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Il calendario del 21 Marzo

Autore: Restelli, Silvio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it  E-mail: silvio.restelli@poste.it

Eventi

▪ 1413 - Enrico V diventa sovrano d'Inghilterra

▪ 1556 - A Oxford, l'Arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer è messo al rogo

▪ 1788 - Un devastante incendio distrugge buona parte di New Orleans

▪ 1800 - Viene eletto Papa Pio VII

▪ 1804 - In Francia Napoleone Bonaparte promulga il Code civil des Français, primo tentativo di raccogliere l'intero diritto privato vigente in un'unica fonte normativa scritta.

▪ 1918 - Prima guerra mondiale: inizia la seconda Battaglia di Somme (1918)

▪ 1928 - Festeggiamenti a Charles Lindbergh, autore del primo volo transoceanico

▪ 1933 - Dachau, il primo campo di concentramento nazista, viene completato

▪ 1935 - La Persia viene rinominata Iran

▪ 1945 - Seconda guerra mondiale: intervento delle truppe inglesi a Mandalay, Burma

▪ 1952 - Alan Freed presenta il primo concerto di rock and roll a Cleveland, Ohio

▪ 1956 - Anna Magnani riceve l'Oscar come migliore attrice per il film La rosa tatuata

▪ 1960 - Apartheid: massacro a Sharpeville, Sudafrica: la polizia apre il fuoco su un gruppo di dimostranti di colore uccidendone sessantanove e ferendone 180

▪ 1963 - Chiude il penitenziario federale USA di Alcatraz situato su un'isola della baia di San Francisco

▪ 1965 - Programma Ranger: la NASA lancia il Ranger 9

▪ 1975 - Roma: Berlusconi fonda la "prima" Fininvest Srl, che verrà fusa poi con la seconda

▪ 1980
  1. - Il presidente Jimmy Carter annuncia il boicottaggio degli Stati Uniti ai Giochi olimpici a Mosca in segno di protesta contro l'invasione sovietica in Afghanistan
  2. - Telespettatori anglosassoni in ansia per una svolta nella serie televisiva Dallas: il protagonista principale, J.R. Ewing, viene ferito da un colpo di pistola

▪ 1990 - La Namibia ottiene l'indipendenza dal Sudafrica dopo settantacinque anni

▪ 1999
  1. - Roberto Benigni riceve 3 Oscar con il film La vita è bella
  2. - Bertrand Piccard e Brian Jones diventano i primi circumnavigatori della terra in pallone aerostatico

▪ 2002 - In Pakistan lo sceicco Ahmed Omar Saeed è sospettato assieme ad altre tre persone del rapimento e dell'uccisione di un cronista dello Wall Street Journal

Anniversari

▪ 547 - San Benedetto da Norcia (Norcia, 480 circa – monastero di Montecassino, 21 marzo 547 circa) è stato un monaco e santo italiano, fondatore dell'ordine dei Benedettini. Viene venerato da tutte le chiese cristiane che riconoscono il culto dei santi.
Eccone la presentazione da parte di papa Benedetto XVI.
San Benedetto, è fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36).
Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato.
San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno.
Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione.
San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo.
Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo. 

Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi.
Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158).
Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente.
E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”. 


La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1).
Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma.
Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco.
Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”.
Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta.
Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé.
Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.

Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8).
In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo. 


Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio.
Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà.
Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione.
Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3).
Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35).
Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9).
In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7).
In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.

 All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13).
La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta. 

Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.
Papa Benedetto XVI (Udienza Generale 9.04.2008)

Thomas Cranmer (Aslockton, 2 luglio 1489 – Oxford, 21 marzo 1556) fu arcivescovo di Canterbury sotto i regni dei sovrani inglesi Enrico VIII ed Edoardo VI.
Il suo nome è legato alla redazione della prima edizione del Book of Common Prayer, pubblicato nel 1549, che pose le basi della liturgia anglicana e costituisce un'opera fondamentale per la sua influenza sull'evoluzione della lingua inglese. Condannato per eresia sotto il regno di Maria la Cattolica, fu arso vivo ad Oxford nel 1556: è venerato come santo dalla Chiesa anglicana che lo ritiene il suo primo martire.
La Chiesa d'Inghilterra ha fissato per la sua commemorazione la data del 21 marzo.

