dai Longobardi poco più di mezzo secolo dopo la sua fondazione, risorgerà verso la metà del secolo VIII.
Ma intanto la creazione di san Benedetto (la spiritualità monastica compendiata nel precetto benedettino «ora et labora», cioè sulla preghiera contemplativa unita al lavoro manuale) s’imponeva come modello a tutto l’Occidente, in Francia, in Germania e specialmente in Inghilterra. Dappertutto sorgono monasteri, dominati dallo stesso spirito di lavoro e di apostolato che nella vita cenobitica aveva infuso san Benedetto: dappertutto le sue regole trionfano. Per quel che riguarda l’Inghilterra e particolarmente l’Irlanda, la relativa tranquillità di cui esse godevano, al sicuro dalle invasioni barbariche, fu condizione favorevole per la intensificazione della cultura conforme alla tradizione romana. Anzi, vi fu in questi secoli come un rifluire della corrente culturale-religiosa da quelle regioni lontane nei paesi del continente, da cui erano partiti i pionieri, che uno o due secoli prima le avevano iniziate alla civiltà e al cristianesimo. Perciò san Benedetto è il pioniere dello sviluppo culturale, civile ed economico della società medioevale. La sua regola, infatti, costituisce non solo un complesso di norme religiose, ma è anzitutto un Codice pedagogico etico e sociale, che fermenta di perenne vitalità l’intero progresso della civiltà occidentale di tutte le epoche successive.

Per capire la sua importanza ci possiamo riferire alla presentazione della sua figura da parte di due grandi pontefici: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Il primo nella sua LETTERA APOSTOLICA 
SANCTORUM ALTRIX ; il secondo nella conferenza tenuta il 1 Aprile 2005 a Subbiaco dal titolo significativo, L'EUROPA NELLA CRISI DELLE CULTURE.
Mentre il primo cerca di individuare gli aspetti per i quali la figura di Benedetto rappresenta una testimonianza ineliminabile per tutti gli uomini, il secondo riflette sulla cultura europea odierna, cercando di recuperare l'insegnamento attuale di Benedetto per illuminarne la crisi.