▪ 1617 - Pocahontas (c. 1595 – 21 marzo 1617) fu una donna, indiana d'america che sposò un uomo inglese, John Rolfe, e a Londra, sul finire della sua vita, divenne una celebrità.
Era la figlia di Wahunsunacock (conosciuto anche come Powhatan), che governò su un'area che comprendeva praticamente tutte le tribù vicine alla regione Tidewater della Virginia (chiamata Tenakomakah a quel tempo). I suoi nomi formali erano Matoaka e Amonute; Pocahontas era un soprannome infantile che faceva riferimento alla sua natura vivace (nella lingua Powhatan significa "piccola svergognata", secondo William Strachey. Dopo aver ricevuto il battesimo, cambiò nome in Rebecca, ed in seguito al matrimonio, Rebecca Rolfe.

▪ 1729 - John Law (Edimburgo, 21 aprile 1671 – Venezia, 21 marzo 1729) è stato un economista e finanziere scozzese integratosi in Francia.
La sua teoria monetaria, critica verso la moneta metallica e a favore della moneta cartacea, è stata a lungo trascurata, a causa del noto fallimento del “Sistema di Law” o “Sistema del Mississippi” da lui costruito. John Law si iscrive nella serie di autori quali Richard Cantillon, David Hume e François Quesnay che nella prima parte del XVIII secolo hanno dato il loro importante contributo all’analisi economica.

▪ 1906 - Carl von Siemens (Menzendorf, 3 marzo 1829 – Mentone, 21 marzo 1906) è stato un imprenditore tedesco.
Carl von Siemens è stato fondatore della sezione russa dell'azienda Siemens, fondata dal fratello Werner. Si occupò principalmente di collegamenti transatlantici. A lui si deve infatti la linea sottomarina fra l'Irlanda e New York (1874 - 1875).

▪ 1983 - Ezio Franceschini (Villa Agnedo, 25 luglio 1906 – Padova, 21 marzo 1983) è stato un latinista e docente italiano di letteratura latina medievale, oltre che rettore dell'Università Cattolica.
Nacque nella frazione di Villa di Strigno, ora accorpata in Villa Agnedo, secondogenito di quattro fratelli. Si laureò in lettere presso l'Università di Padova il 12 novembre 1928 con una tesi su" Liber philosophorum moralium antiquorum", con Concetto Marchesi. Dopo la laurea divenne incaricato e poi professore ordinario di Letteratura latina medievale all'Università Cattolica di Milano. Tra il 1929-1930 prestò il servizio militare come alpino e raggiunse il grado di capitano.

La carriera universitaria
Dal 1931 al 1934 fu assistente universitario "volontario" presso alla cattedra di Letteratura Latina di Padova.
Fu Preside dell'Università Cattolica dal 1953 al 1965 della Facoltà di Lettere. Già nel 1932 era entrato a far parte dell'istituto dei Missionari della Regalità di Cristo, fondato da Padre Agostino Gemelli, rettore dell'università, nel 1928; fu egli stesso a rifondare l'Istituto in qualità di Presidente, nel 1942.
Alla morte di Francesco Vito, fu eletto terzo rettore (1965-1968) e dovette fronteggiare il sorgere della contestazione studentesca del 1968. Le strutture più tradizionalistiche trovarono la sua azione che cercava un dialogo con gli studenti inadeguata. Approfittando del suo stato di salute precario, lo sostituirono nel rettorato con Giuseppe Lazzati, che seguì una linea di più decisa rottura con le istanze di rinnovamento.

L'antifascista
Nel 1943 appoggiò, insieme ad altri professori di diverso orientamento ideologico e politico la Resistenza. In particolare con Concetto Marchesi, fondò a Padova il gruppo FRAMA, dalle iniziali di Franceschini, Marchesi, che si prodigò soprattutto a favore dei militari internazionali prigionieri di guerra. A Milano, in una università in cui il rettore padre Agostino Gemelli era sospettato di rapporti stretti con il fascismo, Ezio Franceschini osò ospitare proprio nel laboratorio di psicologia di Gemelli, le riunioni del comando CVL. Per tali indubbi meriti partigiani fu membro della commissione di epurazione che presentò al comando americano la relazione che scagionò Agostino Gemelli.
In onore di Ezio Franceschini è stata istituita una fondazione per gli studi di letteratura latina medievale, presso la certosa del Galluzzo che conserva l'enorme patrimonio librario di Ezio Franceschini e che collabora strettamente con l'Università di Firenze.

▪ 1989 - Cesare Ludovico Musatti (Dolo (Italia), 21 settembre 1897 – Milano, 21 marzo 1989) è stato uno psicologo e psicoanalista italiano, fondatore della psicoanalisi italiana.
Nacque a Dolo, sul Brenta il 21 settembre del 1897. Il padre era socialista amico di Giacomo Matteotti e fu anche deputato al Parlamento Italiano. Subito dopo aver finito il liceo classico Giulio Cesare di Roma, si trasferì a Venezia per iscriversi a Matematica. Successivamente passò a Lettere e Filosofia.
A diciannove anni, fu chiamato al servizio militare. Fu assegnato a Roma; dopo un periodo di addestramento a Torino, fu mandato nel 1917 al fronte come ufficiale, con impegni marginali. Terminata la guerra, tornò a Padova per concludere gli studi. Scelse ancora la Facoltà di Filosofia, poiché alla cattedra di Psicologia Sperimentale vi era Vittorio Benussi, chiamato per chiara fama da Graz nel 1919.
Musatti si laureò nel 1922, e l’anno successivo divenne assistente volontario del Laboratorio di psicologia Sperimentale. Nel 1927 Benussi, a causa di una grave forma maniaco-depressiva si uccise con il cianuro, lasciando tutto nelle mani di Musatti e della sua altra assistente volontaria (e che poi divenne moglie di Musatti), Silvia De Marchi. Il suicidio venne scoperto da Musatti, che lo nascose per paura di possibili ripercussioni negative sulla psicologia italiana (all'epoca in una situazione di estrema fragilità e precarietà accademica, e sottoposta a forti pressioni sia da parte del regime fascista con le sue istanze gentiliane, che della Chiesa Cattolica). Solo negli anni ottanta Musatti rivelò che Benussi non era morto per un malore, ma per suicidio.
Nel 1928 Musatti divenne direttore del Laboratorio di Psicologia dell'Università di Padova. Fu il primo a far conoscere in Italia la cosiddetta Psicologia della Forma con importanti lavori di livello internazionale. Dopo aver diffuso in Italia la psicologia della Gestalt, divenne il primo grande studioso italiano di psicoanalisi.
Studiando la psicologia della suggestione e dell'ipnosi, il cui studio in Italia era stato avviato dal suo maestro Vittorio Benussi, approdò alla psicoanalisi freudiana, su cui tenne il primo corso universitario italiano presso l'Università di Padova (nell'anno accademico 1933-34), e di cui divenne uno dei primi e più importanti rappresentanti italiani. In Italia, le teorie di Freud negli anni trenta non erano state accolte bene, sia dalle Università che dalla Chiesa cattolica, anche a causa dell'ideologia culturale Gentiliana assunta dal Fascismo. La Società di Psicoanalisi fondata nel 1925 venne limitata a causa dell’opposizione alla psicoanalisi del regime fascista, e successivamente dalle leggi razziali del 1938, che colpirono pesantemente i membri ebrei della Società. Musatti venne allontanato, lo stesso anno, dall'insegnamento universitario e declassato ad insegnante di liceo.
Durante la guerra diresse il laboratorio di psicologia industriale presso la ditta Olivetti di Ivrea. Dal 1940 divenne professore di Filosofia presso il Liceo Parini di Milano.
Nel 1943 Musatti si ritrovò insieme a Lelio Basso, Ferrazzutto ed alcuni vecchi socialisti, con l'intento di creare un partito erede dell'antico Partito Socialista Italiano; gli fu dato l'incarico di trovare il denaro per una prima organizzazione, e di allacciare rapporti col Partito Comunista clandestino. Musatti continuò a lavorare anche durante la guerra, fino a quando fu costretto a trasferirsi a Ivrea, ospite dell’amico Adriano Olivetti. Qui, con il suo sostegno fondò un centro di psicologia del lavoro. Ricoprì anche l’incarico di Direttore della Scuola Allievi Meccanici, cioè di studenti destinati a diventare operai meccanici specializzati. Successivamente fu richiamato dall'Esercito per andare sul fronte francese.
Nel 1947, terminata la guerra, ottenne all'Università Statale di Milano la prima cattedra di Psicologia costituita nel dopoguerra in Italia, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, ove insegnò fino al 1967. Fu a Milano che Musatti ebbe il periodo più florido nella sua ricerca scientifica: gli studenti affollavano sempre le sue lezioni. Musatti fu il leader indiscusso del movimento psicoanalitico italiano nel primo periodo del dopoguerra, quando comparve il suo “Trattato di Psicoanalisi”, pubblicato da Einaudi nel 1949. Nel 1955 divenne direttore della “Rivista di Psicoanalisi”. A partire dal 1976 è stato il curatore della edizione italiana delle Opere di Sigmund Freud, della Casa Editrice Bollati Boringhieri di Torino.[2].
Nel 1971 sottoscrisse l'appello pubblicato sul settimanale L'Espresso contro il commissario Luigi Calabresi.
Musatti scrisse anche libri di letteratura, tra cui “Il pronipote di Giulio Cesare”, con il quale nel 1980 vinse il Premio Viareggio. Fu per due volte Consigliere Comunale di Milano, dove fu anche consulente del Tribunale dei Minori. Fu sempre sostenitore della pace, del progresso dei lavoratori, dell'emancipazione femminile, dei diritti civili.
Morì a Milano il 21 marzo 1989. Le sue ceneri sono conservate, secondo le sue ultime volontà, nel piccolo cimitero di Brinzio (VA).
A Dolo, suo comune di origine, gli è stata dedicata una località.