Giovanni Paolo II
San Benedetto non propone una certa visione teologica astratta, ma partendo dalla verità delle cose, come è solito fare, inculca fortemente negli animi un modo di pensare e di agire, per il quale la teologia è trasferita nel vivere quotidiano. A lui non sta tanto a cuore di parlare delle verità di Cristo, quanto di vivere con piena verità il mistero di Cristo e il «cristocentrismo» che ne deriva.
E' necessario che la priorità da attribuire alla visione soprannaturale delle vicissitudini quotidiane, concordi con la verità dell'incarnazione: non è lecito all'uomo fedele a Dio dimenticarsi di ciò che è umano; egli deve essere fedele anche all'uomo. Perciò il dovere che dobbiamo assolvere, come si usa dire, in senso «verticale», e che si traduce nella vita di preghiera, è rettamente ordinato quando si armonizza strettamente con gli impegni che provengono dalla considerazione «orizzontale» della realtà, il più importante dei quali è il lavoro.
Nella convivenza monastica, quindi, sotto la guida di colui che «come si sa per fede, fa nel monastero le veci di Cristo» (S.Benedicti «Regula», 63,13; cfr. 2,2), san Benedetto indica la via da percorrere, via che si distingue per la grande discrezione ed equilibrio. Questa via, che associa solitudine e convivenza, preghiera e lavoro, deve essere percorsa anche da ogni uomo del nostro tempo - pur contemperando questi elementi in modo diverso secondo le condizioni di ognuno - perché possa attuare fedelmente la sua vocazione.
...5. Il volto dell'uomo spesso è rigato da lacrime, che, non sempre sgorgando da sincera compunzione o da gioia sovrabbondante, col loro prorompere spingono l'animo a pregare; spesso infatti le lacrime vengono sparse per dolore e angoscia da coloro che vedono calpestata la propria umana dignità e che non riescono a conseguire ciò a cui giustamente aspirano, né a ottenere un lavoro adeguato alle loro necessità e alle loro capacità.
Anche san Benedetto viveva in una società sconvolta da ingiustizie, nella quale la persona spessissimo era tenuta in nessun conto o stimata solo come una cosa; in quel contesto sociale strutturato in vari ordini, i diseredati venivano emarginati e considerati di condizione servile, i poveri sprofondavano in una miseria sempre maggiore, i possidenti si arricchivano sempre più.
Quell'uomo egregio, invece, volle che la comunità monastica poggiasse sul fondamento dei precetti del Vangelo.
Egli restituisce l'uomo alla sua integrità, da qualsiasi ordine sociale provenga; provvede alle necessità di tutti secondo le norme di una sapiente giustizia distributiva; ai singoli assegna uffici complementari e tra loro saggiamente coordinati; ha cura delle infermità degli uni, senza indulgere in alcun modo alla pigrizia; dà spazio all'operosità degli altri affinché non si sentano coartati, ma stimolati ad esercitare le loro energie migliori. In tal modo egli toglie il pretesto anche alla pur leggera, e alle volte giusta, mormorazione, creando le condizioni per la pace.
L'uomo, nella visione di san Benedetto, non può essere considerato una macchina anonima da sfruttare con l'unico intento di trarne i massimi profitti, affermando che l'operaio non merita alcuna considerazione morale e denegandogli la giusta mercede.
Si deve infatti ricordare che in quel tempo il lavoro era fatto ordinariamente da schiavi ai quali non si riconosceva la dignità di persone umane.
Ma san Benedetto ritiene il lavoro, per qualsiasi motivo esercitato, parte essenziale della vita, e obbliga ad esso ciascun monaco per dovere di coscienza. Il lavoro, poi, dovrà essere sostenuto «per motivo di obbedienza e di espiazione» (Pii XII «Fulgens Radiatur»: AAS 39 [1947] 154), giacché il dolore e il sudore sono inseparabili da qualsiasi sforzo veramente efficace. Questa fatica, pertanto, ha una forza redentrice in quanto purifica l'uomo dal peccato, e inoltre nobilita sia le realtà che sono oggetto dell'operosità umana, sia lo stesso ambiente nel quale essa si svolge.
San Benedetto, trascorrendo una vita terrena, nella quale il lavoro e l'orazione sono convenientemente contemperati, e così inserendo felicemente il lavoro in una prospettiva soprannaturale della vita stessa, aiuta l'uomo a riconoscersi cooperatore di Dio e a diventarlo veramente, mentre la sua personalità, esprimendosi in una operosità creatrice, viene promossa nella sua totalità. Così l'azione umana diventa contemplativa e la contemplazione acquista una virtù dinamica che ha una sua importanza e illumina le finalità che essa si propone.
Ciò non viene fatto soltanto perché si eviti l'ozio che ottunde lo spirito, ma anche e soprattutto per rendere l'uomo come persona cosciente dei suoi doveri e diligente, capace di crescere e di perfezionarsi nel loro compimento: perché dal profondo del suo animo si rivelino energie forse ancora sopite, il cui esercizio possa contribuire al bene comune, «affinché in tutto sia glorificato Dio» (1Pt 4,11).
Con ciò il lavoro non è alleggerito dal grave dispendio di energie, ma ad esso viene aggiunto un nuovo impulso interiore. Il monaco infatti, non malgrado il lavoro che compie, ma anzi attraverso il lavoro stesso, si congiunge a Dio, poiché «mentre lavora con le mani o con la mente, si dirige sempre continuamente a Cristo» (cfr. Pii XII «Fulgens Radiatur»: AAS 39 [1947] 147).
E così accade che il lavoro, anche se umile e poco apprezzato, tuttavia arricchito di una certa qual dignità, viene intrapreso e diventa parte vitale «di quella ricerca somma ed esclusiva di Dio nella solitudine e nel silenzio, nel lavoro umile e povero, per dare alla vita il significato di una orazione continuata, di un "sacrificium laudis", insieme celebrato, insieme consumato, nel respiro di una gaudiosa e fraterna carità» (cfr. Pauli VI «Allocutio ad Benedectinas Antistitas», die 28 oct. 1966: «Insegnamenti di Paolo VI», IV [1966] 514).
L'Europa è divenuta terra cristiana, specialmente perché i figli di san Benedetto hanno comunicato ai nostri antenati una istruzione che abbracciava tutto, insegnando appunto loro non solo le arti e il lavoro manuale, ma anche, specialmente, infondendo in loro lo spirito evangelico, necessario per proteggere i tesori spirituali della persona umana.
Il paganesimo, che in quel tempo da folte schiere di monaci missionari è stato trasformato in cristianesimo, torna oggi a propagarsi sempre più nel mondo occidentale, ponendosi come causa ed effetto di quella perduta maniera di considerare il lavoro e la sua dignità.
Se Cristo non dà alla azione umana alto e perpetuo significato, colui che lavora diviene schiavo - nelle forma portate dai nuovi tempi - della sfrenata produzione che cerca solo il guadagno. Al contrario, san Benedetto afferma la necessità impellente di dare al lavoro un carattere spirituale, dilatando i confini dell'operosità umana, così che questa si preservi dall'esasperato esercizio della tecnica produttiva, e dalla cupidigia del privato guadagno.

La dimensione paterna
6. Nella compagine sociale, che si è instaurata nei nostri tempi, e che qua e là acquista l'aspetto di una «società senza padri», il santo di Norcia aiuta a ricuperare quella dimensione primaria - forse troppo trascurata da quelli che hanno autorità - che chiamiamo dimensione paterna.
San Benedetto tra i suoi monaci fa le veci di Cristo, ed essi obbediscono a lui come al Signore, con i sentimenti che lo stesso Salvatore aveva per il Padre. A questa obbedienza - ascolto, propria dei figli, che in questo modo contribuiscono a configurare la figura del padre, risponde la penetrante considerazione che san Benedetto ha per tutti i monaci, avendo riguardo alla loro persona nella sua totalità. Questa attenzione lo stimola a curare diligentemente tutte le necessità della comunità.
Colui che esercita l'autorità, pur non trascurando nulla di ciò che attiene all'ordinamento della famiglia monastica, né gli affari materiali, ha cura soprattutto della condizione spirituale di ciascuna persona, poiché questa deve essere preferita a tutte le cose terrene e transitorie.
Nella considerazione di quegli elementi che nella vita terrena sono spirituali e fondamentali, l'abate è illuminato dal contatto che ha assiduamente con la parola di Dio, dalla quale attinge tesori nuovi e vecchi. A questa parola di Dio, il padre del monastero dovrà intimamente conformarsi, così che la sua azione divenga quasi un fermento della giustizia divina che si sparge nella mente dei figli.
Nelle deliberazioni da tenersi nell'ambito della comunità, san Benedetto concede piena autorità all'abate; la sua decisione non potrà essere impugnata. Questo non deriva dal fatto che l'autorità sia quasi stimata una dominazione assoluta, poiché il padre prende consiglio da tutti i fratelli, e da alcuni di loro in privato, senza alcun pregiudizio, nella persuasione che anche nelle cose di grande importanza «spesso il Signore svela quello che è meglio al più giovane» (S. Benedicti «Regula», 3,3).
Nel colloquio fraterno, l'abate ascolta le richieste di coloro che interpella perché accettino un particolare ufficio; ma per il bene del singolo e della comunità deve essere fermo nell'ingiungere cose che alle volte potrebbero anche sembrare impossibili; a lui dovrà stare soprattutto a cuore la promozione dei singoli, perché si sviluppino meglio, e tutta la comunità ne tragga incremento e vigore.
Il fine primario che deve prefiggersi il padre della comunità dovrà essere di aiutare i fratelli e guidarli con saggezza, in modo che appaia chiaramente che il primato è dato all'amore. Il padre, perciò, «faccia prevalere sempre la misericordia sulla giustizia» (S. Benedicti «Regula», 64,10; cfr. Gc 2,13), e cerchi più di farsi amare che temere, sapendo che egli «deve piuttosto giovare che comandare» (cfr. S. Benedicti «Regula», 64,14.8).
Consapevole che dovrà render conto di tutti coloro che gli sono stati affidati, l'abate ama i fratelli; con essi e per essi, svolgendo il compito di buon pastore, fa ciò che è più utile al bene di tutti, ciò che più conviene e quello che giudica essere più salutare. «L'abate deve infatti preoccuparsi intensamente e adoperarsi con ogni premura, accortezza e zelo, per non perdere nessuna delle pecorelle che gli sono state affidate... E imiti l'esempio del buon pastore, che lasciò le novantanove pecorelle sui monti e andò a cercare l'unica che si era smarrita, provando tanta compassione per la sua debolezza, da degnarsi di porsela sulle sue sacre spalle e di riportarla così all'ovile» (S. Benedicti «Regula», 27,5.8-9).
Il padre della comunità che deve guidare le anime, sappia che in questo ministero pastorale deve adattarsi alla diversa indole,di molti (cfr. S. Benedicti «Regula», 2,31); si conformi e si adatti ai singoli, affinché ad essi possa dare l'aiuto sicuro e preciso di cui hanno bisogno; sia paziente verso tutti, non tollerando tuttavia i peccati dei trasgressori; abbia in odio la prevaricazione, ma sia privo di risentimento e di zelo inopportuno e diriga i figli con magnanimità.
Questo modo di guidare gli altri con autorità, rivela un ulteriore aspetto dell'ufficio del superiore: parliamo della discrezione, che è misura ed equilibrio nelle deliberazioni e nelle decisioni, affinché non sorgano inutili mormorazioni. I singoli pertanto, se obbediscono con umiltà, non solo sono aiutati a oltrepassare i limiti angusti di ciò che ritengono utile per loro in quel momento, ma si elevano ad una più ampia visione del bene e della vita sociale, cooperando per dovere di coscienza e così raggiungendo quella libertà interiore che è necessaria perché ognuno arrivi alla maturità personale.