Musatti e il suicidio di Benussi
Anche dopo la rivelazione che si era trattato di un suicidio e non di una morte naturale, Musatti non parlò mai volentieri della morte del maestro. Nel generale silenzio dello studioso dolese emerge un’intervista uscita sul quotidiano spagnolo El Pais del 21 ottobre 1985, quattro anni prima della morte. Nell’articolo Musatti confessa di sognare a volte di essere portato in una caserma e di essere interrogato da un maresciallo dei carabinieri, sulla morte di tre delle sue quattro mogli, decedute in circostanze tragiche, oltre che sulla fine di Vittorio Benussi.
Alla fine colloquio il militare intima a Musatti di confessare di essere stato lui a uccidere il maestro, per succedergli nella cattedra. «Io gli rispondo – prosegue Musatti, da buon psicanalista – che sicuramente nel mio subconscio mi sono sentito responsabile per questa e per altre morti. Il commissario, che non capiva di subconscio, decide: “Mi spiace professore, ma devo arrestarla”. Io allora gli rispondo: ”Non è possibile commissario, perché si tratta di delitti commessi più di cinquant’anni fa, e quindi sono prescritti!”».

* 1999 - Jean Guitton (Saint-Étienne, 18 agosto 1901 – Parigi, 21 marzo 1999) è stato un filosofo e scrittore francese cattolico; papa Paolo VI lo nominò primo uditore laico al Concilio Vaticano II.
“L'ateismo non è soltanto macchinoso e raro, è anche un fenomeno recente, una bizzarria sostenuta da pochi e da poco tempo nel solo ambiente di certa intelligentia occidentale.” (citato in Vittorio Messori, Inchiesta sul Cristianesimo)
Nacque da una famiglia cattolica: il padre di corrente tradizionalista, la madre di corrente umanista, entrambi di estrazione borghese. Considerando che il nonno era di tendenze agnostiche, Guitton crebbe in un contesto culturale aperto alla diversità.
Studiò alla École normale supérieure di Parigi e si laureò in filosofia nel 1933. Fino al 1939 insegnò all'Università di Montpellier. Durante la Seconda guerra mondiale subì una lunga prigionia. Dopo la guerra insegnò all'università di Digione, e dal 1955 al 1968 fu professore di storia della filosofia e filosofia alla Sorbonne di Parigi.
Parallelamente continuò a pubblicare libri filosofici e apologetici. Nel 1961 fu eletto membro dell'Académie française. Partecipò, come laico, ai lavori del concilio Vaticano II.

Pensiero
Nei suoi scritti religiosi, Guitton, evidenziò la questione fondamentale di una fede totalizzante e impregnante, che non riguardi solo l'intelligenza e la volontà, ma si estenda a tutto il nostro essere.
La filosofia, secondo Guitton, non deve escludere la presenza di Dio nel mondo e nello spirito, il senso del mistero, la realtà al di là delle apparenze, la ricerca del mistero ultimo.
Quindi, coerentemente, Guitton si occupò delle cause prime, come l'origine dell'uomo e del pensiero, sulle quali avanzò una proposta alternativa all'evoluzionismo. Il vero dramma per l'uomo, sostenne Guiton, è di non poter conoscere l'insieme della grande macchina dell'universo, visto che formiamo solo una piccola parte di esso, quindi restano evase le nostre risposte alle domande su chi siamo, cosa vogliamo, dove andiamo.
Punto focale della sua ricerca è la figura di Gesù e la questione della sua natura. Guitton indicò tre possibili vie, ma sia quella critica sia quella mitica, non soddisfecero pienamente Guitton, quindi restò secondo l'autore solo quella della fede.

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