Benedetto XVI
La vera contrapposizione che caratterizza il mondo di oggi non è quella tra diverse culture religiose, ma quella tra la radicale emancipazione dell’uomo da Dio, dalle radici della vita, da una parte, e le grandi culture religiose dall’altra. Se si arriverà ad uno scontro delle culture, non sarà per lo scontro delle grandi religioni – da sempre in lotta le une contro le altre ma che, alla fine, hanno anche sempre saputo vivere le une con le altre –, ma sarà per lo scontro tra questa radicale emancipazione dell’uomo e le grandi culture storiche.
Così, anche il rifiuto del riferimento a Dio, non è espressione di una tolleranza che vuole proteggere le religioni non teistiche e la dignità degli atei e degli agnostici, ma piuttosto espressione di una coscienza che vorrebbe vedere Dio cancellato definitivamente dalla vita pubblica dell’umanità e accantonato nell’ambito soggettivo di residue culture del passato.
Il relativismo, che costituisce il punto di partenza di tutto questo, diventa così un dogmatismo che si crede in possesso della definitiva conoscenza della ragione, ed in diritto di considerare tutto il resto soltanto come uno stadio dell’umanità in fondo superato e che può essere adeguatamente relativizzato. In realtà ciò significa che abbiamo bisogno di radici per sopravvivere e che non dobbiamo perdere Dio di vista, se vogliamo che la dignità umana non sparisca. …

IL SIGNIFICATO PERMANENTE DELLA FEDE CRISTIANA
Questo è un semplice rifiuto dell’illuminismo e della modernità? Assolutamente no. Il cristianesimo, fin dal principio, ha compreso se stesso come la religione del logos, come la religione secondo ragione. Non ha individuato i suoi precursori in primo luogo nelle altre religioni, ma in quell’illuminismo filosofico che ha sgombrato la strada dalle tradizioni per volgersi alla ricerca della verità e verso il bene, verso l’unico Dio che sta al di sopra di tutti gli dèi. In quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale, al di là dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell’ordinamento statale, postulando così la libertà della fede. Ha sempre definito gli uomini, tutti gli uomini senza distinzione, creature di Dio e immagine di Dio, proclamandone in termini di principio, seppure nei limiti imprescindibili degli ordinamenti sociali, la stessa dignità. In questo senso l’illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana. Laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato. Nonostante la filosofia, in quanto ricerca di razionalità - anche della nostra fede - sia sempre stata appannaggio del cristianesimo, la voce della ragione era stata troppo addomesticata. É stato ed è merito dell’illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, ha nuovamente evidenziato questa profonda corrispondenza tra cristianesimo ed illuminismo, cercando di arrivare ad una vera conciliazione tra Chiesa e modernità, che è il grande patrimonio da tutelare da entrambe le parti.

Con tutto ciò, bisogna che tutte e due le parti riflettano su se stesse e siano pronte a correggersi. Il cristianesimo deve ricordarsi sempre che è la religione del logos. Esso è fede nel Creator spiritus, nello Spirito creatore, dal quale proviene tutto il reale. Proprio questa dovrebbe essere oggi la sua forza filosofica, in quanto il problema è se il mondo provenga dall’irrazionale, e la ragione non sia dunque altro che un "sottoprodotto", magari pure dannoso, del suo sviluppo, o se il mondo provenga dalla ragione, ed essa sia di conseguenza il suo criterio e la sua meta. La fede cristiana propende per questa seconda tesi, avendo così, dal punto di vista puramente filosofico, davvero delle buone carte da giocare, nonostante sia la prima tesi ad essere considerata oggi da tanti la sola "razionale" e moderna. Ma una ragione scaturita dall’irrazionale, e che è, alla fin fine, essa stessa irrazionale, non costituisce una soluzione ai nostri problemi. Soltanto la ragione creatrice, e che nel Dio crocifisso si è manifestata come amore, può veramente mostrarci la via.

Nel dialogo, così necessario, tra laici e cattolici, noi cristiani dobbiamo stare molto attenti a restare fedeli a questa linea di fondo: a vivere una fede che proviene dal logos, dalla ragione creatrice, e che è perciò anche aperta a tutto ciò che è veramente razionale.
Ma a questo punto vorrei, nella mia qualità di credente, fare una proposta ai laici. Nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di intendere e definire le norme morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide etsi Deus non daretur, anche nel caso che Dio non esistesse.
Nella contrapposizione delle confessioni e nella crisi incombente dell’immagine di Dio, si tentò di tenere i valori essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro un’evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e incertezze delle varie filosofie e confessioni. Così si vollero assicurare le basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità. A quell’epoca sembrò possibile, in quanto le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano innegabili. Ma non è più così. La ricerca di una tale rassicurante certezza, che potesse rimanere incontestata al di là di tutte le differenze, è fallita. Neppure lo sforzo, davvero grandioso, di Kant è stato in grado di creare la necessaria certezza condivisa. Kant aveva negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della pura ragione, ma nello stesso tempo aveva rappresentato Dio, la libertà e l’immortalità come postulati della ragione pratica, senza la quale, coerentemente, per lui non era possibile alcun agire morale. La situazione odierna del mondo non ci fa forse pensare di nuovo che egli possa aver ragione?
Vorrei dirlo con altre parole: il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo.
Dovremmo, allora, capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse.
Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici che non credono. Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno.
Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo.
La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui, ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto la porta all’incredulità.
Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri.
Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini.
Abbiamo bisogno di uomini come Benedetto da Norcia il quale, in un tempo di dissipazione e di decadenza, si sprofondò nella solitudine più estrema, riuscendo, dopo tutte le purificazioni che dovette subire, a risalire alla luce, a ritornare e a fondare a Montecassino, la città sul monte che, con tante rovine, mise insieme le forze dalle quali si formò un mondo nuovo.
Così Benedetto, come Abramo, diventò padre di molti popoli.
Le raccomandazioni ai suoi monaci poste alla fine della sua regola, sono indicazioni che mostrano anche a noi la via che conduce in alto, fuori dalle crisi e dalle macerie.
"Come c’è uno zelo amaro che allontana da Dio e conduce all’inferno, così c’è uno zelo buono che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna. È a questo zelo che i monaci devono esercitarsi con ardentissimo amore: si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore, sopportino con somma pazienza a vicenda le loro infermità fisiche e morali… Si vogliano bene l’un l’altro con affetto fraterno… Temano Dio nell’amore… Nulla assolutamente antepongano a Cristo il quale ci potrà condurre tutti alla vita eterna" (capitolo 72). (Benedetto XVI)

Articoli correlati



Pagina:  1  2  3  4  5


© Copyright 1995-2010 | CulturaCattolica.it | Privacy Policy |Credits